Ritorno a casa di Manoel de Oliveira
 
Luca Malavasi
 
In una Parigi dimessa e circolare come la sua ruota panoramica – ma nel senso di abituale e abitudinaria – il portoghese Manoel de Oliveira, “decano” dei registi europei, oggi novantanduenne, ambienta il suo ultimo film, “Ritorno a casa”, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes dove il protagonista, uno straordinario Michel Piccoli, avrebbe forse meritato un premio per la sua interpretazione di Gilbert Valence, noto attore di teatro cui viene annunciata, al termine di una replica del “Berengario” di Ionesco (in cui compare, in “amichevole partecipazione”, anche Catherine Deneuve), la morte della moglie, della figlia e del genero in un incidente stradale. Miracolosamente salvo solo il nipotino.
“Qualche tempo dopo” ritroviamo l’attore diviso fra il presente e il passato: dalla finestra della sua stanza, in un controluce che ne sottrae il volto allo spettatore, Piccoli contempla prima l’irrequieta giovinezza del nipote, poi le icone della memoria incorniciate da un portafotografie. La sottrazione della sua identità fisica è perseguita da Oliveira fino al punto in cui vita e teatro, nelle sue parole, non arrivano a saldarsi, durante una delle tante scene ambientate in un bar; fin lì, abbiamo lungamente visto e ascoltato solo l’attore, senza mai udire la voce dell’uomo, trovandosi la macchina da presa sempre nel suo “controcampo”, per esempio all’esterno del bar quando ne è all’interno, all’interno di un negozio mentre firma autografi guardando le vetrine. Cancellato uditivamente ma anche visivamente, nei controluce e nelle lunghe inquadrature che insistono per esempio sulle sue scarpe, con curiosi effetti “avanguardistici”, quasi “dada” in un film altrimenti di straordinaria compostezza e sobrio realismo.
Ciò che De Oliveira ritarda giocando a nascondino con il corpo Piccoli sono per l’appunto un’affermazione e un disvelamento circa il suo personaggio, tenuti a bada sotto il trucco e i costumi di scena: l’affermazione della propria solitudine e separatezza e il disvelamento della propria fragilità di fronte alla morte, atti produttivi di un nuovo ricominciamento, di un necessario passo avanti sulla strada della vita (abitata, un po’ dovunque, da ladruncoli che di notte ti rubano giacca, orologio e scarpe).
Che l’attore abbia a poco a poco ridotto se stesso a un manichino (immagine su cui si apre il film), fatto per adattarsi alle forme degli abiti altrui ma altrimenti nudo e atono, lo rivela bene anche il ritorno dell’”identico”, per cui il film appare declinato interamente all’“imperfetto”: inquadrature identiche, gesti identici, tempi identici ma anche, più sottilmente, dettagli come lo stesso quotidiano letto in giorni diversi.
Alla fine Piccoli azzarda un tentativo per “ripartire”, ma con cautela, con una cosa che gli piace e non lo spaventa o lo disgusta (come invece la televisione e l’ipotesi di una relazione con una giovane attrice): sceglie di interpretare il ruolo di un “giovane” in un film ispirato all’”Ulisse” di Joyce e diretto da Mr. Parker, un importante regista interpretato da John Malkovich. Si fa truccare – scena straordinaria e sottilmente crudele – e in soli tre giorni cerca di imparare la parte. Ma continua a sbagliare, anche dopo aver perso una notte a leggere il testo, è stanco e insoddisfatto. Ed è allora che, simile al Berengario che apre il film, l’attore si allontana, lasciando cadere il suo mantello per tornare “a casa”. Non chiedendo altro che di vivere ancora un po’ nel nero-controluce della sua stanza, fra la cornice della finestra che si apre sul futuro e quella del portafotografie che addomestica il passato. Volentieri cedendo ai suoi folli e assurdi re il proprio diritto di parola e azione.