- Storia segreta del cinema giapponese
Andrea Fornasiero, Laura Sangalli
Si apprezza la
scelta della Fondazione Prada di contribuire al restauro di pellicole
giapponesi importanti e poco noto e ancora di più si elogia l’annunciata
futura pubblicazione in DVD di 12 titoli scelti tra la storia segreta cinese
e giapponese. Detto questo la forma che la retrospettiva ha assunto nel
proprio complesso non appare così inattaccabile o meritoria. Sul catalogo
della mostra Marco Müller parla di un omaggio a registi dimenticati, e nell’introduzione
alla retrospettiva Maria Roberta Novelli cerca di tracciare un percorso tra
samurai e yakuza, ma entrambi non convincono del tutto lo spettatore.
Del resto è
sufficiente osservare la distribuzione dei titoli della rassegna per registi
e periodi a far affiorare evidenti scompensi. Non è che si voglia l’equilibrio
di un karesansui (giardino giapponese di sassi) nella costruzione
della retrospettiva, ma l’effetto di questa storia del cinema giapponese
è un po’ quello di un’accozzaglia, di cose spesso ottime e
interessanti, per carità, comunque nell’insieme poco omogeneo e lineare.
Insomma priva di un percorso.
Diamo un’occhiata
alle cifre. Su un totale di 36 film 7 sono precedenti agli anni ’40, 4
appartengono ai decenni ’40 e ’50, mentre i restanti 25 sono degli anni
’60 e ’70. Ancora più sbilanciata appare la distribuzione dei titoli
per regista, a parte una manciata di autori presenti con un solo film, degli
altri registi si sono viste 3 pellicole, con l’eccezione delle ben 9 di
Fukasaku Kinji che da solo rappresenta un quarto dell’intera
retrospettiva. Specialmente questo corpo di film assume l’aspetto di una
rassegna nella rassegna, anche perché si tratta di opere per lo più dei
primi anni ’70 e tutte, con una sola eccezione, di tematica Yakuza.
L’importanza
riconosciuta a Fukasaku ci fa in sé piacere, ma appare un po’ strana nel
contesto della Storia Segreta, infatti solo nel 2003 il Torino Film Festival
aveva proiettato due dei capolavori del maestro che ritroviamo in questa
retrospettiva. Certo sono pellicole importanti ma se questo è il principio
ci si chiede allora con quale criterio siano stati scelti film di Suzuki
tanto deboli, senza presentare alcuna delle sue opere più significative. E’
inoltre inevitabile il confronto, di gran lunga perdente, con la splendida
retrospettiva Nikkatsu Action presentata questo stesso anno al Far
East Film Festival di Udine ed apparsa molto meglio strutturata. Per non
parlare di quella proposta nel 2001 durante le Giornate del muto a Sacile,
che quest’anno ancora rinnovano l’impegno verso il cinema giapponese con
una seconda retrospettiva dedicata al centenario della morte di Mikio Naruse,
e con la proiezione di rarità di altri grandi maestri, da Minoru Murata a
Shozo Makino.
Tenendo conto della
natura, per così dire, segmentata di questa Storia segreta del cinema
giapponese affronteremo i registi presenti ad uno ad uno o a piccoli
gruppi dando conto dei film che siamo riusciti a vedere nella calca della
Mostra.
PS: Ovviamente
questo discorso non vuole tenere conto dell’omaggio fuori programma al
recentemente scomparso Teruo Ishii: Horror of the Malformed Men, cui
il regista ha dovuto la fama di "King of Cult" e già proiettato
al Far East Film Festival del 2003.
A.F.
Fukasaku
Kinji
Suzuki
Seijun
Ito
Daisuke
Yamanaka
Sadao
Mizoguchi
Kenji
Nakagawa
Nobuo
Altri
registi
Fukasaku
Kinji (1930-2003)
Esordisce alla regia
nel 1961 e costruisce negli anni uno stile personale, caratterizzato da
inserti pseudo documentari che introducono la vicenda nel contesto della
storia della criminalità giapponese. Queste introduzioni si fanno via via
più rapide, affastellando scene d’azione con fermi fotogramma sui
personaggi presentati, finti notiziari, mappe esplicative, resoconti in voce
over. Altra caratteristica di Fukasaku è la drammatizzazione attraverso
inquadradure sbilenche, storte, ma non per questo prive di gusto compositivo,
anzi spesso sono proprio queste inquadrature ad apparire come dei pezzi di
bravura attentamente costruite, capita anche che i movimenti di camera
recuperino per un attimo l’equilibrio naturale, parallelo al terreno dell’inquadratura,
per poi continuare a stortarsi nella direzione opposta. In effetti nei film di
Fukasaku tutto sembra inesorabilmente scivolare verso il baratro. A.F.
Hakuchu no buraikan
(Greed in broad daylight) 1961 – Toei – B/N
Un criminale astuto
ma di scarso potere nei circoli yakuza ordisce il piano di un’ardita rapina.
