ASIA MAJOR 1999
cap. X
 
 
 PAKISTAN: LA CONTRASTATA MARCIA DI NAWAZ SHARIF
VERSO AUTORITARISMO ED ISLAMIZZAZIONE 
 
di Marco Corsi    
 
cap.IX  
 index
   cap.XI
 
   1. Premessa

 Su uno sfondo contraddistinto da incertezza economica e crisi interetniche ed interreligiose, l’evoluzione politica del Pakistan nei dodici mesi in esame (1o luglio 1998-30 giugno 1999) è stata caratterizzata dalla continuazione del processo di accentramento dei poteri messo in atto dal primo ministro, Nawaz Sharif. Si è trattato di un processo che, come vedremo, ha almeno in parte una giustificazione oggettiva nella situazione di caos sociale che contraddistingue ampie aree del paese e che, in genere, ha origini che vanno ben al di là del periodo in cui Sharif è stato primo ministro. D’altra parte, l’azione di Sharif, lungi dal promettere un miglioramento della situazione, non solo si è tradotta in una limitazione delle libertà, ma è diventata essa stessa causa di ulteriori e sempre più pericolose tensioni sociali. Particolarmente significativo, da questo punto di vista, è stato il cinico perseguimento da parte di Sharif della politica di islamizzazione dall’alto del paese. Vale tuttavia la pena di segnalare che, anche se Sharif è effettivamente riuscito ad accrescere la concentrazione di potere nelle proprie mani e a mettere fuori gioco una serie di avversari politici, la sua marcia verso l’autoritarismo e l’islamizzazione ha suscitato una serie di resistenze. In alcuni casi si è trattato di resistenze che Sharif non è riuscito a piegare. 
 

