ASIA MAJOR 1998
cap. IX
 
 
L'INDIA NEL CINQUANTESIMO ANNO D'INDIPENDENZA: 
DALLA VITTORIA DEI FONDAMENTALISTI INDU' AI TEST NUCLEARI DI POKHRAN II
di Michelguglielmo Torri   

   1. Premessa   
   2. La crisi di novembre   
   3. La campagna elettorale   
   4. Le elezioni generali del febbraio-marzo 1998   
   5. Alle radici dei successi elettorali del BJP   
   6. La riforma del governo Vajpayee   
   7. Il ruolo dei partiti regionali   
   8. La politica nucleare dell'India da Nehru a Vajpayee  
   9. La politica estera da Gujral a Vajpayee  
 10. Il rallentamento dell'economia indiana  
 11. La politica economica del BJP

 
cap.VIII  
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   cap.X 
 
1. Premessa  

In India, il periodo in esame (1° agosto 1997-31 luglio 1998) ha coinciso quasi perfettamente con il cinquantenario dell’indipendenza del paese (dichiarata la mezzanotte del 14 agosto 1947). Si tratta, inoltre, di un arco temporale in cui è caduto il cinquantesimo anniversario dell’assassinio del Mahatma Gandhi da parte di un fanatico indù (30 gennaio 1948). E stato un segno dei tempi che, mentre il cinquantenario dell’indipendenza è stato celebrato non solo ufficialmente in India, ma in una serie di importanti convegni di studio anche fuori dall’India (Italia compresa), la morte del Mahatma è passata quasi sotto silenzio. Analogamente, è stato un segno dei tempi che il più importante settimanale indiano abbia dedicato la propria copertina alla quasi contemporanea scomparsa di madre Teresa di Calcutta e della principessa Diana d’Inghilterra, mettendo le due persone anche graficamente sullo stesso piano [IT l 5 settembre 1997, ID di cop.]. Ma, in definitiva, il segno più esplicito dei tempi che vive l’India è stato dato dal congiungersi di due altri avvenimenti, fra di loro correlati da un rapporto di cause ed effetto. Il primo è stato la conquista del potere a livello di governo centrale da parte del BJP (Bharatiya Janata Party), il partito dei fondamentalisti indù, rappresentante di quelle medesime forze politiche dalle cui fila uscì a suo tempo l’assassino del Mahatma; il secondo evento è stato la decisione da parte del BJP di fare esplodere cinque ordigni nucleari e di dichiarare apertamente lo status dell’India come potenza atomica.  
  

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 2. La crisi di novembre  

Il primo anello della catena che ha caratterizzato i dodici mesi in esame dal punto di vista politico è stato la caduta del governo dello Union Front, capeggiato da Inder Kumar Gujral. Il tutto è incominciato l’8 novembre 1997 [HT 15 novembre 1997, p. 1, e IT, 1° dicembre 1997, p. 20], quando “India Today”, il più noto newsmagazine indiano, ha pubblicato alcuni estratti del voluminoso rapporto ad interim preparato dal giudice Milap Chand Jain sulle cause dell’assassinio di Rajiv Gandhi nel 1991 [IT 17 novembre 1997, pp. 19-24]. Gli estratti in questione ponevano in risalto le complicità esistenti fra le LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam) il gruppo terroristico responsabile dell’assassinio dell’ex primo ministro e il DMK (Dravida Munnetra Kazhagam), un partito regionale del Tamil Nadu e un importante componente del governo dello Union Front. Tali estratti come del resto era sottolineato dallo stesso “India Today” erano, in realtà, scopertamente tendenziosi, volti da un lato a colpire certe parti politiche e, da un altro, ad oscurare gli ambigui rapporti intercorsi (fino al 1987) fra le LTTE e Indira Gandhi prima e lo stesso Rajiv Gandhi poi [IT 17 novembre 1997, p. 24 e 24 novembre 1997, pp. 16-19]. Tuttavia, ciò non impediva che un gruppo di notabili del Congresso, capeggiati da Arjun Singh, si servisse di tali estratti per scatenare una vera e propria tempesta emotiva. L’obiettivo era quello di costringere Sitaram Kesri, il presidente del partito, a prendere provvedimenti esemplari contro il DMK ed il suo leader, Muthuvel Karunanidhi. Ciò si traduceva nella formale richiesta di espellere i ministri del DMK, fatta da Kesri al governo dello Union Front. Di qui l’avvio di una crisi che culminava, il 28 novembre 1997, nelle dimissioni del governo Gujral. Assodata l’inesistenza di una maggioranza alternative, il presidente Narayanan scioglieva la Lok Sabha il 4 dicembre 1997, indicendo nuove elezioni.  
Questi sviluppi sono sembrati la conferma delle persistenti profezie di sventura che, fin dall’inizio, avevano accompagnato l’esperimento dello Union Front. Tuttavia, dietro l’apparente semplicità della crisi di novembre, vi sono ragioni più complesse di quanto sembri a prima vista. In primo luogo, che il rapporto del giudice Jain fosse “una bomba ad orologeria innescata” [IT 22 novembre 1997, p. 20] era noto da mesi. Il presidente del Congresso, però, non aveva assolutamente nessuna ragione di alimentare pericolose tensioni con lo Union Front dato che, dopo la crisi dell’aprile 1997 [AM 1997, pp. 124-125], il nuovo primo ministro era sotto la sue totale influenza [IT 8 dicembre 1997, pp. 9-10]. Di conseguenza, d’accordo con Gujral, Kesri aveva tentato di appianare ogni possibile futura tensione, preparando il passaggio del Congresso da alleato esterno a membro a tutti gli effetti del governo. Prima, però, che questo progetto potesse concretarsi, si era verificata la fuga di notizie su “India Today”. Come si è detto, in questa situazione Arjun Singh e altri notabili i quali, evidentemente, avevano priorità politiche diverse rispetto a quelle di Kesri avevano organizzato con successo la mobilitazione del partito contro il DMK. La peculiarità di questo sviluppo è data dal fatto che, fino alla vigilia di questi avvenimenti, Arjun Singh e compagni, tutti fedelissimi della famiglia Nehru Gandhi, sembravano irrimediabilmente avviati sul viale del tramonto. Essi, infatti, erano stati emarginati sia dai risultati delle elezioni del 1996 (non venendo in genere rieletti), sia dal venire in essere di nuovi equilibri interni nel partito (esemplificati dall’elezione di Sitaram Kesri a presidente). Ma, contro ogni apparente logica politica e a pochi mesi di distanza dalla sue elezione a capo del partito [AM 1997, p. 126], Kesri, nonostante la sue evidente contrarietà, aveva dovuto piegarsi alle pressioni di questi vecchi leader che, solo poco prima, erano apparsi del tutto impotenti.  
Questo paradosso si spiega con l’interagire di una serie di fattori. Il primo è rappresentato dal considerevole, anche se silenzioso, potere di quella che, dalla morte del marito (21 maggio 1991) è stata la sfinge della politica indiana: Sonia Gandhi. In questi anni, su almeno una cosa la Gandhi non ha mai fatto misteri, e cioè sul desiderio di vedere puniti tutti i responsabili dell’assassinio del marito [IT 22 settembre 1997, pp. 20-21]. Di conseguenza, dopo le rivelazioni di “India Today”, diventava ben presto chiaro che, sia pure operando nel suo consueto stile enigmatico e indiretto, la Gandhi aveva dato la sue benedizione alla campagna per chiedere conto allo Union Front della pretesa complicità del DMK e del suo leader, Muthuvel Karunanidhi, nell’assassinio del marito.  
Di per se, i disegni di revanche di un gruppo di leader in declino e la volontà silenziosa di una vedova senza alcuna posizione ufficiale di potere politico non sembrerebbero ancora una forza tale da poter mettere in difficoltà il leader recentemente eletto di un grande partito. Se ciò è avvenuto, la ragione è da ricercarsi nella bancarotta ideologica di una forza politica disperatamente alla ricerca di una parola d’ordine o di un tema con cui riconquistare il proprio elettorato perduto. Il Congresso, infatti, vive una crisi profonda, di carattere sia organizzativo (il partito ha gradualmente perso i propri legami con la società civile), sia ideologico. Per quanto riguarda l’ideologia, è ormai chiaro che i fasti della lotta di liberazione sono stati da tempo dimenticati, mentre l’ideologia socialista di Nehru è ormai criticata come irrilevante o dannosa. Lo stesso laicismo, uno dei punti forti dell’originaria ideologia del Congresso, è diventato, soprattutto nel corso degli ultimi due decenni, sempre di più un insieme di slogan costantemente traditi nella prassi. Questo in un periodo in cui, d’altra parte, gli ideali stessi del laicismo sono stati messi in discussione non solo dai fondamentalisti indù, ma da un influente gruppo di intellettuali, i cui esponenti più noti sono Ashis Nandy e T.N. Madan.  
In questa situazione, l’unica via d’uscita al continuo declino elettorale del Congresso (un declino diventato visibile a partire dalle elezioni generali del 1989 ma, in realtà, già in corso da tempo) sembra essere, al congressista medio, la comparsa di una figura carismatica. E tutte le figure carismatiche che, a partire dagli anni ‘50, hanno portato il Congresso alla vittoria appartenevano alla famiglia Nehru-Gandhi. La “mistica della dinastia” ha così preso il posto dell’ideologia democratica, socialista e laica elaborata da Nehru e progressivamente tradita dalla figlia Indira e dal nipote Rajiv.  
Nel periodo in esame, vista la giovane età dei figli di Rajiv, l’unica persona in grado di giocare il ruolo di erede carismatico della “dinastia” è apparsa la vedova di origine italiana del leader assassinato. Un ruolo che, però, Sonia Maino Gandhi aveva costantemente rifiutato per sette anni. L’esplodere del caso Jain ha così creato una particolare configurazione di forze: la Gandhi voleva giustizia (vendetta?) e, per ottenerla, era disposta ad usare tutta la propria influenza; Arjun Singh e i suoi compagni di cordata volevano ristabilire la propria posizione di potere nel partito e, a questo fine, erano disposti a farsi portavoce dei desideri della Gandhi; i membri del partito, infine, alla disperata ricerca di un messia, erano disposti a seguire Arjun Singh e compagni a patto di riuscire a coinvolgere la Gandhi in prima persona nella gestione del Congresso. Ergo, la Gandhi poteva avere ciò che voleva, ma il prezzo da pagare era l’abbandono del suo splendido isolamento e il coinvolgimento diretto nella lotta politica... un prezzo che, alla fine, la Gandhi ha pagato.  
  

