| 1. Premessa:
una modernizzazione senza modernità
Se con il termine “modernità”
si definiscono i simboli e i valori rappresentati dalla democrazia e dalla
libertà individuale, mentre con “modernizzazione” la dinamica di
trasformazione di una società in senso moderno, attraverso la diffusione
d’innovazioni sul piano tecnologico, economico e sociodemografico, è
allora possibile parlare di “modernizzazione senza modernità” [Eisenstadt,
p. 41]. Questa sembra essere la situazione del Pakistan, poiché
l’innovazione strutturale, lungi dall’accompagnarsi ad una democratizzazione
politica ed economica della società, ha innescato stridenti distorsioni
socioeconomiche.
Quando, nell’agosto
1997, il Pakistan ha iniziato le celebrazioni per il cinquantenario dell’indipendenza,
la situazione lasciava ben poco spazio ai festeggiamenti: nonostante il
ritorno alla democrazia nel 1988, il potere politico continua ad essere
largamente controllato dai grandi proprietari terrier), dai burocrati e
dai militari, in condizioni che si configurano come la continuazione di
fatto del passato coloniale. Sotto il profilo economico, inoltre, i miglioramenti
degli ultimi decenni non solo non si sono mai tradotti ne in una incisive
riforma terriera, ne nell’eliminazione dell’analfabetismo, ma hanno finito
per essere frenati dalle nazionalizzazioni e dalla mancanza di investimenti.
Questo ha lasciato ai margini dello sviluppo la maggioranza della popolazione.
2. L’islamizzazione
della società pakistana e le sue peculiarità
Dal generale Zia fino
a Nawaz Sharif, compresa Benazir Bhutto, tutti i leader pakistani si sono
appellati alla religione islamica come ragione ultima delle proprie scelte
politiche, arrecando gravi danni tanto al sistema democratico quanto all’islam
stesso [AS 9 settembre 1997, pp. 833-839]. Recentemente, a proposito di
conservatorismo religioso, sono da segnalare le nuove direttive in materia
di censura televisiva introdotte dall’attuale primo ministro Nawaz Sharif:
uomini e donne non potranno più apparire insieme sugli schermi televisivi,
non più “jeans e capelli lunghi”, ma promozione della “cultura pakistana”,
qualsiasi cosa essa sia [W/PN 2 novembre 1997]. Tali direttive hanno lo
scopo di ingraziarsi quella fascia di elettorato tipicamente conservatrice
che, tuttavia, non mostra di avere molta simpatia per l’attuale governo
pakistano [CSA luglio 1997, p. 270].
A dispetto del suo
nome (Repubblica islamica) il Pakistan non era stato concepito dal suo
fondatore Muhammad Ali Jinnah come uno Stato teocratico. Non a caso, fino
alla fine degli anni ‘70, gli incidenti interconfessionali, seppur presenti,
erano l’eccezione più che la norma. Ma, con l’avvento della dittatura
del generale Zia Haq (1977-88) e con l’occupazione sovietica dell’Afghanistan
negli anni ‘80, la destra religiosa sunnita si è notevolmente rafforzata,
in larga parte grazie all’afflusso di fondi inviati dall’Arabia Saudita
e dei dollari e delle armi provenienti invece dagli Stati Uniti. Nello
stesso periodo è stata istituzionalizzata la cultura delle scuole
religiose, le madrassah [AM 1997, p. 161], sono state approvate leggi islamiche
e, infine, la flagellazione pubblica è diventata una pratica comune.
