Ciao Alberto
 
Lunedì 31 marzo 2003 Alberto Farassino, il nostro amato professore, maestro e amico ci ha lasciato per sempre. La redazione di www.unipv.it/cinema, sito che esiste anche e soprattutto grazie a lui ed ai suoi continui incoraggiamenti, lo ricorda con affetto.
 
Di seguito potete leggere una rassegna di articoli pubblicati da vari organi di stampa.
 
Rassegna Articoli
Due o tre cose che so di Alberto - Goffredo Fofi - FilmTV 08/04/2003
Stella ricorda Farassino - Angelo Stella - La provincia pavese 05/04/2003
Un critico entusiasta che amava il cinema - Gianni Rondolino - La Stampa 01/04/2003
Addio a Farassino - Silvana Silvestri - Il manifesto 01/04/2003
Addio al critico cinematografico Alberto Farassino - Maurizio Porro - Il corriere della sera 01/04/2003
Scompare Alberto Farassino, il critico che amava i cineclub - Dario Zonta  - L'unità 01/04/2003
E' morto Alberto Farassino - Paolo D'Agostini - Repubblica 01/04/2003
 
Due o tre cose che so di Alberto 
Goffredo Fofi
 
Non è facile scrivere di un amico prematuramente scomparso. Alberto Farassino, critico, storico, insegnante di cinema, aveva sette anni meno di me (era nato nel '44), ma non aveva visto la guerra e non si era formato negli anni Cinquanta della Guerra fredda e di tante truccate battaglie ideologiche. Di fronte alle Nouvelles Vagues (non solo quelle del cinema) io ero rimasto turbato e scosso, entusiasta, come di fronte a una liberazione attesa da tempo e spaventato, per una novità così grande che non potevo assorbire con la facilità con cui l'assorbirono Alberto e gli amici della sua generazione. Che è poi quella dei generosi cineclub finalmente senza dibattito, ma in cui la visione di un film poteva essere vissuta dallo spettatore e dal nuovo critico con una complicità senza filtri, inaudita. Da Savona, da Genova, da Milano, da Roma - ecco la famelica avventura della ricerca delle vecchie pellicole, della visione dei film dimenticati ma anche di quelli più noti, e però "in diretta" confrontandosi col film e non con quello che ne è stato scritto. Due strade si intrecciano da allora nell'esperienza critica di Alberto Farassino: la notevole sintonia con dei "ricercatori delle immagini necessarie" come diceva Godard (e proprio di Godard Farassino ci ha dato l'introduzione alla comprensione dell'opera forse il solo libro - Il Castoro - su Godard a livello internazionale da cui non si può prescindere) e dunque un'attenzione precisa, generosa e partecipe al nuovo; e la possibilità di vedere e rivedere le opere e giudicarle infine senza paraocchi, per esempio nelle grandi rassegne sul cinema italiano più trascurato e vituperato, da Camerini a Matarazzo alla produzione Lux. A Pesaro, a Milano, a Locarno, a Salsomaggiore, nei piccoli festival d'appassionati, nelle rassegne organizzate con scrupolo filologico assieme a Sanguineti, Lombezzi, Ghezzi, e al più "vecchio" Aprà. Su "La Repubblica", per lunghi anni, Farassino fu il secondo critico, quello d'appoggio, ma in realtà il più importante perchè parlava di film che forse pochi avrebbero visto, ma che erano davvero i più vitali, i più innovativi, i più "nel vento" di una ricerca non solo mercantile, dove la priorità toccava all'arte, alla libertà d'espressione di un autore, con uguale attenzione e rispetto verso quelli già grandi come verso gli ultimi arrivati. 
Di Alberto Farassino non bisognerà dimenticare, per altro, la capacità d'insegnamento, dall'università di Trieste a quella di Pavia, di formare studenti che, pur prendendo ciascuno una propria strada, hanno appreso da lui un metodo e un entusiasmo. I suoi entusiasmi, da buon piemontese di provincia, Alberto non li dimostrava mai troppo: la sua "misura" era di saggezza e di ironia, di under-statement, di buona anzi di ottima educazione, la capacità di dialogo e di rispetto per tutti coloro con cui volta a volta intratteneva un rapporto, fossero noti o ignoti, registi o critici, colti o ignoranti, vecchi o giovani. Questa saggezza è servita a molti, per esempio a me ma, credo, non solo a me. Insomma a persone più irruenti o ingombranti o soltanto impazienti, come una sorta di sponda rasserenante e però precisa, matura, tollerante, ma molto esigente. Saggezza e ironia sono due qualità rare (l'ironia abbonda ma solo nella veste di presa in giro degli altri, mentre è l'autoironia che scarseggia), di cui Alberto Farassino era dotato quanto lo era di cultura e di capacità di comunicazione non seduttiva ma ricattatoria. Mancherà a tanti di noi - critici o registi o studenti o soltanto amici - così come può mancare un fratello maggiore. Anche a quelli che, come me, erano più vecchi di lui.
 