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 3. La campagna elettorale  

Come nelle precedenti elezioni generali, le forze politiche che hanno partecipato alla campagna elettorale (circa 600 partiti) si sono suddivise in tre raggruppamenti principali: la destra, formata dal BJP e dai suoi alleati; il centro, articolato intorno al Congresso e ai suoi alleati; il centrosinistra, formato dall’insieme dei partiti dello Union Front. È quest’ultima, un’alleanza articolata nel National Front (capeggiato dal Janata Dal, un partito laico di centrosinistra) e nel Left Front, il fronte delle sinistre (capeggiato dal CPIM, il partito comunista marxista, al potere in Bengala dal 1977).  
Anche in queste elezioni, nonostante i molti partiti che rivendicano una dimensione panindiana, le uniche due forze che potessero legittimamente aspirare a presentarsi come nazionali sono state il Congresso ed il BJP. Tutti gli altri partiti sono da considerarsi o dichiaratamente regionali (cioè programmaticamente presenti in un solo Stato dell’Unione) o regionali di fatto, in quanto dotati di un qualche seguito elettorale solo in uno, due o, assai raramente, tre dei 26 Stati dell’Unione. Un’altra discriminante fra i vari partiti è poi data dal fatto che il BJP e uno dei suoi principali alleati (lo Shiv Sena del Maharashtra) sposano l’ideologia secondo cui gli unici veri indiani sono gli indù; gli altri partiti, invece, condividono in linea di massima l’idea, nata dalla lotta di liberazione, secondo cui la nazione indiana ha caratteristiche composite dal punto di vista etnico-linguistico-religioso, ragion per cui sono indiani a tutti gli effetti tutti coloro che sono cittadini indiani (indipendentemente da fattori quali razza, lingua, religione).  
La campagna elettorale si è articolata in due fasi, chiaramente divise dal “tardivo dono di Natale” [HT 10 gennaio 1998, p. 1] ricevuto dal Congresso il 29 dicembre, quando Sonia Gandhi ha finalmente annunciato la propria decisione di scendere in campo. Fino a quel momento, la corsa politica era stata dominata dal BJP. Questo si era portato, fin dall’inizio, in posizione di vantaggio grazie alla scelta di presentare Atal Behari Vajpayee come proprio candidato alla carica di primo ministro. Vajpayee, uno degli uomini politici indiani più noti, è infatti più popolare di quanto sia il partito da cui proviene, anche perché è un personaggio umanamente simpatico, del tutto privo delle rigidità caratteriali che sembrano essere una parte integrante della personalità degli altri leader del BJP.  
La scelta di Vajpayee, fatta all’unanimità, ha immediatamente veicolato un’impressione di compattezza da parte di una forza politica quale il BJP che, negli anni precedenti, non era stata senza problemi di fazionalismo, specie negli stati in cui era al potere. Tale scelta, inoltre, data la nota moderazione politica dell’uomo, è stata un fattore, anche se non certo l’unico, che ha favorito la creazione di una rete di alleanze fra il BJP e una serie di partiti regionali. Questa rete di alleanze si è estesa a comprendere non solo i tradizionali alleati (come lo Shiv Sena), ma anche altri partiti regionali, che gli erano agli antipodi in quanto ad ideologia. Alcuni di questi partiti sono di recentissima formazione, in quanto spesso emersi all’inizio della campagna elettorale attraverso varie scissioni che hanno coinvolto sia il Congresso, sia, soprattutto, il partito leader dello Union Front, il Janata Dal.  
Che i patti di desistenza abbiano un ruolo cruciale nel permettere la conquista dei seggi in palio è cosa che, in India, è stata dimostrata fin dalle elezioni generali del 1967. La creazione di alleanze elettorali è quindi, progressivamente diventata un momento chiave nella politica indiana. Da questo punto di vista, i progressi del BJP durante la prima fase della campagna elettorale sono stati fenomenali. Intorno a Natale la situazione era diventata tale che, fiutando il vento, una serie di congressisti importanti e meno importanti aveva incominciato ad abbandonare una nave che sembrava affondare, uscendo alla spicciolata dal Congresso per candidarsi nelle fila del BJP [HT 3 gennaio 1998, p. 1]. È stato a questo punto che, finalmente, Sonia Gandhi ha deciso di prendere parte alla battaglia elettorale, dando il proprio contributo ad una campagna che non la vedeva candidata ad alcun seggio della Lok Sabha.  
Il Blitzkrieg di Sonia Gandhi [IT 2 marzo 1998, pp. 12-3], che l’ha vista attiva in 141 dei 539 distretti elettorali [IT 16 marzo 1998, p.31], ha mobilitato folle considerevoli, portando ad un percettibile cambiamento nell’atmosfera politica, tradottosi nella sostanziale fine delle defezioni dal Congresso e nella visibile preoccupazione dimostrata da Vajpayee e dagli altri leader del BJP. Bisogna poi aggiungere che la campagna della Gandhi ha avuto un certo spessore ideologico. Sonia Gandhi, infatti, non si è limitata a ricordare, com’era da aspettarsi, i meriti storici del Congresso e della famiglia Nehru Gandhi, ma ha preso la decisione di scusarsi pubblicamente per l’operazione Blue Star, voluta da Indira Gandhi nel 1984 e risoltasi nel bombardamento e nell’assalto al Tempio d’oro di Amritsar, il luogo di culto più sacro dei sikh. Analogamente, è visibile l’influenza di Sonia Gandhi nella decisione del Congresso di scusarsi per la mancanza di fermezza dimostrata dal partito nel difendere la moschea di Ayodhya dai fondamentalisti indù.  
Le pubbliche scuse della Gandhi e del suo partito sono state un gesto coraggioso, anche se apprezzato meno, forse, di quanto meritasse. Esse, in ogni caso, hanno restituito un minimo di credibilità alle pretese del Congresso di rappresentare la principale forza laica in India pretese che, più volte smentite dalla prassi del partito negli anni ‘80 e ‘90, avevano sempre più finito per suonare come retoriche ed ipocrite. Tuttavia rimane il fatto che il tentativo di Sonia Gandhi di proiettare come tema decisivo quello della difesa del laicismo - così come, del resto, quello concorrente, da parte di Vajpayee e del BJP, di articolare la propria campagna elettorale intorno alla promessa di “un governo stabile ed un abile primo ministro” [BJP-EM] - ha avuto scarsi esiti. La campagna elettorale, infatti, è stata dominata da temi localistici, percepiti cioè come importanti nei singoli Stati dell’Unione e, come tali, differenti da uno Stato all’altro.  
  