A questo ha fatto riscontro
l’eliminazione dalle università e dai college, in nome dei precetti
islamici, dei docenti più aperti. Una vicenda analoga a quella che,
nello stesso periodo, ha caratterizzato i media e, in genere, tutte le
attività culturali. Neppure l’esercito si è sottratto alla
trasformazione in corso: per volere dello stesso Zia vi è stato,
infatti, un sempre più massiccio ingresso nel corpo degli ufficiali
un tempo dominato dalle potenti famiglie di proprietari terrieri del Punjab
e della North West Frontier Province (NWFP) degli appartenenti alla piccola
e media borghesia, vale a dire, in Pakistan, gli strati sociali tradizionalmente
più conservatori. L’invasione sovietica dell’Afghanistan è
poi coincisa con la rivoluzione iraniana, che è diventata punto
di riferimento e fonte di ispirazione politica per la minoranza sciita
pakistana. A ciò si è contrapposta, nel 1984, la nascita
del Sipah Sahaba Pakistan (SSP), una formazione di estremisti sunniti favorita
dal regime dell’epoca e appoggiata dall’Arabia Saudita. Le madrassah, che
proliferarono negli anni ‘80, sono da allora diventate il centro di addestramento
e di reclutamento dei combattenti per la causa islamica. Molti di costoro
provengono dalle famiglie più povere del paese, in grado di assicurare
ai propri figli solo l’istruzione gratuita fornita dalle madrassah. Quando,
nel settembre 1996, Kabul cadde in mano alle milizie talibane, molti nel
Sind e nel Belucistan esultarono, non tanto per la vittoria dell’islamismo
sunnita, quanto perché tra quelle milizie c’erano molti giovani
pakistani.
Per un certo periodo
è sembrato che tutte le forze islamiche, indipendentemente dalle
loro differenze, si unissero in una guerra santa contro l’imperialismo
decadente ed ateo dell’occidente. Anche se questa prospettiva non è
divenuta concreta (anzi, le tensioni tra sunniti e sciiti si sono accresciute)
essa ha tuttavia alimentato la diffusione dell’islam politico [N febbraio
1998, p. 26]. Una diffusione a cui ha contribuito anche il vuoto ideologico
determinato dal crollo dell’URSS, vuoto che ha spinto l’intelligentjia
pakistana, fino a quel momento prevalentemente orientata a sinistra, a
cercare un nuovo punto di riferimento nel retaggio islamico.
Il risultato di tutto
ciò è che la società pakistana è oggi devastata
dall’aumento della violenza religiosa e dal commercio, dalla diffusione
e dall’uso di droga e armi. Di conseguenza, nonostante la radicata occidentalizzazione
della vita quotidiana, masse frustrate di giovani si trovano di fronte
alla scelta tra il crimine o la militanza armata, da un lato, e dall’altro
la ricerca di conforto nella fede. Alternative che spesso non si escludono.
Paradossalmente, però,
i movimenti politici islamici non hanno, in Pakistan, una diffusione veramente
significativa. Rivelatore, da questo punto di vista, è un sondaggio
pubblicato sulla rivista “Newsline”, da cui risulta che il 56,6% del campione
di popolazione in esame si è espresso a favore di una più
rigida applicazione della shariah, la legge islamica [N febbraio 1998,
p. 9]. Tuttavia, la maggioranza dello stesso campione si è dichiarata
contraria a votare per un partito confessionale, in quanto consapevole
delle manipolazioni politiche alle quali la religione è spesso soggetta.
La parola d’ordine dell’islamizzazione, infatti, si è rivelata fallimentare
nell’attrarre il sostegno popolare proprio perché l’identità
islamica della nazione non è stata mai messa in discussione. Inoltre,
anche se la religione ha un ruolo di primo piano nella vita dei pakistani,
pochi sono coloro che vorrebbero vedere il paese trasformato in uno Stato
teocratico. I partiti islamici, inoltre, non hanno mai affrontato chiaramente
le questioni economiche e sociali più vicine alla popolazione. Infine,
le Islamic Shariat Laws, introdotte dal generale Zia, hanno alimentato
divisioni interne agli stessi gruppi islamici. La base elettorale di tali
gruppi, sempre circoscritta, è declinata ulteriormente quando essi
hanno accettato di essere cooptati nella gestione del potere dal governo
militare. Un declino rivelato dalla perdita di consenso elettorale che
si è manifestata quando si è tornati al sistema democratico.
I partiti musulmani, infine, si sono ulteriormente indeboliti quando hanno
preso parte alla Islami Jamhoori Ittehad, l’alleanza islamica informale
che si schierò contro Benazir Bhutto, stemperando la loro identità
politica [AM 1997, p. l42].
3. L’introduzione
dell’Anti-Terrorism Act e le sue conseguenze
Nel 1997, la lotta tra
l’SSP e la sua controparte sciita, l’SMP (Sipah Mohammed Pakistan), non
ha dato tregua al Pakistan. Peraltro, anche a causa del probabile coinvolgimento
di servizi segreti stranieri, la situazione si è deteriorata, specialmente
nel Punjab. Il 1997 è stato in assoluto l’anno più violento
nella storia di questo Stato dove le forze dell’ordine si sono dimostrate
praticamente impotenti.