Per portarla a termine si affida a complici di diverse nazionalità ed etnie,
alcuni dei quali costretti attraverso il ricatto. Strepitosa la realizzazione
di due lunghi segmenti narrativi, il primo è la rapina rimandata a causa del
temporale, dove i criminali costretti ad un giorno di ozio in casa fanno
esplodere le loro tensioni e intessono tradimenti come nemmeno in un assedio
diretto da Romero. Il finale poi vede una sparatoria in una ghost town che
pare presa da un western, dove due gruppi di criminali si sfidano in una
guerriglia disperata per tenere il bottino, le gelosie interne al gruppo
arrivano al loro inevitabile e amarissimo epilogo. Impressiona come già nei
primi esordi la perizia stilistica del regista e il suo gusto per composizioni
con inquadrature storte e dinamiche siano maturi.
La presenza della
base militare americana, del personaggio di colore innamorato di una
prostituta da redimere e del contesto criminale, ne fa curiosamente quasi un
eco, più disperato, del Senza Pietà di Lattuada. A.F.
Ōkami to buta
to ningen (The Wolf, the Pig, and
the Man) 1964 – Toei – B/N
Tre fratelli
cresciuti nella più cupa miseria della Tokyo del primo dopoguerra: il primo
ha avuto successo tra gli yakuza, il secondo progetta un colpo che lo renderà
ricco e per questo si avvale del terzo fratello e della sua banda di teppisti.
Tra baraccopoli, torture e miserie morali il film dipinge un paesaggio umano
devastato, ed il ritratto è tanto efficace a causa della rapidità con cui il
più giovane e disorientato dei tre passa dall’essere un adolescente
irrequieto ad assumere il ruolo di capo banda. Il giovane dimostra di avere
qualche scrupolo in più dei suoi fratelli cercando di proteggere i propri
amici, ma comunque professando un nichilismo che si farà poi ricorrente nel
cinema del regista. A.F.
Bakuto gaijin butai
(Sympathy for the Underdog) 1971 – Toei – Colore
Gunji (Tsuruta Koji)
esce dopo 10 anni di prigione e subito alcuni vecchi e fedeli compagni di
banda si uniscono a lui. A questo piccolo gruppo si aggiunge un altro
criminale che vorrebbe vendicarsi di Gunji come degli Yakuza suoi nemici,
Gunji però gli salva la vita e questo giri (sorta di debito d’onore)
costringe anche il vecchio nemico ad unirsi alla banda. Il gruppo lascia
quindi Yokohama per Okinawa dove è più facile inserirsi nella struttura
malavitosa.
La scalata della
piccola banda attraversa fasi di successo ma in ultima analisi, terminata la
novità e l’adrenalina dei primi periodi insieme, il gruppo inizia a cadere
vittima dell’apatia. Solo l’arrivo a Okinawa dei vecchi nemici da Yokohama
li fa davvero riunire per un ultimo assalto contro il disonorevole nemico.
Violento e cruento
questo film di yakuza è l’ottavo di una serie di dieci episodi. Nonostante
il finale sia cupo i personaggi dimostrano ancora umanità e senso dell’onore,
sembra insomma che esista ancora se non una vita onorevole almeno una fine
onorevole. A.F.
Gendai Yakuza –
Hitokiri yota (Street Mobster) 1972
– Toei – Colore
Okita (Sugawara Bunta)
è il precursore di Ishikawa Rikio protagonista del capolavoro Graveyard of
Honour, ha già in sé tutta la spietatezza e il nichilismo ferino che,
annullando ogni romanticismo, impediscono l’identificazione dello
spettatore. Okita, al di fuori del giro dei grandi clan Yakuza, si mette a
capo di una banda di teppisti, ma senza troppi riguardi verso di loro, vuole
solo essere libero e odia ogni tipo di ordine, quello dei poliziotti come
quello degli yakuza. La sua donna è una ragazza che prima ha stuprato e poi
venduto ad un bordello e che, dopo gli anni di prigionia, inizia a seguirlo e
ad amarlo morbosamente. Lei però è incapace di salvarlo e la sua vicinanza
non fa che esasperarlo ancora di più facendolo calare in un abisso
apparentemente senza fondo, Okita finirà infatti per uccidere anche l’unico
yakuza che l’ha trattato con rispetto e che gli ha offerto una via di fuga.
Il desiderio di morte
ed autodistruzione che pervade il protagonista respinge lo spettatore ma lo
pone anche lucidamente di fronte ad un degrado umano che non lascia vie di
fuga. Okita è animalesco, ma lo è in un mondo di belve che sotto la
copertura di un ordine e un’organizzazione sono altrettanto feroci. A.F.