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 4. Le elezioni generali del febbraio-marzo 1998  

Le elezioni generali indiane del febbraio marzo 1998 sono state le più grandi elezioni mai tenute, fino a quel momento, nella storia del pianeta. Esse sono state caratterizzate da un’affluenza alle urne di 375 milioni di elettori (il 62% degli aventi diritto) e si sono tenute lungo un arco temporale di venti giorni, articolandosi in sei sessioni [Hardgrave, par. 4]. Si è trattato di elezioni “aperte e oneste, con comparativamente pochi esempi di intimidazione e di frode, ma [in cui] la violenza elettorale ha esatto il suo prezzo in vari posti, con almeno 150 morti, inclusi 62 uccisi in una serie di esplosioni nella città meridionale di Coimbatore [nel Tamil Nadu]” [ibidem].  
La gara per i 534 seggi in palio (sui 539 da cui è formata la Lok Sabha) ha visto, per la seconda volta consecutiva, l’emergere del BJP come il partito di maggioranza relativa (178 seggi), seguito dal Congresso (141 seggi) [W/IE]; di nuovo per la seconda volta consecutiva, il sorpasso nel numero di seggi del Congresso da parte del BJP non si è tradotto in un analogo sorpasso nel voto popolare: il Congresso, sia pure di strettissima misura (il 25,4% del voto, contro il 25% del BJP) ha continuato ad essere il partito più votato dall’elettorato indiano. Questi risultati non devono però nascondere il fatto che il vero vincitore delle elezioni è chiaramente apparso il BJP. Rispetto alle consultazioni di due anni prima, il partito dei fondamentalisti indù è infatti passato dal 20% circa dell’elettorato al 25%. Non solo; questi risultati sono stati magnificati a livello di seggi dalla politica di alleanze elettorali: è stato grazie a queste alleanze che il BJP ha potuto finalmente “sfondare” nel sud (Kerala, Tamil Nadu, Karnataka) e nel nordest (Andhra Pradesh, Orissa, Bengala). In tali Stati ciò si è tradotto nella conquista di 72 seggi e del 32% del voto popolare [IT 16 marzo 1998, pp. 29-3l].  
Gli esiti elettorali del Congresso, invece, possono sembrare non catastrofici solo se comparati all’atmosfera di disperazione che si era impadronita del partito durante la prima fase della campagna elettorale prima cioè del Blitzkrieg di Sonia Gandhi, quando il partito pareva sull’orlo della dissoluzione totale. Anche così, il voto elettorale (25,4% contro il 28% circa delle precedenti elezioni generali) rappresenta un minimo storico, mentre il numero dei seggi conquistati (141), anche se è superiore di uno a quello delle elezioni del 1996, non è certo motivo di consolazione.  
Il segno forse più chiaro del continuo declino del Congresso è rappresentato dalla sua debacle nello Stato elettoralmente chiave (in quanto quello che invia il maggior numero di deputati alla Lok Sabha) dell’Uttar Pradesh. Qui il Congresso non si è dimostrato in grado di conquistare neppure un seggio elettorale, neppure nel distretto di Amethi, da lungo tempo una sorta di feudo elettorale della famiglia Nehru Gandhi (in cui, in queste elezioni, il candidato del Congresso, Satish Sharma, seppure non un membro, era tuttavia un amico della famiglia). Anche così, il ruolo giocato dalla Gandhi nel puntellare le fortune del Congresso ha avuto un certo peso. Oltre a bloccare l’emorragia di defezioni in corso nel partito al momento della sua discesa in campo, infatti, la Gandhi, nei 141 distretti da essa raggiunti, sembra aver determinato un aumento del 3% del voto popolare rispetto alle intenzioni iniziali; viceversa, nei distretti che non sono stati toccati dalla campagna elettorale della Gandhi, vi è stata una diminuzione media del 3% delle iniziali intenzioni di voto [IT 16 marzo 1998, p. 31 ]. Ovviamente, dato il modo di funzionare del sistema uninominale, non sempre queste oscillazioni nel voto popolare hanno avuto un’influenza nella conquista o nella perdita dei seggi.  
Accanto al grande balzo in avanti del BJP, il fenomeno politicamente più significativo delle elezioni è stato la virtuale disintegrazione del Janata Dal, ciò che ha avuto un ruolo decisivo nel determinare la secca sconfitta complessiva dello Union Front. Nell’ambito dello Union Front, infatti, la sua ala sinistra, il Left Front, è declinata, ma di poco (dal 9,1% al 7,7% del voto popolare e da 51 a 48 seggi); analogamente contenute sul piano del voto popolare (dall’11,4% al 10%) sono state le perdite dei partiti regionali a parte il Janata Dal. Tuttavia (e, di nuovo, in questo esito un ruolo decisivo è stato giocato dai patti di desistenza) questo limitato declino nel voto popolare si è tradotto in una ben più consistente perdita di seggi, precipitati da 77 a 43 (più un indipendente che può essere considerato parte di questo gruppo). Ma, come si è detto, decisivo nel determinare la sconfitta politica dello Union Front, è stato il virtuale annichilimento del Janata Dal, passato dall’8,1% al 3,2% del voto popolare e dai 46 seggi del 1996 ai sei del 1998. E stato un esito, questo, in cui il ruolo decisivo è stato giocato da una serie di scissioni nei mesi precedenti alle elezioni. Tali scissioni hanno portato all’emergere di partiti concorrenti che hanno condotto la loro campagna elettorale in alleanza con il Congresso (come nel caso del Rashtriya Janata Dal del Bihar) o, più frequentemente, con il BJP (come nel caso del Biju Janata Party dell’Orissa o del Lok Shakti del Karnataka). Questi partiti sono in genere riusciti a portare con sé sezioni maggioritarie della base elettorale a cui il Janata Dal deve le sue passate fortune, quella formata cioè dalle cosiddette OBC (Other Bakward Castes). Sono, queste, quelle caste intermedie a favore delle quali il governo del Janata Dal del 1989-90 aveva a suo tempo attuato le raccomandazioni della Commissione Mandal [AM 1991, pp. 25-29].  

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 5. Alle radici dei successi elettorali del BJP  

Come si è appena visto, un elemento decisivo nel determinare i successi elettorali del BJP è stata la sua politica di alleanze elettorali. Si tratta però di un successo che sarebbe errato considerare frutto solo di abilità tattica. Infatti, ancora nelle elezioni generali del 1996, il BJP appariva sostanzialmente come un intoccabile, separato dalla maggioranza degli altri partiti da un fossato ideologico tale da renderne pressoché impossibile l’attraversamento da parte di potenziali alleati. Ma, negli ultimi anni, questa situazione è gradualmente mutata sotto la spinta di due fenomeni complementari: l’aumento di rispettabilità del partito e l’aumento di rispettabilità della sua ideologia. Per quanto riguarda il primo punto bisogna ricordare che, dalla metà degli anni ‘80 e fino alla distruzione della moschea di Ayodhya (6 dicembre 1992), la straordinaria ascesa elettorale del BJP era stata legata all’uso spregiudicato di temi di natura religiosa, volti a infiammare le masse indù e a mobilitarle contro il preteso nemico interno rappresentato dalla minoranza mussulmana. Nonostante gli straordinari successi, questa strategia aveva raggiunto uno stadio caratterizzato da ritorni elettorali negativi in coincidenza con la distruzione della moschea di Ayodhya e con l’ondata di pogrom antimusulmani che ne erano seguiti. La perdita di vite umane e le distruzioni materiali (che avevano paralizzato per diversi giorni la stessa capitale economica dell’India, Bombay) avevano, per una ragione o per un’altra, turbato settori consistenti della classe media, anche se simpatizzanti con l’ideologia fondamentalista del BJP.  
Ciò si era tradotto nella sconfitta elettorale subita dal BJP nelle “minielezioni generali” del novembre 1993. Da quel momento la politica del BJP era cambiata: i temi di nature religiosa erano stati lasciati in sottofondo ed organizzazioni extraparlamentari come la VHP ed il Bajrang Dal (che avevano giocato un ruolo decisivo nei disordini che avevano preceduto e seguito la distruzione della moschea di Ayodhya) erano state tenute a freno. Sintomatico dei risultati di questo cambiamento di stile è stato l’uso, che da allora ha gradualmente preso piede, di sostituire al termine “fondamentalismo indù” quello (apparentemente più rispettabile) di “nazionalismo indù”.  
Se, tuttavia, la politica ufficiale del BJP oscurava gli elementi più stridenti della propria ideologia, questa, paradossalmente e qui sta il secondo fenomeno su cui dobbiamo soffermarci diventava gradualmente egemonica a livello sociale. Gli anni ‘90, infatti, hanno visto il collasso dell’ideologia nehruviana, compresa quella sue parte essenziale rappresentata dal laicismo. In questo vuoto ha avuto buon gioco ad inserirsi l’ideologia fondamentalista indù, basata sull’identificazione della nazione indiana con gli indiani di religione indù e sull’individuazione delle minoranze, in particolare quella mussulmana (di gran lunga la più numerosa), come il vero nemico interno. Soprattutto l’antislamismo è diventato sempre più popolare, in un processo non identico ma parallelo e, forse, sinergico rispetto alla critica nei confronti del laicismo ad opera di intellettuali non organici al BJP [Madan; Nandy].  