In questo contesto,
l’Assemblea nazionale e il Senato hanno approvato, il l3 agosto 1997, senza
un formale dibattito e in sole tre ore, l’Anti-Terrorism Act 1997 (ATA),
una controversa legge antiterrorismo che mina i diritti fondamentali dei
cittadini e che conferisce al governo federale il potere di costituire
tribunali speciali. La polizia e le forze armate, oltre a gruppi paramilitari,
dal canto loro sono state autorizzate ad aprire il fuoco “contro chi abbia
commesso atti terroristici o contro coloro nei confronti dei quali esista
un ragionevole sospetto che abbiano commesso o stiano per commettere simili
atti”, e a perquisire o arrestare, senza alcuna garanzia o permesso, e
a requisire qualsiasi proprietà o armi che si reputi siano finalizzate
a un uso terroristico [H settembre 1997, p. 32]. L’iter delle indagini
deve essere completato in sette giorni, anziché in due settimane,
e i procedimenti giudiziari devono arrivare al verdetto finale in una settimana
invece che in trenta giorni. Le alte corti di giustizia non hanno potere
di controllo sulle corti speciali, e le pene capitali sono confermate da
corti d’appello che hanno l’autorità di cancellare ogni rinvio a
giudizio. Una volta arrestati, gli accusati hanno solo sette giorni per
preparare la propria difesa.
Questa legge, non solo
trasferisce l’onere della prova sull’accusato, ma permette alla polizia
di usare elementi quali audio e registrazioni estorte durante la detenzione.
I giudici delle corti speciali, a differenza di quelli dell’Alta Corte,
possono poi essere trasferiti a discrezione dell’esecutivo. In sostanza,
l’assunto su cui si fonda l’ATA è che una giustizia sommaria e rapida
possa frenare il terrorismo diffuso in particolare nel Punjab. In passato
provvedimenti simili si sono dimostrati fallimentari a causa della lentezza
del sistema giudiziario. Nel caso dell’ATA, l’imposizione di scadenze cronologiche
restrittive, di fatto assai difficili da rispettare, porta all’aumento
della coercizione e della tortura da parte della polizia. I procedimenti
e quindi le esecuzioni diventano del tutto sommari. Inoltre la legislazione
vigente impedisce di fatto l’individuazione e la punizione di coloro che
fanno un uso distorto dei poteri concessi dalle leggi antiterrorismo.
Sharif aveva già
tentato di far approvare le misure dell’ATA durante il suo primo mandato,
nel 1990-93, riuscendovi in parte in un secondo tempo [AM 1994, p. 69].
Questi provvedimenti, che si erano rivelati inefficaci, vennero poi fatti
cadere dal governo di Benazir Bhutto.
L’approvazione dell’ATA
è stata favorita dall’eliminazione del cosiddetto VIII emendamento
[AM 1997, p. 145], che ha rafforzato i poteri del primo ministro. Il presidente,
che ha ora una funzione rappresentativa, non ha sollevato obiezioni, mentre
non sono mancate le proteste del potere giudiziario che hanno alimentato
il conflitto con il governo. Le leggi antiterrorismo hanno intaccato le
relazioni tra Sharif e alcuni suoi alleati, come il Munehada Quami Movement
(MQM), che non le ha votate [AM 1996, p. 52]. Dal canto loro, l’Awami National
Parti (ANP) e il Jamhoori Watan Party (JWP) hanno espresso in merito numerose
riserve. Solo il comandante in capo delle forze armate, generale Jehangir
Karamat, ha dato il suo consenso alle leggi antiterrorismo.
Il 15 maggio 1998,
a nove mesi dalla sua approvazione, 1’ATA è stato ridimensionato
da una commissione della Corte Suprema che vi ha riconosciuto dodici violazioni
dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Già in quella
data, comunque, era chiaro che l’introduzione delle nuove norme non si
era rivelata sufficiente a colpire il terrorismo: l’alto numero di vittime
della violenza, soprattutto nel Punjab, e l’incapacità del governo
di fronteggiare la situazione hanno condotto il Pakistan sull’orlo di una
guerra civile a base confessionale.