Jingi naki tatakai
(Battle without honour and humanity) 1973 – Toei – Colore
Un ex-soldato (Sugawara
Bunta) interviene in una rissa con nobili intenti ma finisce per arruolarsi
presso un clan yakuza. Accetterà il sacrificio richiestogli dal proprio boss
e andrà in prigione per salvarlo, ma uscito di galera scoprirà come le
promesse fattegli fossero senza valore. Inizia dunque una sequela di massacri
mafiosi che lo porterà di fronte al proprio boss traditore. Sfregio ancora
peggiore della morte, lo lascerà in vita non per salvare sé stesso, ma per
denunciare la morte dell’onore tra gli Yakuza, di cui lui era stato un
fulgido ultimo esempio.
Più romantico di
altri film di questo periodo, Battle without honor and humanity
appassiona proprio in virtù dell’onore che il personaggio dimostra sebbene,
di fronte alla crudezza di altre opere di Fukasaku, il finale con l’eroe che
sdegnato se ne va, non pare dei più sentiti. A.F.
Jingi no hakaba (Graveyard
of Honour) 1975 – Toei - Colore
Ishikawa Rikio (l’enorme
Watari Tetsuya) è il violento membro del clan Kawada e come già Okita in Street
Mobster discende in un inferno fatto di violenze, stupri e tradimenti cui
si aggiunge la tossicodipendenza da eroina. La dissoluzione del suo mondo
criminale descritto fin dall’inizio senza alcuna luce o speranza, avviene
attraverso un geniale sperimentalismo che abbina ai fermi fotogrammi e alle
inquadrature storte e dinamiche un montaggio ancora più veloce del solito e
un uso massiccio di filtri colorati. La caricatissima stilizzazione fa di
questo film il capolavoro, almeno dal punto di vista formale, della ricerca di
Fukasaku. La vicenda raccontata invece, nel suo ripetere gli episodi, via via
meno edificanti, di un personaggio da subito per nulla simpatico, finisce per
dilungarsi un po’ più del dovuto e il suicidio finale è quasi liberatorio
per lo spettatore.
Nel 2003 Miike
Takashi ne ha diretto un remake firmando uno dei suoi film migliori,
paradossalmente più controllato e rigoroso dell’originale di Fukasaku il
film di Miike mette in scena una discesa agli inferi ancora più straziante in
virtù di una maggiore umanità, almeno iniziale, del protagonista e dei pochi
che cercano di aiutarlo e che da lui vengono traditi, uccisi o distrutti. A.F.
Kenkei tai soshiki
bōryoku (Cops vs. Thugs) 1975
– Toei – Colore
Un poliziotto (ancora
Sugawara Bunta) è coinvolto nelle indagini su una guerra tra bande, che sono
però invischiate con le alte sfere della polizia e della politica cittadina
di Hiroshima. Ha però anche un rapporto di amicizia con uno dei capi della
malavita locale e questo arriverà a costargli il distintivo quando un nuovo
capitano di polizia giunge a risolvere la crisi. Il criminale rapisce degli
ostaggi e si prepara ad un assedio, così il poliziotto viene richiamato in
servizio, riesce a risolvere quasi pacificamente la situazione ma il suo amico
criminale lo tradisce e proprio lui è costretto ad ucciderlo. Il protagonista
sarà comunque trasferito in provincia dove incontrerà una fine oscura.
Nella prima parte si
tratta certamente di uno dei film più solari di Fukasaku, quasi un buddy
movie per il rapporto con il criminale alla faccia dei superiori, la tragedia
però cresce e sebbene non raggiunga i vertici distruttivi di altre opere non
si discosta dal generale pessimismo del regista. La pellicola risulta
particolarmente interessante perché mostra come Fukasaku sapesse muoversi
anche all’interno del registro narrativo della commedia. A.F.
Yakuza no hakaba
– Kuchinashi no hana (Yakuza
Graveyard) 1976 – Toei – Colore
L’ispettore Kuroiwa
(Watari Tetsuya in forma stellare) è un poliziotto navigato che sa come
muoversi tra le bande criminali. Durante delle indagini che lo coinvolgono
nella consueta guerra tra bande incontra però un anima affine, il capo di una
banda di cui diventa prima amico e poi fratello di sangue. La tensione quasi
omoerotica tra i due trova sfogo in alcune prostitute prima e nella sorella
del criminale che diviene la nuova compagna del poliziotto.
Il suo rapporto con
il criminale viene però scoperto e la polizia giapponese attraverso la droga
lo costringe a rivelare dove si trovi il criminale. L’amico viene quindi
ucciso e la colpa del tradimento appare a tutti evidentemente del poliziotto.
Come se questo non bastasse l’uomo diviene anche dipendente dall’eroina
per effetto della droga che gli è stata somministrata. Troverà comunque un
ultimo gesto di redenzione, uccidendo il capo corrotto della polizia e
riconquistando almeno la fiducia della sorella del criminale morto, prima di
venire crivellato dei proiettili dei poliziotti.