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 6. La formazione del governo Vajpayee  

Secondo i politologi, un sistema elettorale basato, come quello indiano, sul maggioritario secco dovrebbe inevitabilmente portare all’emergere di una chiara maggioranza. Tuttavia, nelle elezioni generali indiane del febbraio-marzo 1998, per la quarta volta consecutive, questo non è avvenuto. Sia pure con il margine d’incertezza che sempre accompagna i risultati definitivi delle elezioni indiane, alla dimane delle votazioni il BJP e i suoi alleati disponevano di solo 251 seggi contro una maggioranza minima necessaria di 270. D’altra parte, il Congresso e i suoi alleati avevano 168 seggi, lo Union Front ne contava 97 e gli altri partiti non legati ad alcuna coalizione 18 [W/E]. La situazione era in effetti tale che, subito dopo le elezioni, ipotesi come la riedizione del governo dello Union Front [W/AN 6 marzo 1998] o, più realisticamente, come la formazione di un governo del Congresso, con il sostegno dello Union Front e di alcuni indipendenti, apparivano come prospettive concrete [HT 7 marzo 1997] . Ma queste soluzioni si rivelavano rapidamente improponibili per una serie di ragioni [HT 9 e 10 marzo 1998], di cui la più importante era la recisa ostilità a qualsiasi progetto d’alleanza con il Congresso da parte di Chandrababu Naidu, il leader del Telugu Desam Party (un partito regionale dell’Andhra Pradesh). Questa posizione di Naidu, come si è visto il vero architetto dello Union Front [AM 1996, pp. 30-31], è spiegabile non solo con le vicende che avevano portato alla dissoluzione della precedente Lok Sabha, ma con il fatto che, nelle elezioni appena concluse, il più pericoloso avversario del Telugu Desam nell’Andhra Pradesh si era rivelato proprio il Congresso [S 5-11 aprile 1998, pp. 28-29]. D’altra parte, all’interno dello stesso Congresso, alcuni elementi, fra cui, soprattutto, la stessa Sonia Gandhi (presto destinata a subentrare a Kesri come presidente del partito) erano favorevoli a un periodo all’opposizione [ET 16 marzo 1998].  
In questa situazione, “dopo due settimane d’incertezza” [Hardgrave, par. 8], Vajpayee presentava al presidente dell’Unione una lista di 264 parlamentari che avevano assicurato il proprio appoggio a un governo da lui capeggiato, dichiarandosi sicuro di ottenere il voto positivo della maggioranza dei “presenti e votanti” alla Lok Sabha. La notte del 14 marzo il presidente Narayanan affidava a Vajpayee l’incarico di formare il governo; questo giurava di fronte al presidente il 19 marzo e, il 28 marzo 1998, otteneva la fiducia con 274 voti a favore (compresi i 12 voti del Telugu Desam), 261 contro e 2 astensioni (queste ultime ad opera dei due rappresentanti della National Conference di Farooq Abdullah, il partito cioè che rappresenta i musulmani del Kashmir: un’altra dimostrazione del grado di mancanza di scrupoli ideologici che sembra ormai caratterizzare la politica indiana).  
A parte l’appoggio ad hoc di alcune forze politiche, fra cui il Telugu Desam e la National Conference, il governo Vajpayee è espressione di una coalizione di 14 partiti. Al momento della fiducia, esso era formato, oltre che dallo stesso Vajpayee, da 2l ministri [HT 28 marzo 1998, p. 1], di cui dieci appartenenti al BJP, due all’AIDMK (All India Dravida Murmetra Kazhagam), due al partito Samata, uno ciascuno a cinque altri partiti (Biju Janata Dal, Lok Shakti, Shiromani Akali Dal, Shiv Sena e Tamizhaga Rajiv Congress) e due, infine, indipendenti. La personalità di maggior spicco del nuovo governo è indubbiamente Lal K. Advani, il vero “uomo forte” del BJP, a cui è andato il ministero dell’Interno (di cruciale importanza nell’organigramma del potere in India).  
  

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 7. Il ruolo dei partiti regionali  

In occasione delle precedenti elezioni generali, “Asia Major” aveva sostenuto che la “svolta storica” simboleggiata dalle elezioni del 1996 consisteva nell’emergere dei partiti regionali come forza dominante nella politica indiana, probabilmente destinata a spingere da parte i due partiti nazionali: il Congresso ed il BJP. Ovviamente, da un certo punto di vista, questa valutazione si è rivelata errata: il Congresso e, soprattutto, il BJP rimangono giocatori chiave e, senza almeno uno dei due, nessuna combinazione politica è oggi possibile. D’altra parte, il peso decisivo dei partiti regionali è stato evidenziato al di là di ogni dubbio dagli equilibri politici presenti nel governo Vajpayee. È stato solo grazie all’appoggio dei partiti regionali (fra cui lo Shiv Sena del Maharashtra, l’AIDMK del Tamil Nadu, il Lok Shakti del Karnataka, il Biju Janata Dal dell’Orissa, lo Shiromari Akali Dal del Punjab e il Trinamul Congress del Bengala) che è stato possibile formare la (disomogenea e scricchiolante) coalizione di governo. Si tratta di partiti che, con l’eccezione dello Shiv Sena, hanno poco o nulla in comune sul piano ideologico con il BJP e che, senza eccezioni, hanno priorità diverse da quelle del BJP per quanto riguarda i singoli stati dove hanno le loro basi di potere. Non a caso, quindi, i giornali indiani hanno parlato dell’incarico a Vajpayee come di “una corona di spine” [IT 16 marzo 1998, la di cop.] o hanno rappresentato il nuovo primo ministro come un pattinatore acrobatico, che “pattina su un ghiaccio sottile” [TW 29 marzo 1998, la di cop.]. Sta di fatto che, fin dall’inizio, nella National Agenda for Governance [NAG], il programma comune che è stato approvato dai partiti che formano la coalizione governativa, il BJP ha dovuto rinunciare ad una serie di punti programmatici fondamentali, in particolare la creazione di un codice civile unificato (cioè, l’abolizione del diritto di famiglia separato di cui godono i mussulmani), l’abolizione dell’articolo 370 della Costituzione (che garantisce ampi margini di autonomia al Jammu Kashmir, l’unico Stato dell’Unione a maggioranza mussulmana) e la costruzione di un grande tempio al dio Ram sulle rovine della moschea di Ayodhya [TI 7 marzo 1998]. Questo mentre, fin dalla vigilia della presentazione del governo al presidente, i rapporti fra i membri della coalizione sembravano improntati al desiderio di rissa e caratterizzati da gelosie e ripicche personali, piuttosto che da spirito di collaborazione e da programmi politici comuni. Rapidamente, questo creava una situazione paradossale, per cui il BJP che aveva impostato e vinto la sua campagna elettorale sulla promessa di un governo stabile e che, ancor prima, si era sempre fatto vanto della propria immagine d’efficienza e di decisionismo si trovava a essere ostaggio di alleati rissosi e petulanti.  

