La lingua del santo di Carlo Mazzacurati

Sergio Gatti

Carlo Mazzacurati, già autore drammatico con film come Un’altra vita e Vesna va veloce, segue la strada già intrapresa da Silvio Soldini con Pane e tulipani, e tenta la carta della commedia, ma al contrario del suo collega milanese, non gira un film completamente scanzonato, ma un’opera in bilico tra ironia e malinconia, un film, come ha detto lo stesso Mazzacurati, «Malincomico». La lingua del santo, passato in concorso al festival di Venezia, racconta di due ladruncoli più o meno occasionali (Antonio, giocatore di rugby, che semplicemente non vuole lavorare; Willy, un disoccupato per di più in conflitto con sé stesso da quando la moglie l’ha lasciato) che altrettanto occasionalmente si ritrovano a rubare la più preziosa delle reliquie di Sant’Antonio da Padova, la sua lingua per poi chiedere un riscatto. Il Vaticano non vuole pagare, ma si fa avanti un piuttosto indignato industriale veneto disposto a riscattare la lingua. Fra decisioni e ripensamenti i nostri due anti-eroi si avvieranno verso questa picaresca avventura i cui risvolti conclusivi si riveleranno esistenzialmente imprevisti.
Un bel film di Mazzacurati che dimostra così di essere a suo agio anche nei momenti comici, che costruisce più che bene entrambi i personaggi, ma dà comunque più risalto a Willy, curandone la crisi esisteziale con interessanti soluzioni visive offerte soprattutto da certi movimenti di macchina che fanno ruotare il paesaggio intorno a lui o rendono le sue soggettive immaginarie degli sguardi aerei e sognanti, i quali, anche quando finiscono col fissarsi sull’oggetto del desiderio (la moglie) restituisco comunque un buon senso di struggente purezza. Ad ogni modo anche il personaggio di Antonio è ben costruito e lasciato un po’ più in secondo piano, probabilmente perché è nella sua natura essere maggiormente defilato e anonimo, indifferente alla realtà che gli sta attorno e legato unicamente a se stesso e ai suoi bisogni essenzialmente terreni, e dunque non sentimental-esistenziali come lo sono quelli di Willy (anche il finale non fa che sottilineare questa differenza tra i due ladruncoli).
La lingua del santo è un film che non perde mai il suo ritmo tranquillo ma non rallentato, cadenzato da numeri comici molto divertenti (i primi furti, il tentativo fallito di tirare il collo ad un gallo "che somiglia a Ringo Starr", certi scambi di battute tra Willy e Antonio, l’apparizione in sogno del Santo o l’appello televisivo stile pubblictà progresso dell’industriale veneto) e momenti più malinconici (le già citate soggettive immaginarie di Willy con protagonista la moglie, i momenti di solitudine in laguna, la luce soffusa del tramonto in laguna che sottolineano il travaglio interiore di Willy, il finale), i quali tuttavia non hanno il soppravvento sui primi, segno che il regista sa davvero con esattezza come comportarsi con la commedia. E naturalmente, al di là del suo ritmo, gran lode va all’originalità della trama del film che riesce a fare della storia di un furto una vicenda, almeno mi pare, assolutamente inedità (insomma, mi sembra che non si siano mai avuti casi di furti di reliquie sacre con conseguente richiesta di riscatto né nella finzione – cinema, letteratura o tv – né nella realtà).
Bravissimi tutti gli interpreti: la parte del leone spetta a Fabrizio Bentivoglio (nel ruolo di Willy) che rende la crisi del suo personaggio senza farla pesare eccessivamente e senza mutare il personaggio in una figura esclusivamente drammatica; analogamente Antonio Albanese (nel ruolo di Antonio) sveste i panni del puro comico televisivo (comunque bravo) per rivestire quelli di un personaggio senza più illusioni e anzi bardato di quel po’ di cinismo che gli permette di sopravvivere ridendo e gridando alterativamente, ma comunque anche per lui, senza essere né troppo comico né troppo drammatico; impagabile anche Giulio Brogi nei panni del collerico e devoto industriale veneto disposto a sborsare parecchi soldi per ridare la lingua al Santo, che con questo personaggio offre non pochi momenti spassosi; vanno inoltre menzionati Ivano Marescotti, l’antipatico secondo marito dell’ex-moglie di Willy, che interpreta perfettamente un volgare uomo di successo, così come Isabella Ferrari ben interpreta una moglie stanca del suo ex, ma ignara del vero volto dell’uomo a cui s’è unita: forse l’unica sua peccata è di rivestire i panni di un personaggio un po’ sacrificato nella trama del film, ma d’altra parte è Willy il narratore-protagonista, mentre lei è soprattutto una sua immagine ideale da riconquistare.
Un bel film, una gradevole sorpresa giunta da un bravo regista drammatico, che come Soldini ha dimostrato come sia possibile ridare respiro alla gloriosa commedia italiana troppo spesso invischiata in pastoie di bassa matrice televisiva.