Un noir dunque
nerissimo dove la polizia appare non solo sullo stesso livello dei criminali
ma persino peggiore, pronta a distruggere i propri stessi uomini in virtù di
sporche manovre politiche con mezzi degni delle SS. E’ pertanto uno dei film
più politici di Fukasaku e seppur meno formalmente sperimentale di Graveyard
of Honour pare forse essere la pellicola migliore del regista. A.F.
Suzuki
Seijun (1923)
La sua opera prima,
firmata con il vero nome Seitarō, risale al 1956, solo due anni dopo il
regista inizierà a firmarsi Seijun. Suzuki lavora a ritmo serrato per la
Nikkatsu dal 1954, dirigendo 40 film in undici anni. Questa solidità di
mestiere gli conquista un po’ di autonomia permettendogli progressive
sperimentazioni su montaggio e colore. Il regista, tematicamente, predilige
film erotici o di yakuza perché ritiene che sesso e violenza siano gli
istinti umani più basilari, anche se i più brutali. Il suo progressivo
sperimentalismo arriva a schematizzare le trame attraverso il montaggio e a
trasfigurare i personaggi in figure iconiche che si muovono più in modo
coreografico che realistico tra scenografie a volte vistosamente finte. Questo
processo arriva al suo apice con La faralla sul mirino che sarà la
pietra dello scandalo per cui, nel 1967, sarà cacciato dalla Nikkatsu.
Nonostante la solidarietà di molti personaggi del mondo del cinema il
"tradimento" dell’azienda è qualcosa di difficile da sorvolare
nella società giapponese del tempo. Infatti dovranno passare ben 10 anni
prima che il regista possa tornare dietro alla macchina da presa. Suzuki è
tutt’ora in attività, il suo penultimo film, Pistol opera del 2001,
sorta di remake de La farfalla sul mirino, viene presentato a Venezia e
contribuisce a risvegliare l’interesse per l’opera del regista. L’ultimo
film di Suzuki, Operetta tanukigoten è stata presentata quest’anno a
Cannes ottenendo pressoché unanime plauso dalla critica. A.F.
Kutabare Gurentai
(Fighting delinquents) 1960 – Nikkatsu – Colore
Sadao (Wada Kōji)
è un giovane senza molte prospettive per il futuro ma viene contattato da un
uomo che si rivela conoscere la sua ricca famiglia d’origine. Il giovane
accetta di sopportare il nome della famiglia e il peso della tradizione solo a
patto di poter conoscere sua madre, che però non vive con la famiglia,
essendo di più umili origini e anzi è cameriera in un locale. Il giovane ha
un progetto edilizio un po’ hippy, un ostello della gioventù. I proprietari
del locale vogliono invece quel terreno per altre ragioni e cercano di usare
la madre contro di lui per fargli abbandonare il progetto e vendere il
terreno. Scontato raccontare il finale. Il film il cui titolo italiano
"Crepate bastardi!" appare completamente senza senso, presenta
alcune scelte di montaggio timidamente innovative, ma per il resto non ha
alcun tipo di interesse essendo il più tradizionale dei drammi a lieto fine. A.F.
Oretachi no chi ga
yurusanai (Our blood will not
forgive) 1964 – Nikkatsu – Colore
Un boss morente
esprime come ultimo desiderio che i suoi tre figli non diventino yakuza. Ryōta,
il maggiore dei tre, ha però intrapreso proprio questa professione, pur
cercando di impedire lo stesso destino al fratello Shinji. Il capo del clan
comunque lo coinvolge in un confronto che porterà i tre, insieme al killer
del padre, ad affrontare i mandanti di quell’omicidio. Si tratta
probabilmente del più solido tra i film di Suzuki presentati a Venezia, anche
qui qualche passaggio di montaggio si rivela interessante così come la bella
sequenza finale, però non siamo né di fronte ad un film in sé innovativo
né ad una delle migliori pellicole Nikkatsu Action. A.F.
Hana to dotō
(The Flowers and the Angry Waves) 1964 – Colore
Ogata, uno yakuza,
libera la moglie rapita dal proprio boss. I due iniziano a vivere
clandestinamente a Tokio, inseguiti dal killer Yoshimura, finché non vengono
scoperti. A quel punto Ogata finalmente si ribella, uccide il boss e scappa
con la moglie. Il film qui si risveglia in un concitato montaggio della fuga,
che si risolve, purtroppo non altrettanto efficacemente, in un duello sulla
neve contro il killer e in un confronto finale, pacifico, con la polizia. E’
vero come segnala il catalogo che gli eroi di Suzuki paiono in balia degli
eventi, dei cicli e ricicli di caos e violenza intorno a loro, ma in questo
film la sceneggiatura appesantisce davvero troppo quest’idea di fondo per
tutta la prima ora, rendendo la pellicola, nel complesso, assai poco riuscita.
A.F.