Quasi a voler prendere
le distanze dal governo, il Mohajir Quami Movement, dopo anni in cui aveva
rappresentato i mohajir, ha deciso di estendere la propria base politica
ad altri gruppi etnici e a tal fine, il 3 luglio 1997, ha cambiato il suo
nome in Muttehada Quami Movement, Movimento di unità nazionale.
Il termine mohajir aveva sempre limitato l’appartenenza al partito ai pakistani
di lingua urdu, discendenti di coloro che si erano trasferiti in Pakistan
dall’India al tempo della partizione, nel 1948 [CSA luglio 1997, p. 270].
Sebbene la leadership dell’MQM continui ad essere di lingua urdu, le parole
d’ordine a carattere etnico sono state bandite dai raduni del partito,
cercando così di garantire una nuova immagine pubblica. Tuttavia,
gli eventi non sembrano favorire una simile evoluzione, specialmente per
i veri e propri combattimenti che a Karachi hanno opposto i militanti dell’MQM
a quelli del rivale Mohajir Quami Movement Hiqiqi [AM 1996, p. 55; H aprile
1998, pp. 24-32].
4. L’accentramento
dei poteri
L’accentramento dei
poteri che Sharif ha messo in atto fin dall’inizio del suo secondo mandato
è continuato anche durante il 1997. Dopo aver esautorato il presidente
della Repubblica con l’abrogazione dell’VIII emendamento, il primo ministro
ha cercato di neutralizzare il potere giudiziario sottraendo alla Corte
Suprema molte competenze in materia di giudizi d’appello. L’erosione dei
poteri della Corte Suprema si è accentuata con la riduzione del
numero dei suoi membri (da 17 a 12). Le polemiche che ne sono seguite hanno
innescato una crisi politica che ha avuto contraccolpi sulla fragile economia
pakistana, alimentando anche la diffidenza degli investitori stranieri.
L’allora capo di Stato, Farooq Leghari, che si era rifiutato di sospendere
il Chief Justice dall’incarico, è stato costretto a presentare a
sua volta le dimissioni (2 dicembre 1997).
Il 1997 si è
chiuso con la nomina del nuovo presidente, Rafiq Tarar, uomo di scarsa
esperienza politica ma fedele a Sharif Tarar, senatore della Pakistan Muslim
League, è stato eletto con 642 voti sui 766 espressi collegialmente
dai due rami del Parlamento e delle quattro assemblee provinciali. La scelta
del nuovo capo dello Stato ha sollevato molti dubbi: durante la sua carriera
di giudice, Tarar ha mostrato sia la tendenza a colpire i diritti delle
minoranze religiose e delle donne, sia la disponibilità a introdurre
le punizioni islamiche. Il nuovo presidente, inoltre, ha sostenuto la segregazione
sessuale nelle scuole e si è espresso a favore dell’uso in pubblico
del velo femminile [W/PN 27 dicembre 1997].
L’attuale premier pakistano,
dopo aver nominato il fratello a capo del governo del Punjab ed essersi
assicurato la presenza di un fedele alla presidenza, e con il cambio della
guardia al vertice della Corte Suprema (dove si e insediato il giudice
Ajmal Mian), pare avviato verso la creazione di un regime autoritario personale.
Si tratta di un’involuzione favorita anche dal fatto che i controlli sul
suo operato sono oggettivamente limitati. Questo accentramento di poteri,
tuttavia, è forse anche frutto della fragilità elettorale
di cui gode effettivamente Sharif, asceso in virtù di un forte astensionismo
che gli ha consentito di contare su una maggioranza di due terzi del suffragio
che è probabilmente fittizia [N febbraio 1998].
L’accentramento dei
poteri voluto dal primo ministro ha acuito la questione delle autonomie
locali, soprattutto per ciò che concerne il Sind, il Belucistan
e la North Western Frontier Province. In quest’ultima provincia. l’ANP
ha deciso di uscire dalla coalizione di governo ponendo termine alla quasi
decennale alleanza con la Pakistan Muslim League [W/PN 26 febbraio 1998].
Si tratta di uno sviluppo nuovo e preoccupante, poiché negli ultimi
anni Sharif ha ottenuto l’appoggio politico in aree esterne al Punjab grazie
ad alleanze con l’ANP nella NWFP, l’MQM nel Sind e il JWP nel Belucistan
[W/PN 26 febbraio 1998]. Dopo la sua seconda elezione, però, la
popolarità di Sharif in queste province sembra essersi ridotta drasticamente,
anche per la maggiore attenzione prestata dal governo al Punjab rispetto
alle altre aree del paese.
