Il tempo dei cavalli ubriachi di Bahman Ghobadi
Matteo Migliavacca
C’è un popolo che vive ai margini del mondo, senza una patria e dimenticato da tutti. E’ il popolo curdo, circa 20.000.000 di persone che vivono qua e là tra l’Iran, l’Iraq e la Turchia. A dire il vero, non proprio dimenticato da tutti: l’Iraq e la Turchia se ne ricordano benissimo, e da anni stanno cercando di eliminarlo attuando un vero e proprio genocidio, con soldi e soprattutto armi di provenienza prevalentemente occidentale.
Di questo popolo fa parte il giovane regista di nazionalità iraniana Bahman Ghobadi che con Il tempo dei cavalli ubriachi porta a compimento il progetto iniziato con il cortometraggio Vita nella nebbia, vincitore del premio speciale della critica al festival di Clermont-Ferrand nel 1999 e premiato lo stesso anno anche a Pesaro.
E di questo popolo fa parte anche la piccola Amaneh, che nel film, presentato alla Quinzaine des realisateurs a Cannes 2000, ci racconta la storia della sua famiglia, o di quello che che ne rimane: cinque fratelli orfani della madre e presto anche del padre che cercano di tirare avanti tra mille difficoltà. Vivono in Iran, vicino al confine con l’Iraq, tra montagne innevate, contrabbandieri e mine antiuomo. Uno di loro è gravemente ammalato e necessita urgentemente di una costosa operazione; Ayoub, il maggiore (età apparente circa 15 anni) lavora oltre le proprie possibilità fisiche per cercare di aiutarlo, ma non è facile… Le condizioni meteorologiche sono proibitive, i pacchi da trasportare sono molto pesanti e Ayoub non possiede un mulo. Come la bicicletta nel film di De Sica (o nel recente Le biciclette di Pechino del cinese Wang) il mulo è uno strumento necessario per la sopravvivenza: senza un mulo non è possibile lavorare, o comunque il lavoro non è abbastanza redditizio per mantenere cinque persone.
Quello descritto nel film è un mondo di bambini costretti a diventare adulti troppo presto, dove ogni giorno si può restare orfani o saltare su una mina, e dove un quaderno, come quello che Ayoub regala ad Amaneh, sembra il dono più prezioso. Il finale è aperto, lasciando spazio alla speranza ma facendo anche intuire che le sofferenze non sono finite.
La camera a mano di Ghobadi scava nella sofferenza dei personaggi in un film crudo, senza velleità poetiche ma con il preciso e dichiarato obiettivo di denunciare le sofferenze di un intero popolo. Il cinema iraniano si conferma uno dei più vitali sulla scena mondiale; anche se qualcuno comincia ad avere perplessità dovute alla "furbizia" con cui certi film verrebbero confezionati per piacere al pubblico dei festival europei, mi pare che i risultati siano spesso di buon livello. In particolare poi in questo caso, come ad esempio nell’altrettanto bello Sotto la pelle della città visto a Torino e non ancora distribuito in Italia, la partecipazione alla sorte dei personaggi sembra sincera e la denuncia efficace.
Forse non è un capolavoro, sicuramente un film da vedere, soprattutto per chi ancora crede che il Cinema non debba essere solo intrattenimento ma anche arte, cultura, impegno.
 
PER SAPERNE DI PIU':
Sul film:              il sito ufficiale
Sul regista:         Bahman Ghobadi su Kurdishmedia
Sul popolo curdo: Kurdistan
                        KurdishMedia