Ito
Daisuke (1898-1981)
Dopo essersi
interessato di teatro e recitazione, comincia a lavorare nel cinema come
sceneggiatore per poi passare alla regia. Lavorò principalmente con la
Nikkatsu dove i suoi film di chambara (cappa e spada), sottogenere dei
jiidai-geki, ottennero enorme successo e popolarità. Ito lavorò spesso con
un gruppo di fidatissimi: l’attore Ōkōchi Denjirō, che
divenne il modello di uomo duro e nichilista tipico dei protagonisti del
genere, e l’operatore Karasawa Hiromitsu, il quale avviò l’uso acrobatico
della camera a mano, presto altro elemento caratteristico dei chambara. Da
questo sodalizio nasce la combinazione vincente tra la meticolosa cura della
sceneggiatura e dell’interpretazione, e lo stile di ripresa caratterizzata
dall’estremo dinamismo che portò i suoi film al successo e che fece
acquisire al regista il soprannome di Idō Daisuki, “colui che ama
moltissimo il movimento”. Dal ’26 si accostò maggiormente alle tematiche
sociali, seguendo una tendenza diffusa in quegli anni e trasversale ai vari
generi. I suoi film descrivono ora gesta di eroi di estrazione popolare,
divenuti fuorilegge nichilisti, poiché disincantatisi rispetto a quei valori
e a quegli ideali in cui avevano un tempo creduto, ma che non trovano spazio
nella realtà di un mondo corrotto. E’ la società intera che diviene
nemica. A questo periodo appartengono le pellicole proposte nella rassegna
veneziana. Verso gli anni ’30, col progressivo aumento del nazionalismo e
del militarismo nel Paese, la sua accusa si fa ancor più caustica e violenta,
fino a Zanjin zanba ken (La spada assassina di uomini e cavalli), 1929,
che fece scattare provvedimenti censori nei confronti dei suoi film. La sua
carriera prosegue anche durante e dopo il conflitto mondiale, ma la sua spinta
anarchica si stempera. I prodotti dagli anni 50 in poi sono per lo più remake
dei suoi titolo, che del resto bissano il successo di pubblico degli
originali. L.S.
Chokon
(Un astio di lunga data), 1926 , b/n, muto
Il film è ambientato
nel tardo periodo Edo e descrive la tragica vita di due fratelli, Kazuma e
Tsuguma, entrambi innamorati di Yukie. Lottando contro soldati dello Shogunato
Tokugawa, Tsuguma diviene cieco e Yukie, che nello scontro perde il padre, lo
accudisce innamorandosi di lui. Kazuma, che ha perso tutto ciò che gli era
caro, in un nuovo scontro in cui è stato tratto con l’inganno, dopo essersi
vendicato di chi aveva accecato il fratello si lancia in una lotta disperata
contro il nemico e muore. E’ l’opera che segna l’avvio della
collaborazione con l’attore Ōkōchi Denjirō. Degli 8 rulli
iniziali che componevano il film è sopravvissuto solo l’ultimo, che però
mostra perfettamente gli elementi tipici dell’opera del regista: movimenti
di macchina arditi e veloci, angolazioni insolite, montaggio veloce. L.S.
Oatsurae Jirokichi
Kōshi (Sbarre per Oatsurae
Jirokichi), 1931, b/n, muto
Il brigante Jirokichi,
una sorta di Robin Hood nipponico, non può più restare ad Edo, divenuta
troppo pericolosa, e parte in nave alla volta di Ōsaka. Durante il
viaggio conosce la bella Osen, la quale teme che il suo corrotto fratello
Nikichi l’abbia richiamata a sé solo per venderla. Nikichi vuole inoltre
sedurre con l’inganno la giovane Ogino, divenuta povera dopo che il ricco
padre era stato depredato proprio da Jirokichi. Questi, sentendosi
responsabile, aiuterà la ragazza e salverà dal suo destino anche Osen, per
poi lasciare Ōsaka inseguito dalla polizia.
Le vicende di
Jirokichi sono narrate in numerosi libri, rappresentazioni teatrali e film. A
Ito Daisuke questa storia piaceva molto, tanto che ne fece un remake nel 1952.
La versione del muto evidenzia l’abilità narrativa del regista. Alcune
immagini poetiche della sequenza finale, come le lanterne della polizia che
fluttuano nel buio durante l’inseguimento, sono state ammirate come esempi
tipici della bellezza che Ito sa creare. Le didascalie sono parte integrante
del racconto, cosa non comune nel muto giapponese, e la vicenda risulta
avvincente e lineare. L.S.