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 8. La politica nucleare dell’India da Nehru a Vajpayee  

L’unica via di uscita da questa situazione di stallo, che certo non giungeva inaspettata agli strateghi del BJP, è sembrata, per le ragioni che spiegheremo fra poco, quella di far ricorso all’atout atomico. In India, la creazione di un’industria nucleare per scopi pacifici è stata parte integrante della politica d’industrializzazione voluta da Nehru negli anni ‘50. Dal l964, da quando cioè la Cina ha fatto esplodere il suo primo ordigno atomico, l’India ha utilizzato il proprio know-how per dotarsi di armi nucleari, come parte di un complesso di politiche volte a controllare la minaccia cinese (fortemente sentita in India, dopo la disfatta da essa subita nella guerra sino-indiana del 1962). Le capacità nucleari dell’India sono poi state rivelate al mondo dal cosiddetto PNE (Peaceful Nuclear Experiment), cioè dall’esplosione di un primo ordigno atomico nel 1974 nel poligono di Pokhran. Già prima di questo test, la posizione dell’India in fatto di disarmo atomico era quella di auspicare lo smantellamento progressivo, secondo precise scadenze cronologiche, di tutti gli arsenali atomici esistenti. Dato che né il TNP (Trattato di Non Proliferazione nucleare), né il successivo CTBT (Comprehensive [Nuclear] Tests Ban Treaty) prevedevano nulla del genere (stabilendo, di fatto, un oligopolio nucleare detenuto da USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina), l’India si è sempre rifiutata di aderire ai trattati in questione [Torri].  
Dal 1974 fino alla caduta del governo Gujral, la politica dell’India è stata quella reiterata ancora recentemente dallo stesso Gujral nel corso di un seminario a Nuova Delhi (8 settembre 1997). In quell’occasione, l’allora primo ministro aveva affermato che il programma atomico indiano continuava “a essere finalizzato a scopi pacifici” e che, per quanto l’India avesse la capacità di costruire armi nucleari, non intendeva farlo, a meno che non fossero insorte “circostanze impreviste” [HT 20 settembre 1997, p. 1].  
La posizione di Gujral, per quanto condivisa dalla grande maggioranza della classe politica indiana, non è però mai stata quella dei fondamentalisti indù. Portatori di un nazionalismo rozzo e aggressivo, costoro ritengono che la potenza e il prestigio di una nazione siano funzione non tanto di una società equa e di un’economia forte, quanto della potenza militare. Non c’è quindi da stupirsi che abbiano invocato l’adozione di armi nucleari fin dal 1951 (13 anni prima dell’atomica cinese e 11 anni prima della guerra sino-indiana). Ne c’è da stupirsi che l’“introduzione” (induction) delle armi nucleari abbia costantemente fatto parte dei programmi elettorali del BJP (compreso quello del 1998) [BJPEM, p. 31]. Tuttavia, ancora alla dimane delle elezioni generali del 1998, pochi commentatori ritenevano possibile che il BJP si scostasse dalla posizione fin lì tenuta dai precedenti governi indiani. Questo anche perché non risultava chiaro quale effettivo vantaggio politico o strategico l’India avrebbe potuto ottenere dichiarandosi apertamente potenza nucleare. Al contrario, erano assolutamente prevedibili le reazioni negative a un tale passo soprattutto da parte di USA e Giappone (quest’ultimo la principale fonte di aiuti bilaterali all’India, aiuti nell’ordine di oltre un miliardo e mezzo di dollari all’anno) [W/F 6-19 giugno 1998: “On Sanctions”, par. 5].  
Questo tipo di valutazione, però, non teneva conto né della serietà con cui alcuni importanti settori del BJP aderiscono alla propria aggressiva ideologia, né, soprattutto, del fatto che per tenere insieme la variopinta e rissosa coalizione che lo sosteneva, il BJP avrebbe dovuto rinunciare praticamente a tutti i punti ideologicamente caratterizzanti della propria piattaforma elettorale. O, per meglio dire, a tutti eccetto uno: il disvelamento dell’India come potenza atomica.  
In proposito bisogna ricordare che la mentalità collettiva indiana è profondamente segnata dalla percezione del proprio paese come ingiustamente discriminato a livello internazionale, in quanto trattato in modo non adeguato al suo immenso peso demografico e alla sua complessa e ricca civilizzazione. Dato questo contesto, un’eventuale dimostrazione di potenza atomica significava dare, in primo luogo agli stessi indiani, la prova che l’India era allo stesso livello di ogni altra grande potenza (o, come doveva poi affermare in un suo titolo un posato quotidiano economico, la dimostrazione che l’India era una “nazione [che] ha la forza di affrontare il mondo”) [ET 12 maggio 1998]. Non vi era quindi dubbio che l’“introduzione” delle armi nucleari fosse una misura destinata ad essere immensamente popolare. Questo, per la leadership politica del BJP, era un vantaggio di assai maggior peso dell’inevitabile peggioramento dei rapporti sia con i paesi vicini, sia con USA e Giappone.  
Sintomaticamente, la decisione di procedere ai test di Pokhran II è stata presa dai vertici del BJP in gran segreto, senza consultare i propri alleati di governo: lo stesso ministro della Difesa, George Fernades, leader del partito Samata, è stato avvertito della cosa solo quarantotto ore prima dei test dell’11 maggio [Sharma, par. 10]. Evidentemente, il BJP non voleva condividere questa decisione con nessun’altra forza politica, assumendosene in pieno la responsabilità, e tutti i vantaggi politici che da essa si aspettava.  
Coerentemente a questi calcoli, le esplosioni dell’11 e 13 maggio hanno raggiunto l’obiettivo primario di conquistare un ampio appoggio popolare, tale da mettere il BJP in una posizione di forza. Le masse si sono abbandonate a tumultuose manifestazioni di gioia, i membri delle classi medie hanno tempestato di lettere di plauso i giornali, la VHP (una delle organizzazioni extraparlamentari dei fondamentalisti indù) ha avanzato la proposta (poi rientrata) di costruire sul luogo dei test un tempio alla dea Shakti. Gli attivisti dei gruppi fondamentalisti indù, poi, oltre a festeggiare la Bomba hanno “condannato la cultura occidentale” versando casse di Coca Cola e Pepsi Cola nelle fognature (come ha ironizzato quell’intelligente e bella scrittrice che è Arundhati Roy vincitrice nel 1997, con il suo Il dio delle piccole cose, del secondo Booker Prize dato ad un romanziere indiano costoro evidentemente pensavano che la bomba atomica, a differenza della Coca Cola, fosse una vecchia tradizione indiana). Si è trattato di un’atmosfera politica che si è sommata a quella che già stava autonomamente venendo in essere dopo la fiducia al governo Vajpayee. Un’atmosfera caratterizzata da idee come quella di creare cellule per sorvegliare eventuali attività “antinazionali”, o quella di emendare le leggi sulla TV via cavo, in modo da bandire le reti “dannose alla cultura nazionale” [IE 3 luglio 1998]. Un’atmosfera di cui sono diventate parte integrante minacce e intimidazioni a scrittori, attori, cantanti e artisti. Il caso più clamoroso, quello del noto pittore (mussulmano) Maqbul Fida Husain, minacciato per aver dipinto la dea Sita nuda (da parte di fondamentalisti indù che, evidentemente, non hanno mai visto le sculture dei templi indù medievali) brevemente rimbalzato anche sulla stampa italiana [R 30 maggio 1998]. Ma, forse, l’evento più esemplificativo della nuova cultura emergente è stata la decisione del governo BJP di Delhi di derubricare le chiese cristiane da luoghi di culto, in quanto “vi si serve vino” [IE 3 luglio 1998; STI 5 luglio 1998]. Una decisione rientrata solo in seguito all’intervento di Vajpayee, timoroso che la questione potesse diventare un punto di raccolta per le forze dell’opposizione [W/BJ, “Delhi BJP”].  
Nelle due settimane immediatamente dopo Pokhran II, con i sondaggi che confermavano l’approvazione per i test nucleari da parte di oltre l’80% della popolazione e con il coagularsi dell’idea che criticarli fosse antipatriottico, gli stessi partiti dell’opposizione (con l’eccezione di due partiti di sinistra: il piccolo Forward Bloc ed il CPIM), quando non si sono uniti al plauso generale, hanno quanto meno evitato posizioni apertamente critiche.  
  