Stella ricorda Farassino
Angelo Stella
 
PAVIA. Ecco il ricordo che il professor Angelo Stella, direttore del Dipartimento di scienza della letteratura e dell'arte medioevale moderna dell'Università, dedica alla memoria del professor Alberto Farassino, da poco scomparso.

Il 2 aprile al cinema Anteo di Milano un folto gruppo di amici ha preso congedo da Alberto Farassino, docente di Storia e critica del cinema presso la nostra Università. Una presenza tra noi troppo breve, perché anche la Città potesse conoscerlo e apprezzarlo, come lui meritava. E come hanno potuto fortunamente fare i colleghi di Facoltà e del Dipartimento di Scienza della Letteratura e dell'Arte, e soprattutto i suoi studenti.
Hanno parlato di lui - quasi a tracciarne con tante e diverse linee, da varie prospettive, un ritratto collettivo e a ripetergli con un commosso saluto il grazie di tutti - Tatti Sanguineti, Nanni Moretti, Maurizio Michetti, Carlo Lizzani, Aldo Grasso, Goffredo Fofi, e tanti tanti altri. Il rimpianto della nostra Facoltà è stato espresso dal preside Gianni Francioni, da due suoi laureati, Migliavacca e Rossini, e dal compagno di studio e di strada Nuccio Lodato. Per l'Università di Trieste lo ha ricordato l'amico Marzio Porro.
La nostra Facoltà lo saprà rendere presente come l'amicizia, la stima e l'affetto vogliono; e ci auguriamo che al suo nome venga intitolata la prossima sede della Sezione Spettacolo a San Tommaso, dove ha voluto siano i suoi libri, per i suoi studenti, perché alla parola «fine» seguano altre sequenze di studio e lavoro. Ci pare giusto e doveroso che anche i cittadini di Pavia ascoltino di lui - nell'eco delle parole di tristezza e insieme di bellezza - pronunciate ieri - e sappiano di lui, del «cor ch'egli ebbe». È stata una presenza incisiva, intelligente, elegante, senza una smarginatura o un allentamento della tensione didattica e di ricerca. Ha dato a noi tutti il senso del bianco e del nero, e dei colori, della profondità, del cielo e dei baratri, del camminare nella terra e sulle acque senza attriti, lieve e durevole, come le parole e le immagini degli amati capolavori, grazie a lui memorabili e memoralizzati. Lo salutiamo, insieme con Fulvia e Viola, rispondendo alla sua mano aerea, e al suo limpido sorriso, come lo abbiamo rivisto ieri, sulla riva del mare, con la sua bambina. lo sguardo alle altre sponde».
 
Alberto Farassino un critico entusiasta che amava il cinema
Gianni Rondolino
 
AVEVA appena 58 anni Alberto Farassino, uno dei migliori e più acuti critici cinematografici italiani, morto ieri dopo una lunga malattia. Era nato nel 1944 e la sua passione per il cinema si era rivelata quando studiava all'Università e frequentava a Milano i cineclub. Una passione che l'avrebbe accompagnato per tutta la vita, prima come critico libero e indipendente, poi come collaboratore della «Repubblica» e organizzatore di festival cinematografici, da Riminicinema ad Anteprima del cinema indipendente di Bellaria al Mystfest di Cattolica. Infine - ma prima di tutto - come saggista e storico, autore di numerosi libri e saggi su alcuni registi di punta del cinema mondiale, da Jean-Luc Godard a Luis Buñuel, da Raul Ruiz ad Amos Gitai, e su momenti e aspetti della storia del cinema, soprattutto italiano («Gli uomini forti», 1983; «Lux Film», 1984; «Neorealismo», 1989; «Opera Gallone», 1994). Per tacere della sua attività di docente universitario, prima a Trieste, ora a Pavia, sempre attento ai nuovi studi teorici e storici, alle nuove metodologie critiche, senza smarrire mai il gusto per lo spettacolo, per il film non solo come testo da analizzare, ma come opera vive da recepire. Ed è proprio questo suo amore per il cinema, questa sua «cinefilia», nel migliore significato del termine, a fare di lui un critico entusiasta, che passava con disinvoltura, ma sempre con spirito attento e rigoroso, dallo studio dei film di Godard - esemplare la sua monografia pubblicata dal Castoro in due volumi -, di Ruiz o di Gitai, cioè di tre registi contemporanei non certamente facili, all'analisi della produzione di una casa come la Lux Film o del cinema popolare di Carmine Gallone o del genere «muscolare», cioè del cinema italiano muto interpretato da Maciste e compagni. Una produzione critica varia e variegata, per certi aspetti frammentaria, occasionale, ma sempre sorretta da una cultura moderna e aggiornata, non solo cinematografica. Ogni suo scritto ci appare oggi, alla notizia della sua morte, come un contributo intelligente e stimolante alla conoscenza critica del cinema come arte e cultura del ventesimo secolo.