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 2. Interni

2.1.  Anatomia della violenza a Karachi

 Uno degli sviluppi più gravi del periodo in esame è stato l’ulteriore dilagare della violenza a Karachi, la capitale del Sind. Dalla metà degli anni ’80 capitale economica del paese, Karachi è dilaniata da violente lotte intestine di varia natura: politica, etnica, terroristica e criminale. Contro il dilagare di queste forme di delinquenza, le forze dell’ordine – militari, paramilitari e di polizia – hanno a più riprese intrapreso vere e proprie campagne di «controllo», per lo più sfociate in violenze incontrollate, ma incapaci di portare ad un miglioramento della situazione. Secondo fonti ufficiali, a Karachi ci sono attualmente oltre duecento terroristi ricercati e dozzine di gruppi mercenari, dei quali fanno parte anche giovanissimi tra i dodici ed i quindici anni [N novembre 1998, p. 42]. È una situazione che non stupisce, qualora si rifletta sul fatto che le sue radici risalgono alla partition del 1947, che vide la sanguinosa divisione dell’ex impero anglo-indiano nelle due nuove nazioni del Pakistan e dell’India.
 Contemporaneamente alla nascita del paese, in Sind si creò un improvviso vuoto, causato dalla massiccia emigrazione in India degli indù, che rappresentavano la parte più consistente della locale classe media. Tale vuoto fu riempito dagli immigrati musulmani di lingua urdu che, durante i giorni tragici della spartizione dell’ex impero coloniale britannico, emigrarono nel Pakistan, soprattutto nelle città (dato che erano in larga parte d’estrazione urbana). Questi mohajir, cioè «rifugiati», si stabilirono per lo più nel Punjab. Circa il 20% di loro, però, arrivò nel Sind, insediandosi quasi interamente nelle aree urbane di Karachi e di Hyderabad, ciò che ne cambiò in maniera radicale la composizione etnica.-
 Attualmente, il termine mohajir è riferito solo a coloro che si insediarono nel Sind ed ai loro discendenti. In questa regione, se nel 1947 il 95% della popolazione era di lingua sindhi, già nel 1951 il 50% della popolazione urbana era di lingua urdu [UNRISD 1993, p. 16], una proporzione destinata a salire ancora, fino a stabilizzarsi intorno all’80% a Karachi ed al 66% a Hyderabad [ibidem]. I mohajir, generalmente più istruiti dei locali, sebbene provenienti da diverse regioni dell’India, svilupparono ben presto un senso di comune identità. Presero possesso quasi interamente delle proprietà della classe media indù emigrata e vi si sostituirono anche a livello sociale, integrandosi facilmente nella burocrazia militare e civile. Inoltre, il tentativo del governo pakistano di adottare l’urdu come lingua nazionale favorì ulteriormente i mohajir, che divennero lo «standard da imitare» [ibidem, p. 17], ottenendo tutta una serie di ulteriori vantaggi. Ciò che in effetti si verificò fu l’emergere di un asse dominante, formato dall’alleanza fra punjabi e mohajir, i due gruppi etnici che divennero dominanti in Pakistan, a cui si contrapponevano le élite regionali. In Sind, in particolare, le tensioni fra mohajir e sindhi finirono per diventare esplosive.
 La situazione divenne particolarmente grave a Karachi, la città più grande del paese, dove, accanto a mohajir e sindhi, coesistono numerosi altri gruppi linguistici e regionali (baloch, pushtun, kashmiri, afgani ed altri ancora) in costante competizione nel tentativo di accaparrarsi posti di lavoro, case, potere politico, opportunità. Ad aggravare la situazione vi è, poi, l’inquietudine sociale originata dalla disoccupazione: circa la metà dei laureati dell’intero Pakistan vive nelle aree urbane del Sind ed il 69% dei disoccupati è costituito proprio da giovani che hanno un titolo di studio. Ciononostante, il governo federale assegna quote regionali per l’assunzione negli impieghi pubblici (per esempio, nel Federal Civil Service), in virtù delle quali alle aree urbane del Sind è assegnata una quota del 7,6%. Il Punjab può invece disporre del 50% degli impieghi in questione, pur avendo un tasso di istruzione inferiore (33%) a quello del Sind [HDC, p. 40]. 
 Una situazione del genere non poteva che ripercuotersi nella diffusione della violenza a livello sociale. Questa ha raggiunto livelli impressionanti. Il 90% degli omicidi a Karachi rimane irrisolto, e non è un caso, visto che la stessa polizia è sinonimo di terrore. Altamente politicizzata e corrotta, la polizia costituisce oggigiorno una delle cause dello stato di disordine e di assenza di legge nel quale versa la città. I dibattiti che si sono recentemente moltiplicati sulla necessità di controllare la polizia hanno portato ad un complesso progetto di riforma. È però ancora presto per poter dire non se porterà a risultati ma addirittura se sarà messo in pratica.
 Una delle caratteristiche più singolari dei violenti avvenimenti di Karachi – e forse il problema che ne rende più difficile il contenimento – è la mancanza di rivendicazioni. Tra i molti gruppi che lottano per l’autonomia, l’indipendenza, i diritti sociali e la democrazia, nessuno usa assumersi la responsabilità degli atti terroristici, limitandosi ad accusare le fazioni rivali. Questo è quanto è avvenuto anche in occasione dell’attentato del 3 gennaio 1999 al primo ministro Nawaz Sharif, scampato fortuitamente alla deflagrazione di una bomba che ha invece ucciso tre persone, ferendone altre due. 
 Gli investigatori non escludono che l’attentato possa essere stato architettato dal gruppo militante sunnita Lashkar-e-Jhangvi, in seguito all’uccisione di alcuni suoi attivisti in scontri con le forze dell’ordine. Tuttavia, per quanto non siano state avanzate accuse esplicite, non viene neppure scartata l’ipotesi di un coinvolgimento del MQM (Muttehada Quami Movement), un gruppo politico che rappresenta i mohajir, particolarmente forte nelle aree urbane del Sind.
 

