Due amici di Spiro Scimone e Francesco Sframeli
Sergio Gatti
 
 
Visto in anteprima alla 59ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
 
Premio Isvema "Opera prima" del SNCCI e Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" Leone del Futuro.
 
Pino e Nunzio sono due siciliani emigrati in una città del Nord. Dividono lo stesso appartamento, ma parlano poco tra loro e sono caratterialmente due opposti. Nunzio è sempliciotto, ingenuo e molto ciarliero, l’altro invece è alquanto freddo e misterioso. Tuttavia la freddezza del secondo è talmente incalzata dalle continue domande, spesso paradossali, di Nunzio che Pino, pur limitandosi a risposte secche, si dimostra sempre più disponibile nei confronti del suo coinquilino. Nunzio è operaio in una fabbrica di vernici e il lavoro mina seriamente la sua salute. L’attività di Pino è invece misteriosa, certamente illecita, caratterizzata da "viaggi" fatti su ordine di un pescivendolo poco raccomandabile. L’infelice amore di Nunzio per la commessa Maria e l’aggravarsi della sua malattia avvicinano i due coinquilini che in pratica sono ormai amici. Pino sceglie anche di compromettere il suo lavoro per altruismo nei confronti di Nunzio, si sbarazza del pescivendolo (che s’intuisce essere un "mandante") e decide di dare all’amico almeno l’illusione di una nuova vita.
Il più bel film italiano (nonché il più insolito) presentato al Festival di Venezia 2002 è una interessantissima opera d’esordio. Pur essendo tratto da un testo teatrale (Nunzio di Spiro Scimone, diretto in teatro da Carlo Cecchi e interpretato dagli stessi attori del film), Due amici non ne risente minimamente e anche la regia di Scimone e Sframeli si dimostra sufficientemente solida ed equilibrata, tralasciando inutili virtuosismi, ma evitando anche l’eccessiva staticità a cui può portare un testo teatrale rifatto al cinema. Le soluzioni trovate con la macchina da presa e con il montaggio fanno di Due amici un film stilisticamente ben risolto, dove il rigore la fa da padrone, scavalcando il realismo, gettandoci dentro una città senza nome e ponendo così in perfetta sintonia con una narrazione a tratti straniante. In quanto a bellezza stilistica è anche importante il lavoro sulle luci di Blasco Giurato, il quale, senza servirsi di una fotografia troppo esibita (la cosiddetta "bella fotografia, troppo bella), organizza una illuminazione a metà strada tra il contrasto sfumato e avvolgente di luce e ombre degli ambienti scuri e la piena luce dell’appartamento. Qualcuno ha scritto che le luci di questo film ricordano sia quelle di un film di Tornatore (per il quale Giurato ha lavorato) che quelle di Così ridevano di Amelio, e in effetti non c’è miglior descrizione del lavoro impeccabilmente svolto da Giurato.
Tutta l’atmosfera del film, al quanto singolare, e il mistero che ammanta la vicenda, s’appoggiano però soprattutto alla recitazione per opposti che caratterizza i due interpeti Scimone e Sframeli. Entrambi, ognuno a suo modo, interpretano personaggi straniati dal reale, chi per troppe chiacchiere, chi per troppi silenzi. Sframeli (che interpreta Nunzio) è piuttosto statico benché chiacchierone, ma questo non guasta. La rigidità fisica e la loquacità nei dialoghi ben evidenziano la psicologia del personaggio, impacciato nei rapporti con gli altri, ma desideroso di averne a tutti i costi. Invece Scimone (nel ruolo di Pino) punta su una maggiore essenzialità. Il suo Pino non fa mai una mossa di troppo e quindi ben si amalgama col reale senza dare nell’occhio, ma, d’altra parte, è anche ambiguamente taciturno, il che ci fa capire che col reale più quotidiano ha ben poco a che fare.
Due amici è quindi un felicissimo esordio, forse con qualche episodio secondario di troppo (ad esempio lo sketch del padrone di casa – Felice Andreasi – a caccia di chi danneggia i campanelli degli appartamenti), ma comunque anche e soprattutto l’interessantissima opera prima di due autori di talento.