5. L’economia
fino ai test nucleari del maggio 1998
L’economia pakistana
si è andata gradualmente liberalizzando, in un processo che comunque
è tutt’altro che concluso. Fra i settori aperti agli investimenti
stranieri vi sono 1’agricoltura, le infrastrutture, il turismo, il terziario.
Per il settore manifatturiero (18% del PIL), la nuova politica d’investimento
accorda piena protezione legale ai capitali esteri e nazionali: gli investitori
possono detenerne il 100% senza approvazione governativa (tranne che in
settori “strategici”, quali la produzione di esplosivi e di armi o la stampa
di banconote). Sono state poi rimosse le imposte di vendita e sono state
previste agevolazioni fiscali per gli impianti non costruiti in Pakistan.
Nel settore agricolo (24% del PIL), gli investimenti esteri rimpatriabili
sono permessi solo a certe condizioni: joint-ventures con un capitale estero
del 60%; ammontare di titoli esteri di almeno un miliardo di dollari; società
registrate; leasing di terreni, inizialmente fino a 50 anni. Nel caso dell’importazione
di attrezzature agricole non disponibili localmente, sono poi previste
esenzioni da tasse doganali e imposte di vendita. Infine sono state introdotte
facilitazioni per lo sviluppo di “zone industriali nazionali” [GoP maggio
1998.
L’economia pakistana
è comunque fragile, come dimostra il fatto che, negli ultimi anni,
la maggiore singola spesa prevista dal bilancio è rappresentata
dal pagamento degli interessi sul debito [W/DW l 3 giugno 1998], e che
il debito con 1’estero, secondo dati del marzo 1998, è in crescita
[W/PN 24 maggio 1998]. In questa situazione, dunque, gli aiuti internazionali
sono una conditio sine qua non alla sopravvivenza economica del paese.
Il 24 luglio 1997 è stato firmato l’ennesimo accordo tra Pakistan
e Fondo Monetario Internazionale (FMI), relativo a un programma di aggiustamenti
strutturali per un totale di 1,6 miliardi di dollari [H agosto 1997, pp.
85-86]. Il governo si è detto pronto a diminuire il deficit del
5% del PIL, raggiungere l’obiettivo di 282 miliardi di rupie di entrate
nel 1997-98, ridurre le tariffe al 35% in tre anni e, infine, ad effettuare
la riforma del sistema bancario. Nel 1994, il FMI aveva sospeso i pagamenti
per l’incapacità del governo Bhutto di raggiungere i parametri richiesti;
nel marzo 1995, dopo un nuovo accordo, l’emissione era state nuovamente
interrotta. I nuovi accordi sottoscritti nel dicembre dello stesso anno
avevano subito un’analoga sorte nel marzo del 1996, durante il governo
di Sharif. In questo caso, la sospensione degli aiuti economici internazionali
coincide con la decisione pakistana di investire, entro l’inizio del 1998,
25 miliardi di rupie nel programma nucleare. I versamenti, significativamente,
riprendono dopo la decisione di Islamabad di ritardare di un anno il progetto
nucleare. Alla vigilia delle sanzioni imposte dopo i test nucleari del
maggio 1998, la Banca Mondiale avrebbe dovuto aumentare il proprio finanziamento
annuale da 700 a 900 milioni di dollari, offrirne 250 per il programma
di riforma del settore bancario e finanziario e altri 250 per il progetto
di controllo delle acque. Oltre a tutto ciò, Islamabad avrebbe dovuto
contare sui finanziamenti dell'Asian Development Bank e del Giappone.
6. I
test nucleari del maggio 1998 e le loro conseguenze
La situazione cambia
drammaticamente dopo le sei esplosioni nucleari del 28 e 30 maggio 1998,
effettuate nell’area desertica di Chagai, ai confini con l‘Iran, in risposta
ai test atomici indiani dell’11 e 13 maggio. Premessa a questi sviluppi
è state la vittoria elettorale del BJP (Bharatiya Janata Party)
in India, che ha rappresentato una minaccia per il Pakistan. Il BJP, infatti,
è espressione del nazionalismo indù più aggressivo,
da sempre caratterizzato dall’ostilità nei confronti del mondo islamico
e avverso a qualsiasi dialogo con il Pakistan sulla questione khasmiri.