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 9. La politica estera da Gujral a Vajpayee  

Pokhran II ha rappresentato una brusca svolta in quella politica estera “del buon vicinato” che aveva caratterizzato l’azione dello Union Front. Coerentemente con essa, Gujral, durante l’ultima fase del suo governo, aveva portato avanti le trattative con il Pakistan, nonostante evidenti difficoltà. Ancora il 15 gennaio 1998, in occasione di un incontro trilaterale nella capitale del Bangladesh, Gujral, nella sue qualità di primo ministro ad interim, aveva concordato con il suo omologo pakistano l’avvio di un nuovo round di discussioni bilaterali. Prima di allora e prima della crisi del suo governo Gujral, parlando di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (24 settembre 1997), aveva ribadito la richiesta di un seggio permanente per l‘India nel Consiglio di sicurezza (un obiettivo prioritario della politica estera indiana fin dal 1994). Questa richiesta, nelle argomentazioni di Gujral, trovava una legittimazione aggiuntiva proprio nell’autorità morale derivante all’India dalla sue costruttiva e generosa politica nei confronti degli altri paesi dell’Asia meridionale. Sempre in quell’occasione, Gujral aveva reiterato le critiche dell’India al TNP ed al CTBT [HT 4 ottobre 1997, p. l]. Tuttavia, Gujral era riuscito a portare avanti il dialogo con gli USA, i principali promotori del CTBT, trovando con essi un punto d’accordo (18 ottobre 1997) nella necessità di combattere il terrorismo e nell’inopportunità di focalizzare i rapporti fra i due paesi sulle perduranti divergenze a proposito del disarmo nucleare [HT 25 ottobre 1997, p. 1]. Di conseguenza, ancora il 14 aprile 1998 in occasione dell’incontro a New Delhi fra l’ambasciatore americano all‘ONU, Bill Richardson, e Vajpayee, da poco insediatosi come primo ministro era apparsa chiara la disponibilità degli USA nei confronti dell’India. Ma, ovviamente, questa disponibilità doveva dissolversi come neve al sole (in effetti a un sole nucleare) di lì a circa un mese, in occasione di Pokhran II.  
Non previsto dalla CIA e, pertanto, totalmente inaspettato per il governo americano, Pokhran II ha rappresentato il “maggior disastro in politica estera” subito dal presidente Clinton [NYT 3 giugno 1998].  
Esso, infatti, metteva un punto interrogativo alla sopravvivenza del CTBT, un trattato al cui successo l’amministrazione democratica americana aveva dedicato molti dei propri sforzi. Di per sé, ciò sarebbe stato sufficiente a spingere Clinton sulla strada delle sanzioni contro l’India ma, in ogni caso, questa era una via obbligata, in quanto imposta dallo Arms Export Control Act (Glenn Amendment) del 1994. Questa legge, infatti, vincola il governo americano ad imporre una serie di sanzioni economiche a qualsiasi paese che ricorra a test nucleari. Tali sanzioni comprendono la sospensione degli aiuti bilaterali, la cessazione di crediti e garanzie a ditte americane che abbiano relazioni d’affari con il paese colpevole e, da ultimo ma non per importanza, la richiesta che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sospendano i propri finanziamenti al paese in questione.  
Sotto questa duplice spinta, gli USA hanno quindi tirato le fila delle sanzioni internazionali all’India (sui cui effetti ci soffermeremo nel prossimo paragrafo). I paesi europei, in un primo tempo decisamente tiepidi (in particolare Gran Bretagna e Francia), hanno poi finito per accodarsi agli USA [W/AB 12 giugno 1998]. Dal canto quo, il Giappone, per cui la diffusione delle armi nucleari ha per ovvie ragioni un particolare impatto psicologico, ha sospeso gli aiuti bilaterali all’India e ha cancellato la riunione annuale delle nazioni raccolte nell’Aid India Consortium, riunione che si sarebbe dovuta tenere a Tokyo il 10 giugno (W/F 6-19 giugno 1998, “On sanctions”, par. 5).  
Con fine spirito diplomatico e nel tentativo di giustificare la posizione dell’India agli occhi degli USA, Vajpayee ha inviato, in data 13 maggio, una lettera personale al presidente Clinton in cui affermava, e vale la pena di citare il passo per intero: “Abbiamo uno Stato apertamente nucleare ai nostri confini [la Cina], uno Stato responsabile di un’aggressione armata contro l‘India nel 1962. Un’atmosfera di mancanza di fiducia persiste, principalmente per gli irrisolti problemi di confine. Come se non bastasse, quel paese ha dato aiuto materiale a un altro nostro vicino [il Pakistan] perché diventasse uno Stato copertamente nucleare,, [W/ST, par. 1]. Come ha commentato un esperto americano, è stato come se Clinton avesse giustificato un’eventuale ripresa dei test nucleari da parte degli USA “a causa delle tensioni residue con la Russia, legate alla crisi cubana dei missili del 1962!” [IT 25 maggio 1998, p. 31]. A parte ciò, il miglioramento dei rapporti fra India e Cina, in corso fin dalla fine degli anni ‘80, aveva fatto continui passi in avanti sia sotto il governo Rao, sia sotto il governo dello Union Front. Le giustificazioni di Vajpayee che, per quanto contenute in una lettera privata, sono immediatamente diventate note se non hanno aiutato la posizione dell’India nei confronti degli USA, hanno però avuto l’effetto netto di fare infuriare la Cina.  
Accanto al brusco deteriorarsi dei rapporti dell’India con le grandi potenze, vi è stato il prevedibile peggioramento di quelli con il Pakistan. Non solo i test indiani non potevano non essere percepiti dal Pakistan che come una diretta minaccia alla propria sicurezza, ma la leadership del BJP ha fatto in modo che i pakistani non potessero avere dubbi in proposito. Lal K. Advani, “il potere dietro al trono” [S 3-9 maggio 1998, la di cop.] del governo Vajpayee e l’“uomo forte” del BJP, a pochi giorni da Pokhran II avvertiva il Pakistan di “porre fine (roll back)” alle sue attività indiane e affermava che l‘India aveva deciso di “schiacciare” il “terrorismo” in Kashmir, “senza alcuna falsa pietà” (18 maggio 1998). Questi avvertimenti facevano da premessa alla “dottrina Advani”, secondo cui l‘India avrebbe preso in considerazione la possibilità d’inseguire e di colpire i guerriglieri kashmiri in territorio pakistano [ET 24 maggio 1998 e HT 30 maggio 1998, p. 2].  
In questo stato d’esaltazione collettiva arrivavano come una brusca doccia fredda i cinque test atomici del Pakistan del 28 maggio 1998, seguiti da un sesto il 30 dello stesso mese. La percezione del fatto che il Pakistan non fosse un vicino disarmato e che, forse, disponesse già, a differenza dell’India, della capacità di rendere operativo dal punto di vista militare il proprio armamento atomico [11 2 luglio 1998 e 4 luglio 1998], portava a un percepibile cambiamento d’atmosfera. Mentre una serie d’importanti organi d’informazione attaccavano il BJP, ospitando in certi casi anche le voci critiche di alcuni noti intellettuali (come Arundhati Roy, che in un lungo saggio su “Outlook” denunciava “l’inconfondibile lezzo di fascismo nell’aria”) [Roy, par. 35], il quadro politico si rimetteva in movimento. Mentre gli alleati del BJP diventavano sempre più rissosi e infidi, i partiti dell’opposizione rompevano la tregua e, a partire dal dibattito in Parlamento sulla politica nucleare del 28 e 29 maggio, si univano al CPIM in una serie di feroci critiche all’operato del governo. Il primo segnale di questa svolta era stato in realtà dato già il 26 maggio da Sonia Gandhi (che, dal 14 marzo, era succeduta a Kesri come presidente del partito [HT 21 marzo 1998, p. 1]). La Gandhi, abbandonando la sue iniziale posizione di attesa nei confronti del governo in carica, aveva infatti esortato i rappresentanti del Congresso “a esercitare il loro diritto democratico di fare domande senza riguardi sulla politica nucleare” [HT 6 giugno l 998, p. 4] . Questo era uno sviluppo che veniva sulla scia di una serie di demarches diplomatiche iniziate dalla stessa Gandhi fin dal mese di aprile [IT 11 aprile 1998, pp. 12-14], al fine d’annodare o di rinnovare una serie di alleanze con gli altri partiti dell’opposizione, in vista della creazione di una nuova maggioranza.  
Alla fine del periodo in esame, la sopravvivenza del governo del BJP sembrava predicate non sulla sue dubbia solidità, bensì sulla difficoltà per l’opposizione di decidere chi dovesse essere il nuovo primo ministro, una volta abbattuto il governo Vajpayee. Se, infatti, era dato per scontato che il nuovo primo ministro dovesse appartenere al Congresso, era meno chiaro chi potesse in realtà essere. Questo perché Sonia Gandhi non sembrava ritenersi ancora in grado di assumere direttamente questa carica ma, nel contempo, era chiaramente riluttante a investirne anche il più fido dei suoi collaboratori. Come dimostra la storia del Congresso, infatti, in caso di conflitto fra il primo ministro ed il presidente del partito è sempre il secondo che finisce per soccombere.  
  