Chūji tabi
nikki (Diario dei viaggi di
Chūji), 1927, b/n, muto
Kunisada Chujji,
popolarissimo protagonista di innumerevoli film,è costretto a fuggire in una
regione montagnosa all’interno del Giappone, dove difenderà, finché gli
sarà possibile, i deboli, guardandosi dai traditori che si celano all’interno
della sua stessa banda. La trilogia che compone la vicenda (Omicidio a Koshu,
A Shinshu tra sangue e risate, L’impegno) aveva una lunghezza complessiva di
6540 metri, di cui oggi possediamo 1800 metri di una seconda versione
antologica. Si sono salvati un episodio della seconda parte, in cui Chuji
implora Yasusaemon di accogliere con sé il fanciullo Kantarō e scopre
che i suoi uomini abusano del suo nome per volgari ruberie, più circa metà
della terza e ultima parte in cui Chuji da eroe invulnerabile è ridotto ad
essere infermo su una barella, incapace anche di parlare, a seguito di una
malattia debilitante che lo accompagna lungo il declino. Perduto è l’impianto
complessivo del trittico, così come la maggior parte delle arditezze formali,
ma ciò che resta giustifica comunque la fama del film caratterizzata dall’alternarsi
di freschezza, intenso sentimento, cupo nichilismo. L.S.
Yamanaka
Sadao (1909-1938)
Ancora giovanissimo
si approssima al mondo del cinema, grazie all’amico Makino Masahiro, come
aiuto regista e sceneggiatore. Membro del "gruppo Narutaki", mirante
a una riforma dei drammi in costume, nella sua opera si fa sempre più
evidente la vena di denuncia della società contemporanea, attraverso una
libera trasposizione in epoche passate. Utilizza un linguaggio cinematografico
scarno, essenziale, di facile fruizione, che mira al coinvolgimento emotivo
del pubblico e all’immedesimazione coi personaggi, da ottenersi attraverso
un registro dal forte impianto realistico. Porta così in scena nel loro
quotidiano uomini dalle attività comuni (commercianti, artigiani, contadini)
vessati dalla cattiva sorte. Ama usare per lo più campi lunghi e raramente
primi piani, abbracciando uno spazio che, però, si mostra dinamico fatto di
spazi vuoti alternati ad altri pieni. Inviato al fronte muore a soli 29 dopo
aver realizzato 24 film di cui ci rimangono solo tre, tutti in programma a
Venezia. L.S
Tange Sazen yowa-
Hyakuman ryō no tsubo (Tange
Sazen minore- un vaso da un milione di ryō) 1935, b/n
Perno, perché non
proprio protagonista, del film è un personaggio popolarissimo in Giappone:
Tange Sazen, anti-eroe un po’ bizzarro, privo di un braccio e di un occhio,
protagonista di numerose altre pellicole. Questo è il terzo film di Yamanaka
dedicato all’eroe che però sembra perdere, in questo episodio, le sue
connotazioni tradizionali per divenire pigro e bonario. La vicenda ruota
attorno ad un vecchio vaso donato dal ricco Tsushima no Kami allo squinternato
fratello in occasione delle nozze di questi. Si scopre però che il vaso,
contenente una mappa che conduce a un ricco tesoro, è stato venduto a un
robivecchi che lo ha poi donato ad un bambino per tenervi un pesce rosso.
Cominciano così le ricerche, mentre il bambino, rimasto orfano, viene accolto
dalla proprietaria di un circolo di tiro con l’arco dove vive anche Tange
Sazen, e la vicenda si complica ulteriormente. La macchina da presa si
mantiene piuttosto immobile e l’uso di campi lunghi e totali è prevalente.
La vicenda, complessa ma ben orchestrata, diverte e coinvolge. L.S.
Ninjō
Kamifūsen (Sentimenti umani e
palloncini di carta), 1937, b/n
E’ il più famoso
film di Yamanaka, e mostra un samurai senza padrone, Matajurō, ridotto in
miseria e costretto a vivere in un distretto povero della capitale. Incapace
di trovare un lavoro degno, mentre la moglie fabbrica palloncini di carta per
sopravvivere, si lascia coinvolgere nel rapimento di una ricca giovane.
Perduta così la dignità, perde anche il rispetto della moglie e la vicenda
si chiude tragicamente con un doppio suicidio. Yamanaka usa campi lunghi con
la macchina da presa posta in basso, inquadrature profonde e illuminazione
contenuta, ottenendo un risultato di estrema raffinatezza. E’ certo una
delle scelte più felici della retrospettiva. L.S.
Mizoguchi
Kenji (1898-1956)
Debutta alla regia
nel 1923 alla Nikkatsu, e i quarantadue film che diresse negli anni Venti lo
caratterizzarono come un regista prolifico ed eclettico, con una media di 10
film all’anno che spaziavano dai melodrammi ai polizieschi, la pressoché
totalità dei quali andati purtroppo persi. Attraverso questa varietà di
temi, Mizoguchi si concentrò progressivamente sulla piccola borghesia e sui
dilemmi sociali che la donna giapponese doveva affrontare. La principale
caratteristica del suo cinema diventeranno questi personaggi femminili carichi
di forza e passione, spesso oggetto di una spietata mercificazione da parte
degli uomini. Pur scegliendo situazioni cariche di emozioni, nelle riprese
adottava un approccio "de-drammatizzante": ad esempio le scene più
intense erano inquadrate a distanza, spesso a campo lungo, o con i personaggi
coinvolti, di spalle allo spettatore o nascosti da muri o da ombre. Continua a
lavorare nel periodo bellico, in linea con il clima celebrativo del primato
giapponese, producendo comunque opere degne di nota, al di là della
faziosità dei contenuti. Nel dopoguerra riprende la sua analisi di un cupo
mondo femminile, sia attraverso opere in costume che di ambiente
contemporaneo. Regista di contrasti (città-campsgna, ricchezza-povertà,
profanazione-religiosità), è universalmente riconosciuto come uno dei più
grandi cineasti di tutti i tempi. L.S.