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 2.1.1.  La proclamazione del governo diretto in Sind

 L’incapacità del governo provinciale di Liquiat Jatoi di affrontare la crisi dell’ordine pubblico a Karachi ha indotto Sharif a decretare, il 30 ottobre 1998, lo stato d’emergenza, cioè l’assunzione dei pieni poteri nel Sind da parte del governo federale. Successivamente, il 20 novembre 1998, è stato ordinato l’intervento dell’Esercito (Karachi Operation) e, in base al Pakistan Army Act, sono stati istituiti 10 tribunali militari [EIU 1998, C.R. IV, p. 18].
 La prima vittima di una sentenza delle corti militari è stato un ragazzo di tredici anni, giustiziato a Karachi il 31 dicembre. Poco tempo dopo, il 17 febbraio 1999, la Corte Suprema ha giudicato illegittimo il ricorso alle corti marziali per la valutazione di cause civili, con grande rammarico di Sharif. Il 26 aprile 1999, infine, il presidente Tarar ha promulgato l’Anti-Terrorism (Amendment) Ordinance, aprendo la strada alla definitiva rimozione delle corti marziali. Queste sono state sostituite delle ATC (Anti Terrorism Courts), cioè tribunali civili, già attivi in Punjab [H febbraio 1999, p. 30]. Le ATC sono adesso autorizzate ad esprimersi in merito ad un’ampia gamma di «crimini», dall’omicidio allo sciopero illegale. Gli omicidi sono punibili con pene capitali, mentre altre violazioni – come scrivere sui muri, danneggiare proprietà private o pubbliche, creare disordini – possono comportare sanzioni quali sette anni di carcere, multe o entrambe le penalità [ibidem].
 

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 2.1.2.  Le dimissioni di Karamat ed il «nuovo» ruolo dell’Esercito

 Il 7 ottobre 1998, il generale Karamat, capo delle Forze Armate, costretto a scegliere tra l’imposizione della legge marziale in Sind e le dimissioni, ha scelto le dimissioni. Tale decisione è stata maturata in seguito alle titubanze del comandante delle Forze Armate in merito all’intervento dell’Esercito in Sind, ed alle conseguenti tensioni sorte con il primo ministro. Già seriamente preoccupato per la situazione economica interna e per i molti problemi affrontati dal governo, Karamat ha ritenuto pericoloso l’intervento delle Forze Armate in concomitanza con l’inasprimento dei rapporti tra Afghanistan e Iran. In settembre, infatti, le tese relazioni internazionali tra quei due paesi hanno fatto temere un drammatico epilogo [si veda il contributo sull’Afghanistan]. Secondo Karamat, lo scontro tra i due paesi islamici, poi evitato, da un lato avrebbe inevitabilmente innescato un nuovo ciclo di violenze tra sciiti e sunniti pakistani, aggravando la situazione di disordine in aree già molto turbolente, e, d’altro lato, avrebbe potuto coinvolgere l’Esercito su un nuovo fronte internazionale, proprio in un momento di accentuata tensione con l’India. Per queste ragioni, Karamat ha preferito lasciare il suo incarico di capo delle Forze Armate piuttosto che assumersi la responsabilità di aggravare una situazione già assai pericolosa [EIU 1998, C.R. IV, p. 18]. Al suo posto è subentrato il generale Pervez Musharraf, un mohajir, e per ciò preferito da Sharif rispetto a colui che avrebbe dovuto essere il naturale successore di Karamat: il generale Kuli Khan, un pathan della North West Frontier Province (NWFP) [ibidem, p. 19]. 
 Il 9 aprile 1999, il neoeletto capo delle Forze Armate è stato proclamato presidente operativo del Joint Chiefs of Staff Committee, nell’ambito di una ristrutturazione dell’Higher Defence Organisation voluta da Sharif. Ruolo un tempo del tutto rappresentativo e sostanzialmente consultivo, ha assunto adesso un’importanza strategica, specialmente alla luce dello scenario «post nucleare» che si è andato delineando in Pakistan. In virtù di questa nomina, Musharraf è incaricato del controllo del programma atomico del paese, anche se il costituendo organismo del quale assumerà il comando (che verosimilmente prenderà il nome di Nuclear Command Authority) continuerà a riservare al premier un ruolo di primo piano. In sostanza, Musharraf deterrà il controllo della «stanza dei bottoni», sebbene sempre sotto la supervisione di Sharif. Paradossalmente, la comunità internazionale aveva ripetutamente insistito per la creazione di una simile struttura fin dai test atomici del maggio 1998, dimostrando una maggiore fiducia nell’Esercito piuttosto che nella classe politica pakistana.
 In effetti, negli ultimi mesi, le Forze Armate hanno organizzato una propaganda atta alla riformulazione del proprio ruolo nell’ambito della vita politica del paese. Ciò sulla base del «cambiamento della percezione dei pericoli» che minano la nazione [H maggio 1999, p. 26]. Le minacce alle quali si allude sono di natura «interna» e provengono dalla combinazione della cattiva conduzione politica e finanziaria, dall’ende-mica corruzione e dal processo di destabilizzazione provocato dalla «guerra a bassa intensità» alimentata dall’India. Sempre dall’India viene- quella che è considerata la minaccia più probabile di un attacco esterno.- 
 L’Esercito, in sostanza, a causa della totale e malcelata sfiducia che nutre nell’abilità dell’Esecutivo di fronteggiare il difficile momento, vorrebbe riacquistare un ruolo politico di maggior peso. Ma, alla luce delle precedenti esperienze – in particolare il periodo della legge marziale di Zia-ul-Haq –, il coinvolgimento dei militari nella vita politica lascia sperare poco di buono. 
 