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 10. Il rallentamento dell‘economia indiana  

Nonostante le contrarie assicurazioni del BJP, di molti giornalisti e di qualche raro economista, l’impatto di Pokhran II è stato decisamente negativo anche sull’economia. Questo ha contribuito a far peggiorare una situazione che, già nella seconda metà del 1997, presentava evidenti sintomi di recessione [IT 1° dicembre 1997, p. 32]. Entro il febbraio 1998, infatti, era diventato chiaro che il ministro delle Finanze dello Union Front, P. Chidambaram, aveva perso la duplice scommessa da lui fatta col bilancio del 1997 (quel dream budget, “bilancio da sogno”, che gli aveva valso la distinzione di essere scelto come “miglior ministro economico dell’Asia” dalla rivista “Euromoney”). La duplice scommessa in questione era stata quella di riuscire a stimolare l’economia attraverso una generosa remissione d’imposte all’industria privata e ai settori sociali privilegiati, pur aumentando gli introiti fiscali. Quest’ultimo risultato avrebbe dovuto essere garantito sia dalle tesi economiche esemplificate dalla “curva di Laffer” (per cui, date certe condizioni, a una diminuzione e a una semplificazione dell’imposizione dovrebbe corrispondere una crescita del gettito fiscale), sia dai ritorni che avrebbero dovuto derivare da un generoso condono fiscale. Contrariamente alle previsioni, invece, nel corso del 1997-98 il gettito fiscale è diminuito, mentre i previsti investimenti degli imprenditori privati hanno segnato il passo. Come se non bastasse, le esportazioni, in fase di decelerazione fin dal 1996, sono ulteriormente declinate. Subito dopo l’insediamento del governo Vajpaee, con la presentazione del bilancio ad interim da parte del nuovo ministro delle Finanze (25 marzo) e con il rilascio della Economie Survey 1997-98, le reali dimensioni del problema assumevano contorni ancora più precisi. Il tasso di crescita per l’anno fiscale 1997-98 si era fermato al 5% (contro il 7,5% previsto ed il 6,8% raggiunto nel 1996-97) [AM 1997, p. 130]; il deficit si era attestato al 6,1% (contro il 4,5% previsto) [IT 8 giugno 1998, p. 30]; le esportazioni erano scese del 7,5% nel periodo gennaio 1997-gennaio 1998 [W/F 23 maggio-5 giugno 1998, “Camouflaging ...”, par. 11]; la produzione agricola era declinata del 3,7%; la crescita della produzione industriale, sebbene ancora positiva, era in fase di decelerazione (12,1% nel l 995-96,7, l % nel l 996-97, e solo un previsto 4,5% nel 1997-98); infine, l’inflazione era in crescita, pericolosamente vicina a superare la soglia psicologica rappresentata da un numero a due cifre [W/F 20 giugno-3 luglio l 998, “More Trouble ...”, par. 7].  
Oltre alle ragioni contingenti (fra cui i crescenti problemi economici che stavano coinvolgendo le economie dell’Asia orientale, influendo negativamente sulla bilancia commerciale indiana), il rallentamento dell’economia sembra avere cause di fondo di lungo periodo. La capacità di un sistema economico di mantenere in maniera costante un significativo tasso di sviluppo è infatti ottenibile solo in presenza di una serie di condizioni, alcune delle quali sembrano tuttora assenti nel contesto indiano. Fra queste, due appaiono particolarmente importanti: la prima è l’esistenza di adeguate infrastrutture (energia, strade, ferrovie, porti, telecomunicazioni); la seconda è una capacità d’acquisto socialmente diffuse ed in progressivo aumento [W/F 20 giugno-3 luglio 1998, “Synthesis ...”, par. 10-12]. Per quanto riguarda il primo punto si è già sottolineato nei passati numeri di “Asia Major” come le infrastrutture indiane siano, e continuino a rimanere, disperatamente inadeguate. Per quanto riguarda il secondo punto, bisogna tener conto che il mercato indiano è formato da un mero 10 o 15% della popolazione. Anche così, si tratta di uno dei più grossi mercati mondiali; tuttavia è un mercato che, dopo la rapida crescita di domanda in seguito alle riforme del 1991, sembra aver raggiunto, almeno per il momento, un punto di saturazione. Molti osservatori, infatti, affermano che alla base della recessione in corso in India vi sarebbe “una mancanza di crescita della domanda di beni e servizi, anche [solo] in proporzione alla lenta crescita del reddito nazionale” [IT l2 maggio 1998]. Ciò comporterebbe una inadeguata utilizzazione degli impianti industriali esistenti, il che, a sue volta, disincentiverebbe gli investimenti privati.  
Secondo la prevalente ortodossia economica, la politica delle riforme varata nel 1991 avrebbe dovuto portare a un autoperpetuantesi processo di crescita dell’economia indiana. Ma, nonostante i lusinghieri risultati della politica di liberalizzazione (esemplificati dal 5,43% di crescita del PIL nel 1992-93, dal 4,83% nel 1993-94, dal 7,75% nel 1994-95, dal 7,33% nel 1995-96, dal 6,8% nel 1996-97) [WB 1997; AM 1997, p. 130], tale politica sembra essere ore arrivata ad una fase di ritorni decrescenti. Questo rallentamento, diventato pienamente visibile nel 1997-98, per essere spiegato da un insieme di cause diverse. Da un lato, il processo d’integrazione dell’economia indiana in quella mondiale era entrato in un periodo di progressive decelerazione già nella seconda fase del governo Rao; d’altro lato, i risultati ottenuti, per quanto brillanti apparissero sulla carte, non avevano in realtà risolto quelli che abbiamo indicato come i due ostacoli fondamentali ad un processo di crescita economica sostenuta e permanente. Il problema delle infrastrutture, infatti, aveva continuato a rimanere irrisolto; d’altra parte, i guadagni ottenuti non avevano portato ad un progressivo e consistente allargamento del mercato interno, data la persistente povertà della maggioranza della popolazione indiana. Questa situazione è poi stata aggravata dalla crisi delle economie dell’Asia orientale e sudorientale, che ha drasticamente limitato le possibilità di una crescita trainata dalle esportazioni.  
È questa una situazione d’impasse che potrebbe essere forzata solo attraverso una massiccia politica d’investimenti che, teoricamente, potrebbero venire sia dal settore pubblico, sia da quello privato. Ma l’intervento dello Stato, dato che comporterebbe un aumento del deficit di bilancio, è contrario all’ortodossia economica oggi prevalente anche in India. In effetti, la politica economica varata nel 1991 ha aggravato questo tipo di problema, dato che ha determinato una diminuzione degli investimenti statali. La seconda via, quella di stimolare gli investimenti privati, è stata invece quella seguita da Chidambaram con il suo “bilancio da sogno” del 1997, caratterizzato dalle massicce remissioni d’imposta al settore privato e alle classi affluenti. Tuttavia l’aumento di disponibilità così creato non si è incanalato nel finanziamento delle infrastrutture, evidentemente giudicato rischioso. D’altra parte, le capacità di consumo personale dei membri delle classi affluenti sembrano, per il momento, essere arrivate a un tetto. Più grave, poi, è il fatto che la diminuzione delle risorse statali, determinata dalla contrazione del gettito delle imposte dirette, non può che essere controbilanciato da un aumento delle tasse indirette, delle tariffe postali, di quelle ferroviarie et similia.  
A sua volta questo si traduce in una compressione della capacità d’acquisto di sezioni maggioritarie della popolazione e si riflette sul livello complessivo della domanda. In una situazione del genere, il declino del valore della rupia, legato all’allargarsi della forbice fra le entrate e le uscite dello Stato, spinge l’economia verso una situazione di stagflazione (stagnazione più inflazione). Ed è appunto in questa direzione che è sembrata dirigersi l’economia indiana, fin dal “bilancio da sogno” del l 997.  