Genroku Chūshingura
(I 47 fedeli dell’epoca Genroku), 1941-42, b/n
Nell’epoca Tokugawa,
diciottesimo secolo, un gruppo di 47 samurai divenuti rōnin, senza
padrone, progettano vendetta contro il responsabile: Kira. Questi, consigliere
dello Shōgun, aveva provocato il loro signore Asano, condannato poi al
seppuku rituale (harakiri) per averlo aggredito, pur reagendo alla
provocazione. I 47 samurai svolgono il loro compito consci della punizione che
li attenderà. Girato nel 1941 e distribuito in due parti, fu uno dei progetti
più impegnativi e prestigiosi portati avanti nel difficile momento storico, a
celebrare la virile etica dei guerrieri del Sol Levante. La vicenda, notissima
al pubblico giapponese, è la storia più volte rappresentata sugli schermi
nella storia della cinematografia nipponica: se ne contano più di 130
versioni, e quasi non passa anno che non se ne produca una nuova
interpretazione. Le versioni precedenti a quella di Mizoguchi, raccontavano la
storia per mezzo di vigorosi duelli e forti emozioni. Mizoguchi, invece, tolse
enfasi e drammaticità al racconto, indugiando a lungamente sulla lenta
pianificazione e gestazione della vendetta, sulla accettazione pacata della
loro missione e sulla rassegnazione alla pena capitale che li attenderà. La
battaglia finale avviene fuori scena ed è resa nota al pubblico attraverso
una missiva alla vedova di Asano in cui si racconta che vendetta è stata
fatta. A conferire nobiltà al dramma l’impressionante uso del piano
sequenza, portato all’estremo, con sole 144 inquadrature, quindi meno di uno
stacco ogni novanta secondi. Un classico, imperdibile. L.S.
Meitō Bijomaru
(La splendida spada Bijomaru), 1945, b/n
Alla fine del periodo
Edo, il campione di spada Onoda Saemon, durante uno scontro, spezza in due la
propria arma e per questo viene esiliato dal clan. Un altro membro, innamorato
della di lui figlia Sasae, lo aiuta a tornare, ma sentendosi rifiutare la mano
di lei uccide Onoda. Sasae fa fabbricare allora una spada portentosa con cui
lei stessa vendicherà il padre. Mizoguchi diresse questo jidai-geki tornato
in patria dopo alcune ricerche per un altro film in Cina. In esso è evidente
la scarsità di mezzi dell’industria cinematografica nell’ultimo periodo
della guerra, e lo stile è molto più ortodosso che in Genroku Chūshingura.
Il film è spesso caratterizzato da un tono leggero e spensierato che sconfina
a volte nella parodia. Il lieto fine, insolito nell’ambito della produzione
complessiva del regista , testimonia il suo scarso interesse al prodotto. E’
comunque significativo che si faccia di nuovo largo il tema della donna, uno
dei tratti distintivi della sua poetica. L.S.
Nakagawa
Nobuo (1905-1984)
Aiuto regista di
Makino Masahiro e sceneggiatore entra alla Tōhō, dove realizza
alcuni titoli di successo legati all’interpretazione dell’attore Enomoto
Ken’ichi, noto come Enoken. Nel dopoguerra diventa uno dei maestri dei film
di genere, spaziando dallo slapstick al melodramma, e soprattutto legando il
suo nome alla produzione horror. Gran parte delle sue storie è ambientata in
atmosfere noir del passato. Lo stile è caratterizzato da una fotografia
surreale: le tinte caratterizzano i personaggi e gli oggetti, con particolare
attenzione al cromatismo del teatro classico giapponese. Gli "effetti
spettrali", di grande impatto per l’epoca, intervengono nelle
inquadrature aumentando di ritmo man mano che il racconto tocca le note più
drammatiche. Sotto lo sguardo oggettivo, non critico, del regista, personaggi
di varie estrazioni si scontano con fantasmi reali o metaforici in un
crescendo visionario. Si è dedicato anche a numerose produzioni televisive.
L.S.
Enoken no ganbari
senjutsu (Enoken e la strategia
della perseveranza), 1939, b/n
Esemplare della
produzione comica, slapstick, del regista, questa pellicola narra la storia di
due vicini di casa e colleghi di lavoro che si detestano mortalmente, in una
girandola di situazioni grottesche in cui i due tentano continuamente di
mettersi reciprocamente in cattiva luce, per poi aiutarsi, però, nel reale
momento del bisogno, senza deporre per questo le armi. Protagonista è Enomoto
Ken’ichi, uno dei più popolari attori giapponesi di tutti i tempi. L.S.
