Ricordati di me di Gabriele Muccino
Sergio Gatti
 
Faccio una premessa: non ho mai visto nessuno dei precedenti film di Muccino. Ecco fatto e Come te nessuno mai mi sono semplicemente sfuggiti, mentre per quanto riguarda L’ultimo bacio sono invece stato vittima di quello snobismo che faceva dire ad alcuni che il film non fosse nulla di speciale, solo qualcosa di "modaiolo" visto l’enorme successo che ha avuto. Vedendo oggi Ricordati di me, comincio a pensare che Muccino meriti molta attenzione.
Questo film racconta tante storie quanti sono i componenti della famiglia protagonista, i Ristuccia: il padre Carlo, la madre Giulia e i figli Paolo e Valentina. (1) Carlo e Giulia vivono un rapporto ormai piuttosto logoro e le cose peggiorano quando Carlo s’innamora di Alessia, una sua vecchia fiamma. (2) Giulia, mentre la crisi famigliare le si stringe addosso, insegue un sogno abbandonato anni addietro: fare l’attrice teatrale. (3) Paolo cerca una identità, un modo per lasciare un segno che lo renda ben riconoscibile agli altri e a sé stesso: l’unico modo gli sembra quello di organizzare una festa memorabile. (4) Valentina vuole fare a tutti i costi la valletta in tv ed è pronta a passare su tutto e tutti. Le quattro storie s’intrecciano e disegnano il ritratto di una profonda crisi famigliare.
Gabriele Muccino probabilmente non ha mai realizzato un film così riuscito. La descrizione psicologica di tutti i personaggi è piuttosto convincente e il susseguirsi degli eventi non fanno generalmente prevedere dove la storia andrà a parare. Può in un primo tempo stupire che il regista scelga di arrivare ad una soluzione dei conflitti, ad una riconciliazone dei personaggi, ma il finale aggiunge del dubbio e dell’incertezza sulla serenità ritrovata e dà originalità e spessore alle precedenti scelte ottimistiche, solo apparentemente gratuite. C’è infatti del sommerso nella serenità ritrovata, c’è qualcosa di grigio nel sorriso di Carlo che chiude il film, un sorriso ambiguo che cela un po’ di inquietudine. Le uniche pecche riscontrabili nella costruzione della trama sono la presenza di una voce fuori campo rara (c’è solo due volte nel film), ma anche assolutamente inutile, certi dettagli di troppo (come ad esempio una telefonata chiarificatrice di Valentina al suo ex fidanzato) o certe manchevolezze (la figura di Alessia avrebbe meritato un po’ più di approfondimento).
La regia di Muccino è molto diligente, precisa, attenta a quello che fa, anche se a volte si lascia prendere un po’ la mano dagli svolazzi di steadycam. Comunque sia, a parte questo, ci sono innumerevoli momenti ottimamente composti. In primo luogo la scena della discussione in auto tra madre e figlia: Paolo sembra soltanto un elemento dello sfondo, ma improvvisamente viene posto in primo piano da un cambiamento di profondità di campo quanto mai espressivo, poiché necessario a spiegare il rapporto del ragazzo con la sorella e, più genericamente, il suo modo di rapportarsi con chi lo circonda; c’è poi la prima lite in casa, un piano sequenza con macchina mano davvero bello e coinvolgente; infine la sequenza dei provini per diventare vallette: è un momento assolutamente impressionante, in cui la velocità e l’accumulo vanno di pari passo con la disumanizzazione dell’ambiente che si vuole rappresentare.
Il cuore del film è essenzialmente la crisi famigliare, ma attorno a essa ruota un vuoto o una disperazione più generali che danno senso al titolo del film, che lo trasformano in una invocazione, proprio perché tutti i personaggi vogliono essere qualcuno per qualcun altro e dunque essere ricordati. È soprattutto in questo SOS lanciato dai protagonisti che il film può dirsi assolutamente riuscito.
Molto azzeccato tutto il cast. Se non stupisce la bravura di Fabrizio Bentivoglio e di Laura Morante, vanno per lo meno segnalate le performance di tutti gli altri interpreti: Silvio Muccino, a parte una voce non sempre perfettamente chiara (dettaglio comunque abilmente sfruttato in una battuta del film), regge molto bene il suo personaggio confuso dalla vita; Nicoletta Romanoff, qui al suo esordio, buca letteralmente lo schermo diventando anima e corpo del suo personaggio, apparentemente sfacciato e superficiale, ma in realtà soprattutto infinitamente fragile; Gabriele Lavia, nella parte di un regista teatrale è molto intenso, e benché rischi di andare a volte sopra le righe, sa sempre mantenersi in "equilibrio"; Pietro Taricone, ormai lontano dalla tv del grande fratello, sta cercando di costruirsi una carriera d’attore: qui dà corpo e voce ad un volto della tv, un individuo superficiale ma, per certi aspetti, anche chiuso e triste: la parte che gli è stata affidata non sarebbe niente di straordinario per un buon professionista, ma per uno che fino a non molto tempo fa parlottava solo in dialetto i risultato è molto positivo. Monica Bellucci è più sommesso di quanto il cinema le abbia mai permesso di essere e proprio per questo giunge alla sua prova migliore anche se il personaggio avrebbe meritato più spazio a scapito magari di qualcos’altro di troppo.
Complessivamente Ricordati di me è un film ben scritto e ben diretto, un film che avrà certamente un meritato successo.