Addio a Farassino
È morto a 58 anni il critico e lo studioso che aveva amato Jean Luc Godard e Raul Ruiz
S.S.
Arriva tardi in redazione la notizia della morte improvvisa di Alberto Farassino, nostro collega della Repubblica, docente all'Università di Pavia, studioso e critico cinematografico tra i più autorevoli. Aveva 58 anni (il funerale e un ricordo degli amici si svolgerà domani al cinema Anteo di Milano). Nonostante il suo percorso ben strutturato nei ranghi culturali, i suoi ruoli nelle istituzioni (consigli di amministrazione alla Scuola di cinema, presidente del Sindacato critici dal `94 al `96, esperto nei comitati scientifici di vari festival) era un esploratore di cinema dallo sguardo aperto, soprattutto verso le zone non legate a mode e confraternite. Lo dimostra anche il suo corso di quest'anno, dedicato a Godard, un punto di vista programmatico e un'indicazione per il futuro.

Farassino iniziò a collaborare dopo la laurea, all'Università cattolica e all'istituto Gemelli di Milano. Fra i primi, ha tradotto in Italia Christian Metz, ha organizzato cineclub (Club Nuovo Teatro, Cineclub Brera) e scritto una monografia su Godard che diventerà poi un Castoro di successo. Contemporaneamente, ha avviato la sua collaborare a La Repubblica e la sua carriera universitaria a Trieste.

Sempre attivo e vivace, ha organizzato numerosi convegni e rassegne, da Fantascena al festival di Fantascienza di Trieste nel `77, Anni trenta sezione cinema a Milano, Lux Film a Locarno, il cinema coloniale a Rimini, Amos Gitai, Universalcolor, Mario Camerini e ancora gli autori del muto, quindi Kubrick e Puskin fino ai 13 ghosts: tredici film di William Castle a Trieste nel 2001.

I suoi libri restano una preziosa fonte di studio: in qualche modo le strade da lui tracciate portano verso cammini non prevedibili: Giuseppe De Santis, il regista più censurato in Italia, Mario Camerini tra i più sottovalutati nel dopoguerra, Raul Ruiz, Amos Gitai, Raymond Depardon, i misteri di Jacques Doillon e la fondamentale monografia su Buñuel uscita nel gennaio del 2000 per Baldini e Castoldi.

Tra storia, fantascienza, surrealismo e la valigia sempre pronta verso imprevedibili viaggi (uno degli ultimi è stato Bucarest, unico critico italiano a voler viaggiare in un luogo tanto poco battuto dai media), lascia un preziosissimo materiale di studio e il ricordo di un collega che faceva il suo lavoro con la grande serietà del divertimento intellettuale.
 
Addio al critico cinematografico Alberto Farassino
di Maurizio Porro
 
E' morto ieri a Milano, a 58 anni, il critico e saggista Alberto Farassino. Professore di teoria, tecnica e linguaggio del cinema (Università di Genova, Trieste e infine Pavia), Farassino, cresciuto alla scuola di Bettetini con gli amici "storici" Grasso, Sanguineti, Casetti, collaboratore di Repubblica, non è mai stato un critico seduto a tavolino. Organizzatore di cineforum a Milano, si è occupato del festival di Rimini, del Mystfest di Cattolica e di Bellaria, intervenendo sui meccanismi del cinema, sui suoi lati popolari con volumi ricchissimi sulla storia della Lux, sugli Uomini Forti tipo Maciste, sul neorealismo, scrivendo importanti monografie sul prediletto Godard, Buñuel, Ruiz, e Gitai.
 