Il governo espresso dal BJP, appena installato, ha attuato i cinque test
atomici di maggio nel deserto del Rajasthan, a neppure 180 chilometri dal
confine con il Pakistan. La reazione pakistana, sia delle formazioni politiche
e degli organi costituzionali, oltre che dei vertici delle forze armate,
sia dell’opinione pubblica, ha obbligato Sharif a rispondere ai test indiani
anche se un atteggiamento più prudente di Islamabad avrebbe comportato
maggiori vantaggi, d’immagine e per ciò che concerne gli aiuti internazionali.
Dopo le cinque esplosioni
nucleari pakistane del 28 maggio, seguite da una sesta il 30, gli Stati
Uniti, in base allo Arms Export Control Act (Glenn Amendment), hanno adottato
contro il Pakistan gli stessi provvedimenti presi contro l‘India [W/PN
13 maggio 1998]. Questo ha comportato: a) la sospensione in base al Foreign
Assistance Act del 1961, di ogni assistenza ad eccezione degli aiuti umanitari,
per i generi alimentari e altri beni agricoli; b) l’interruzione della
vendita di armi e di finanziamenti per spese militari in base allo Arms
Export Control Act; c) il rifiuto di ogni credito, garanzia di credito
o di qualsiasi altra assistenza finanziaria da parte di agenzie del governo
americano; d) l’invito alle istituzioni internazionali di sospendere prestiti
e assistenza tecnica; e) la proibizione, imposta alle banche statunitensi,
di fornire crediti o prestiti se non finalizzati all’approvvigionamento
di generi alimentari; f) la proibizione di trasferimenti di beni e di tecnologie
sottoposte a licenza di esportazione da parte del Commerce Department americano.
Alle sanzioni di Washington
sono seguite quelle del Giappone che, per ovvie ragioni, è assai
sensibile alla questione della proliferazione nucleare. Gli USA e il Giappone
hanno poi esercitato la loro influenza nell’ambito della Banca Mondiale,
del FMI e dell’Asian Development Bank perché sospendessero ogni
aiuto al Pakistan (come del resto all’India). Si tratta di una questione
cruciale, poiché il Pakistan riceve annualmente circa quattro miliardi
di dollari nella sola forma di aiuti. Per quanto l‘Asian Development Bank
che fornisce il 39% dell’aiuto multilaterale al Pakistan abbia immediatamente
annunciato che non intendeva portare a conclusione una transazione di 450
milioni di dollari negoziata prima dei test nucleari, i pakistani si sono
illusi che le sanzioni non si sarebbero estese a bloccare gli aiuti della
Banca Mondiale e del FMI [W/PN 23 giugno 1998]. Questo perché, in
un primo tempo, il voto antipakistano all’interno della Banca Mondiale
aveva raccolto l’assenso solo degli Stati Uniti, del Giappone, dell’Australia
e del Canada che rappresentano non più del 28% del Board of Directors.
Per interrompere gli aiuti, invece, occorre più della metà
dei voti. Nello stesso spirito, i pakistani facevano notare che, nell’ambito
del FMI, gli Stati Uniti e il Giappone avevano rispettivamente solo il
18 e il 6% dei voti [H giugno 1998, p. 134]. Il 12 giugno, tuttavia, gli
Stati Uniti ottenevano l’assenso dei paesi del G8 (USA, Giappone, Germania,
Gran Bretagna, Francia, Italia, Canada e Russia) alle sanzioni nei confronti
sia dell’India sia del Pakistan [W/AB 12 giugno 1998]. A ciò ha
fatto seguito la sospensione degli aiuti previsti dal FMI e dalla Banca
Mondiale. Lo stesso giorno, il 12 giugno, il ministro pakistano delle Finanze,
Sartaj Aziz, presentava il bilancio per il 1998-99 dove, su 606 miliardi
di rupie, 142 (il 23,4’%., del totale) erano mobilitati grazie agli aiuti
internazionali [W/DW 13 giugno ]998]. Lo Stato pakistano sembra dunque
aver imboccato la via della bancarotta.