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 2.2.  La «talibanizzazione» del Pakistan

 Anche in Punjab si sono verificati gravissimi scontri, come già nel recentissimo passato [AM 1997, p. 143], in generale di matrice diversa da quelli di Karachi. Le violenze verificatesi in questa provincia del Pakistan, per lo più di natura religiosa e originate dalla contrapposizione di gruppi sunniti e sciiti, hanno innescato una spirale di indiscriminata barbarie, attualmente incontrollabile, che, nei primi nove mesi del 1998, ha mietuto un numero di vittime superiore a quelle prodotte dagli scontri di Karachi (1.070 contro 861) [H novembre-dicembre 1998, p. 32b]. Nessuna contromossa politica è però stata elaborata dall’amministrazione locale, se si eccettua l’eliminazione di alcuni militanti da parte della polizia, azione che ha ulteriormente screditato il governo di Shahabaz Sharif – fratello di Nawaz –, accusato di non intervenire adeguatamente nella lotta alla violenza religiosa [H gennaio 1999, pp. 100-102].
 In Pakistan è dunque in atto una preoccupante radicalizzazione religiosa. Le ragioni sono multidimensionali e rappresentano un fenomeno complesso, propriamente inquadrabile come parte di un processo di cambiamento socio-culturale che crea tensioni e crisi che nessuno dimostra di saper gestire. Tale fenomeno si sviluppa lungo due piani, quello internazionale e quello interno [E 22 maggio 1999, p. 12].
 In primo luogo, gli eventi afgani di questi ultimi vent’anni ed il proliferare di scuole religiose in Pakistan (madrassah) hanno costituito il background «formativo» dei mujahiddin impegnati nei jihad di tutto il mondo. La connessione afgana risale agli anni ’80 quando, come risposta all’invasione sovietica, i servizi segreti pakistani (ISI), la Saudi Intelligence e la CIA fornirono aiuti ai mujahiddin afgani. Con l’abbandono dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, nel 1989, e con il successivo collasso di quest’ultima, nel 1991, la scena mutò. Molti militanti, forti dell’addestramento ricevuto nei numerosi campi afgani e pakistani, tornarono in Pakistan e fondarono nuove organizzazioni di combattenti. Si costituì così una nuova rete transnazionale di guerriglieri che non vincolava la propria battaglia ad una nazione ben definita, ma che si spostava da un jihad all’altro. L’attentato dinamitardo al World Trade Centre, a New York nel 1993, fu probabilmente una delle prime manifestazioni di questo «nuovo modello» di jihad [ISIM marzo 1997, p. 7].
 Sul piano interno, la stessa ideologia dei gruppi militanti lega un islàm conservatore e tradizionale al terrorismo ed alla violenza. Questi gruppi non offrono, in genere, un programma socioeconomico o politico, ma rivendicano solo la realizzazione della shariah. Essi, inoltre, rifiutano ogni tentativo di superare la divisione intestina tra le due massime correnti religiose dell’islàm: sciismo e sunnismo. 