Scompare Alberto Farassino, il critico che amava i cineclub
Dario Zonta
 
Si dice di Alberto Farassino che fosse anche un ottimo alpinista. Vogliamo iniziare così questo ricordo sentito di un importante critico e storico del cinema italiano, scomparso ieri a Milano dopo lunga malattia all'età di 58 anni. Gli amici, i colleghi, i suoi allievi, numerosi e di diverse generazioni, si raccolgono intorno alla figura di un uomo che ancor prima di essere una voce precisa nel contesto dell'elaborazione critica e in quello dell'attività culturale, era una persona corretta, austera e seria, ricca di quel pudore piemontese che si portava come eredità biografica. Nasce a Caluso, Biella, nel 1944 ma cresce a Milano e si forma all'Università come epistemologo e strutturalista. La passione per il cinema arriva dopo, grazie ad amici cinefili che lo mettono in contatto con una dimensione che lo stregherà al punto da farne una professione. Non veniva dal mondo accademico degli studi di cinema e non era, in prima battuta, un cinephile, ma aveva vissuto l'intera stagione dei cineclub e da quella partì per avviare una carriera instancabile e ricca. I cineclub sono stati una tappa iniziale importante che viene vissuta da Farassino e dal gruppo di critici e appassionati suoi amici non come luogo di pedagogizzazione ma come luogo d'amore e di conoscenza vera. Ha fatto parte di quella prima generazione di critici che reinventò il cineclub e la sua funzione. A Brera nel '74 fonda quello locale e gli anni a venire collabora con quelli milanesi dove transitano i primi passaggi di Nanni Moretti, con "Io sono un autarchico" e Roberto Benigni. Con il comico e regista toscano ha avuto rapporti intensi a tal punto che Benigni lo chiamò per collaborare alla sceneggiatura di "Non ci resta che piangere". Questa ricca stagione di amore e passione lo porta, a differenza dei suoi amici e colleghi che prendono altre strade, a una solida attività accademica svolta a Pavia e Trieste. Sono in molti a ricordare le sue lezioni, le sue letture della storia del cinema e le sue organizzazioni culturali. Insegnava sorridendo e portando il frutto di studi approfonditi sul cinema d'avanguardia, quello francese e quello italiano, a cui dedica nell'ultima parte della carriera particolare attenzione. Era un lavoratore instancabile e autore di monografie che si ricordano nel tempo, come quella su Godard, scritta per i castorini, e quella su Buñuel. Pieni di intuizioni folgoranti sono anche gli scritti meno organici come i volumi collettivi a sua cura: Mario Camerini per il Festival di Locarno, Amos Gitai per Riminicinema, di cui è stato codirettore, sullo scenografo Virgilio Marchi, ancora per Locarno, e sugli studi cinematografici della Lux. E ancora: aveva difeso Godard quando tutti lo attaccavano, aveva dato una nuova lettura, non ideologica, del neorealismo, andava in giro per festival a regalare, con Gosetti e Grasso, tre minuti di "lezione", e altre ne faceva per la televisione con Sanguineti e Bettetini, aveva detto di "Grease" che un importante film in costume... e poi tanto altro che oggi amici e colleghi, studenti e conoscenti tengono in serbo come regalo di esperienza diretta.
 
E' morto Alberto Farassino
Paolo D'Agostini
 
E' morto ieri nella sua casa di Milano Alberto Farassino: nostro collega, collaboratore di Repubblica fino dalla nascita del giornale nel '76. Alberto era nato nel '44 in provincia di Torino, suo padre lavorava alla Fiat. Laureato alla Cattolica di Milano era stato dalla fine degli anni '60, con Aldo Grasso, Francesco Casetti, Tatti Sanguineti, animatore di cineclub e figura chiave di un movimento di grande vitalità: fino alla fondazione nel '74 del cineclub Brera, che a Milano battezzò il primo Moretti di "Io sono un autarchico". La sua discreta, appartata autorevolezza Alberto ha continuato ad esercitarla nella carriera universitaria: alla Cattolica prima, poi a Genova, Trieste e infine Pavia. Da compagno di strada di tutti i festival italiani ed europei "di tendenza" e nel partecipare alla loro produzione convegnistica ed editoriale: Pesaro, Torino, Locarno, fino alla direzione di Riminicinema. Pubblicando studi su Godard autore di uno storico "Castoro", la famosa collona di monografie, era tra i pochi ad avere un rapporto diretto con il maestro della Nouvelle Vague - e su Giuseppe De Santis, Ruiz, Gitai, e Jacques Doillon, su Buñuel (un memorabile programma televisivo nell'80 e poi un libro da Baldini & Castoldi). Due fondamentali lavori sul neorealismo e, tra i primi a dedicare attenzione alla storia produttiva, una ricerca sulla Lux di Ponti e De Laurentiis. Il suo libro più recente si intitola "Fuori di Set. Viaggi, esplorazioni, emigrazioni, nomadismi" (Bulzoni) e raccoglieva lo spirito del "suo" festival di Rimini. Ancora inedito un volume su Carmine Vallone. Era stato consigliere della Scuola Nazionale di Cinema. E poi il giornale. A Repubblica Alberto portò il vento della giovane critica di cui fu esponente di spicco, cerniera tra i più anziani Micciché, Fofi, Aprà e la sua generazione del dopoguerra, influente ispiratore della cultura cinematografica milanese e ascoltata voce di riferimento per tutto il "nuovo cinema" italiano. L'ultimo saluto ad Alberto domani al cinema Anteo in via Milazzo a Milano: camera ardente durante la mattinata e alle 12.30 una cerimonia laica.