Nelle settimane successive
incominciava a trapelare il crescente allarme del governo pakistano. Il
tour intrapreso da Sharif, alla vigilia della presentazione del bilancio,
in Arabia Saudita e nel Dubai alla ricerca di aiuti e di crediti agevolati
per l’acquisto di petrolio si rivelava sostanzialmente sterile [W/JA 31
luglio 1998]. Nel tentativo di mobilitare almeno una parte delle risorse
venute a mancare in seguito alle sanzioni, il governo aumentava i prezzi
dei prodotti petroliferi del 25% [W/JA 19 luglio 1998]. Anche così
la situazione si aggravava e il Pakistan non sembrava in grado di far fronte
al pagamento degli inter ressi sul debito estero.
In un certo senso,
la stessa fragilità dell’economia pakistana può fornire una
via d’uscita alla crisi che stringe il paese. Le sanzioni, per quanto moderate
rispetto a quelle in vigore contro l‘Iraq, potrebbero disarticolare l’economia
del Pakistan e ciò comporterebbe contraccolpi gravissimi a livello
sociale aprendo una fase di instabilità politica che non è
auspicata dagli Stati Uniti. L’obiettivo di Washington e del Giappone,
piuttosto, è quello di servirsi delle sanzioni per indurre il Pakistan
a firmare il CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty).
7. Pakistan/Afghanistan:
ancora sul gasdotto
Secondo alcune stime
[N settembre 1997, p. 57] le riserve pakistane di gas saranno completamente
esaurite in 13 anni. Questo e il motivo per cui la società petrolifera
statunitense Unocal è in aperta concorrenza con l’australiana BHP
per assicurare la fornitura di metano, dall’Iran secondo quest’ultima compagnia,
o dal Turkmenistan per gli americani [AM 1997, p. 163]. Entrambi i progetti
devono però affrontare varie difficoltà, poiché da
diciassette anni l‘Afghanistan è devastato da una sanguinosa guerra
civile che coinvolge etnie diverse e le varie confessioni islamiche ed
è alimentata dagli interessi economie) pakistani e iraniani, oltre
che statunitensi e russi.
L’Iran ha offerto al
Pakistan sia le riserve di gas di Assaluych (per un collegamento con la
rete nazionale a Sui), sia quelle di Sarkhun, con il collegamento a un’altra
rete di distribuzione a Gadani. Inizialmente, il Pakistan ha ricevuto offerte
da BHP, British Gas, Gaz de France, Calgary of Malaysia, Shell e Nova Gas
of Canada. Tuttavia, dopo la defezione di Nova Gas e la formazione di un
consorzio di tutte le rimanenti ad eccezione della BHP, è stata
proprio quest’ultima società a presentare nel gennaio 1996 un progetto
dettagliato sia a Islamabad sia a Teheran. In seguito al veto posto dall’amministrazione
Clinton alla conclusione di affari con Libia e Iran, Teheran si è
dichiarata pronta a costruire un gasdotto fino al confine con il Pakistan,
da dove poi la BHP avrebbe potuto iniziare i lavori: si tratterebbe peraltro
dell’unica via per esportare il gas iraniano in India. Il Pakistan e il
Turkmenistan, però, per le pressioni americane, sembrano favorire
l’offerta fatta dalla Unocal, in partnership con la saudita Delta Oil.
Queste due società, comunque, hanno stretto buoni rapporti con i
talibani e, a giudicare dal centro di addestramento per lo staff tecnico
costituito a Kandahar, le prospettive per giungere a un accordo dovrebbero
essere positive. Tuttavia, alcune fonti sostengono che il governo di Kabul
abbia accolto il progetto (analogo a quello della Unocal) della società
argentina Bridas, che è pronta a iniziare i lavori senza attendere
mutamenti nella politica afghana [H ottobre 1997, p. 50].
Il Pakistan, in questa
situazione instabile, mira a giocare un ruolo di primo piano, ed è
a questo fine che intende favorire sia la conquista dell’Afghanistan meridionale
da parte dei talibani, sia l’apertura verso le repubbliche dell’Asia centrale
ex sovietica. Prospettiva che peraltro è osteggiata dall’Iran, dalla
Russia e, con l’eccezione del Turkmenistan, dalle repubbliche centroasiatiche.
Si tratta comunque di una situazione che è diventata ancora più
incerta per i possibili contraccolpi delle sanzioni internazionali contro
la politica nucleare del Pakistan.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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Eisenstadt, S.N.: 1997
Modernità, modernizzazione e oltre, Roma, Armando.
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