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 11. La politica economica del BJP  

Questa difficile situazione non poteva che essere resa più grave dalle sanzioni economiche varate da USA, Giappone e da altri paesi. Queste hanno comportato la sospensione degli aiuti bilaterali concessi attraverso l’Aid India Consortium (circa 3 miliardi di dollari) e la sospensione degli aiuti economici dati dalla Banca Mondiale e dal FMI. Inoltre gli USA hanno cancellato le linee di credito alle società americane che operano in India.  
Gli aiuti economici bilaterali e multilaterali rappresentano solo una percentuale apparentemente trascurabile del PIL indiano. Ma a parte che forniscono valuta pregiata, strategicamente importante per l’economia indiana, vi è il fatto, in definitiva più significativo, che le sanzioni determinano un clima d’incertezza economica destinato ad avere un effetto negativo a cascata sull’intera economia. Questo si è visto immediatamente quando, il 12 maggio (il giorno in cui sono stati resi noti i primi test nucleari indiani), il Sensex, l’indice della borsa di Bombay, è sceso di 77 punti (da 3945) e, il giorno successivo, di altri 162 punti; nello stesso periodo, la rupia incominciava a scivolare verso il basso (da 39,78 rupie per dollaro il 12 maggio a 40,76 rupie per dollaro il 15 maggio) [S 28 giugno-4 luglio 1998, pp. 41-42]. Dal canto suo, la Standard and Poor, una delle più note agenzie internazionali di rating, in occasione della sua prima rassegna dopo Pokhran II (25 maggio 1998), ha declassato il grado di affidabilità finanziaria dell’economia indiana, contribuendo ulteriormente alla fuga di capitali, al declino della borsa ed allo slittamento verso il basso della rupia.  
In questa situazione, la leadership del BJP si è trovata nella necessità d’impostare una politica economica che potesse giustificare la tesi che le sanzioni non avrebbero avuto alcun effetto negativo duraturo. Questa politica ha trovato espressione nel bilancio per il 1998-99, presentato alla Lok Sabha il 1° giugno 1998 dal ministro delle Finanze del governo Vajpayee, Yashwant Sinha, un parlamentare del BJP.  
Il bilancio ha dimostrato che, nonostante che la politica economica auspicata dal BJP negli ultimi anni abbia fatto riferimento allo swadeshi (cioè all’autarchia), la linea perseguita è la stessa attuata da Manmohan Singh (l’architetto della nuova politica economica inaugurata dal governo Rao nel 1991) e da P. Chidambaram (il ministro delle Finanze dello Union Front). Il secondo punto degno di nota del bilancio è di essere all’insegna della politica dello struzzo per ciò che riguarda le sanzioni economiche: Sinha, infatti, ha affermato che le sanzioni USA sono state “eccessivamente enfatizzate e sovrastimate” [HT 6 giugno 1998, p. 1] e ha tranquillamente previsto un aumento degli introiti dovuti all’assistenza estera di circa il 50% rispetto al 1997-98. Il terzo elemento immediatamente evidente del bilancio è che, in considerazione della decisione di mantenere basse le imposte e di aumentare le spese, esso non può che avere effetti inflazionistici [ibidem, pp. 1-2, 8].  
Più in dettaglio, il bilancio Sinha è caratterizzato dall’assenza di ogni tentativo di mobilitare risorse aggiuntive mediante la tassazione diretta, dalla crescita massiccia della tassazione indiretta e dall’accelerazione del processo di privatizzazione dell’industria pubblica (con l’obiettivo finale di ridurre al 26% la partecipazione azionaria dello Stato in tutte le industrie, salvo quelle “strategiche”). Parte integrante di questo processo di privatizzazione è stata la decisione di aprire il settore dell’assicurazione alla partecipazione dei privati e di procedere alla chiusura di una serie di imprese pubbliche (previe adeguate concessioni economiche ai lavoratori). L’unica concessione allo swadeshi è stata l’imposizione di una tariffa doganale aggiuntiva dell’8% sulla maggior parte delle importazioni. Il bilancio ha anche previsto un aumento di spese per quanto riguarda le infrastrutture, il settore militare, il settore nucleare, l’agricoltura e l’istruzione [W/BJ 6-19 giugno 1998, “Let them ...”, passim, e W/BJ 20 giugno-3 luglio 1998, “Of privatisation ...”, passim]. Per quanto riguarda quest’ultimo settore, è stato motivo di preoccupazione il riferimento a uno schema per la creazione di un “Corpo nazionale di ricostruzione”, ciò che ha fatto pensare ad un espediente per “statalizzare” l’RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh), cioè l’organizzazione “madre” dei fondamentalisti indù, da sempre impegnata nell’“educazione” della gioventù indù.  
Nonostante l’atteggiamento noncurante ostentato da Sinha nei confronti delle sanzioni, il bilancio ha incluso una serie di strategie volte a minimizzarne l’impatto sull’economia indiana. La prima di queste misure sveltisce il processo burocratico per l’approvazione degli investimenti stranieri. La seconda prevede garanzie economiche per le ditte straniere che operano in India (per compensare il venir meno delle garanzie anteriormente date dal governo USA agli investitori americani). La terza consiste in una serie di provvedimenti (fra cui la concessione della doppia cittadinanza) a favore dei Non Resident Indians, gli indigeni cioè che vivono all’estero, in modo da incoraggiarli a investire nell’economia del paese d’origine.  
Il bilancio Sinha, ansiosamente atteso, non è piaciuto a nessuno. La stessa retorica aggressivamente sciovinista che ha caratterizzato il discorso di presentazione del bilancio [W/BJ 6-19 giugno 1998, “Let them ...”, par. 1] ha preoccupato gli industriali indiani [ET 10 luglio 1998]. Questo e, più in generale, il clima creato dagli esperimenti nucleari hanno poi avuto un effetto paradossale su quegli “indiani non residenti” sul cui contributo conta il BJP. Quelli fra di loro a cui si è di fatto rivolto il BJP sono uomini d’affari e professionisti che vivono soprattutto in Nord America e in Inghilterra. Costoro in maggioranza indù, a differenza di molti fra i lavoratori che vivono soprattutto in Medio oriente traggono motivo d’orgoglio dall’aggressivo nazionalismo indù del BJPe non hanno mancato di esultare per la dimostrazione di virilità nucleare data dal governo Vajpayee. Ma dato che la retorica e retorica e gli affari sono affari, è presto diventato chiaro che all’esultanza nucleare degli indiani non residenti non ha in alcun modo fatto riscontro un cambiamento nella tendenza, già in corso, ad una diminuzione dei loro investimenti in India.  
Se questo è stato l’atteggiamento degli indiani non residenti, ancora più netto è stato quello degli investitori stranieri: nonostante gli sveltimenti burocratici e le garanzie finanziarie offerte dal bilancio Sinha, costoro hanno preferito credere alle negative valutazioni delle agenzie di rating. E, il 22 giugno, al declassamento della Standard and Poor è seguito quello ancora più netto della Moody’s.  
Le valutazioni della Standard and Poor e della Moody’s hanno avuto una conferma difficilmente confutabile quando Sinha, a pochi giorni di distanza dalla presentazione del bilancio, ha incominciato a rimangiarsi una serie di provvedimenti, con il risultato di ridurre ulteriormente le entrate. In particolare la tariffa aggiuntiva sulle importazioni state portata dall’8 al 4% ed è stato abolito l’aumento di una rupia al chilo nel prezzo dell’urea (una componente base per i concimi chimici) [W/BJ 20 giugno-3 luglio, “Budgetary retreat”]. A ciò è seguita, a metà luglio, una nuova ondata di consistenti concessioni fiscali di varia natura [HT 25 luglio 1998, p. 2].  
Questi provvedimenti, ovviamente, non potevano che essere percepiti come un ulteriore focolaio d’inflazione. Il risultato è stato che, contrariamente alle speranze di molti, il bilancio, fungi da capovolgere la negative linea di tendenza iniziata il 12 maggio, ha contribuito a rafforzarla. Sia la rupia, sia la borsa hanno continuato a scivolare verso il basso: la borsa ha perso circa un quarto del suo valore in poco più di un mese a partire dal 12 maggio, continuando poi a declinare anche dopo il l° giugno; da parte sua, la rupia ha sfondato la soglia strategica di 42 rupie per dollaro il 9 giugno, raggiungendo un nuovo record negativo di 43 rupie per dollaro il 23 dello stesso mese [S 2 giugno-4 luglio 1998, pp. 40-43].  
Mentre il deprezzamento della rupia non era considerato del tutto negativo né dal governo (in quanto comportava un aumento del gettito in rupie delle tariffe doganali), né da certi settori dell’industria (in quanto, aumentando il costo delle importazioni, dava loro un certo grado di protezione), esso era tale, in ogni caso, da contribuire ad accelerare la fuga degli investimenti stranieri, con gravi conseguenze sul mercato azionario e sull’economia nel suo complesso [W/BJ 14-17 luglio 1998, “The rupee ...”].  

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 IFERIMENTI BIBLIOGRAFICI  

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