Tōkaidō
Yotsuya Kaidan (I fantasmi di
Yotsuya del Tōkaidō), 1959, colore
Samurai di condizioni
modeste, Iemon, vuole elevare la sua posizione con ogni mezzo. Ucciso il padre
di Oiwa per sposarla, grazie alla complicità di un servo corrotto che mira
alla mano della sorella di lei, dopo altri crimini non esita ad uccidere in
modo orribile la moglie nascondendone il cadavere, per sposare la più ricca
Oume. Dalla prima notte di nozze il fantasma di Oiwa tornerà per tormentarlo.
Iemon continuerà nella sua catena di omicidi, fino al compiersi della
vendetta da parte della sorella di Oiwa e del fidanzato di lei. Nakagawa fa
uso di tecniche sorprendenti per rappresentare il mondo degli spiriti, di
forte effetto. E’ un’opera emblematica del suo stile orrorifico, e
pienamente riuscita. L.S.
Altri
registi
Nihon kyōkaku
den (Japanese Kyōkaku Story) di
Makino Masahiro – 1964 – Toei – 98’
Tra i clan Masa e
Ōki c’è una tensione palpabile per accaparrarsi una specie di appalto.
Il nobile Chō, appartenente al clan Masa, diventatone suo malgrado
leader, cerca di seguire la strada meno violenta possibile alla soluzione del
conflitto, ma il clan Ōki ricorre ai trucchi più sporchi ed è
inevitabile uno scontro finale dove saranno in molti a cadere. Il regista, che
nel complesso ha diretto ben 261, prima della guerra nei suoi numerosi film in
costume tratteggiava preferibilmente dei rōnin in rivolta contro le
ingiustizie sociali. Nel dopoguerra aggiorna questa tematica ai suoi
ninkyō eiga ossia film di yakuza che ancora incarnano uno spirito
cavalleresco. Il film qui presentato è un chiaro esempio di questa attenzione
sociale, ma la sceneggiatura è estremamente didascalica senza trovare una
presentazione lineare della vicenda, finendo per rendere la pellicola
onestamente datata e di scarso interesse al di fuori di una prospettiva
storica. A.F.
Naruse Mikio
(1905-1969)
Uno degli indiscussi
maestri del gendai-geki, dramma di ambientazione moderna. Iniziò alla
Shochiku nel 1930 girando film sugli impiegati e commedie, prima di scoprire
il tono più severo e pessimista che caratterizzerà la sua produzione matura.
Passato alla Tōhō affronta storie di prostitute, marinai, madri sole
e in difficoltà; con questa serie di duri melodrammi Naruse si impone come
straordinario direttore di attrici, interpreti di donne indipendenti e dotate
di un forte senso della dignità. La sua opera nel complesso risulta venata da
un pessimismo e un senso di ineluttabilità del destino fuori dalla norma. Le
lunghe dissolvenze e i penosi primi piani che diverranno tipici del suo stile,
sono gli strumenti attraverso cui vuole esprimere la soffocante pressione
esercitata sulle donne dalla società. Lascia che la macchina da presa esplori
pacatamente lo spazio, con rari movimenti, usando particolari angolazioni per
cogliere gli sguardi. Durante gli anni del conflitto continua a lavorare, ma
è dal ’51 che torna ad essere grande artigiano di atmosfere in cui la donna
torna ad essere protagonista. Nonostante le numerose retrospettive in Europa,
Naruse rimane uno dei maestri più dimenticati della cinematografia nipponica.
A Venezia viene presentato uno solo dei suoi lavori. L.S.
Sanjūsangendō
tōshiya monogatari (Storia
dell’arco nel tempio Sanjūsangendō), 1945, b/n
Sconfitto in una gara
di tiro con l’arco presso il tempio di Sanjūsangendō, il padre di
Daihachirō deve commettere harakiri. Il giovane viene allora allevato da
una signora vicina al padre affinché segua le orme di questi. Passati cinque
anni, è il suo turno di prendere parte alla competizione, grazie all’aiuto
di un grande arciere. Si tratta del primo film in costume (non chambara) di
Naruse. Le riprese furono effettuate tra gennaio e maggio del ’45, in pieno
conflitto, con tutte le ristrettezze e limitazioni che ciò comportava. Naruse
fu fra i pochi registi a continuare a lavorare durante la guerra, cercando di
evitare di aderire alle tendenze filo-governative delle produzioni dell’epoca.
Quest’opera di compromesso, che celebra lo sforzo umano , alludendo all’impegno
richiesto alla popolazione in quel difficile frangente, è un prodotto un po’
"atipico" e lontano dalle tendenze del regista. L.S.