 Proprio gli scontri settari fra sciiti e sunniti sono stati particolarmente cruenti nell’ultimo anno. L’SSP (Sipah-e-Sahaba Pakistan) e l’SMP (Sipah-e-Mohammed Pakistan) sono i principali gruppi militanti, rispettivamente sunnita e sciita, nati all’ombra di movimenti politici o religiosi. La formazione sunnita, l’SSP, che si ritiene abbia stretti legami con i talibani, nacque nel 1985 [MAS marzo 1998, p. 699] e la sua spiccata militanza è mossa da una chiara ideologia di base: «fare del Pakistan uno stato sunnita». L’SMP, invece, si formò nel 1991 come reazione all’SSP [ibidem, p. 698], trovando una propria ragion d’essere nella lotta al sunnismo. Ma SSP e SMP non sono che due fra molte consimili organizzazioni a base etnico-religiosa, alcune delle quali collegate ai talibani afgani [H settembre 1998, pp. 28-29].
 La stretta connessione con il sunnismo ortodosso dei talibani ha iniziato a produrre fenomeni preoccupanti, specialmente nelle aree di frontiera. Nel distretto di Lakki Marwat, nella NWFP, un gruppo di studenti delle madrassah si sono auto-nominati «talibani pakistani». Le origini di questi gruppi possono essere ricondotte alle agitazioni del 1995 nell’area tribale di Malakand, nella NWFP, durante le quali alcune organizzazioni islamiche rivendicarono l’effettiva applicazione della shariah. In passato, queste dinamiche furono contenute da un’azione paramilitare ordinata da Benazir Bhutto, ma, attualmente, tali gruppi operano indisturbati, rendendosi responsabili di disordini e arrecando tangibili danni e disagi alla popolazione locale, fra l’altro a causa della considerevole perdita economica registratasi nell’area per effetto della sensibile flessione della presenza di turisti [H aprile 1999, p. 39].
 Parallelamente, anche nel Belucistan si sono verificati problemi della stessa natura. Tutto è iniziato durante il periodo del Ramazan, quando gli attivisti del JUI (Jamiat Ulema-e-Islam) di Maulana Fazlur Rehman si sono auto-incaricati di «liberare» il capoluogo della provincia dalla «minaccia» costituita dai negozi di videocassette, mettendo al bando televisori, videoregistratori ed apparecchiature stereo [H febbraio 1999, p. 64]. Gli altri membri della coalizione del governo locale hanno assistito in silenzio alla distruzione dei negozi ed hanno accolto con un certo imbarazzo la denuncia contro il ministro Maulana Amir Zaman, che era alla guida dell’assalto. Interpretando il ritiro della denuncia, dietro pagamento dei danni ai negozianti da parte degli altri membri del governo, come un gesto finalizzato ad evitare scandali, alcuni attivisti del JUI hanno preso poi di mira i cinema. Questa volta a guidarli c’era Maulana Noor Moham-mad, un ex ministro che, attualmente, si autodefinisce «rifugiato afgano» [H aprile 1999, p. 36]. Il suo arresto ha poi scatenato altri tumulti. Il JUI continua dunque a perseguire la causa afgana, consapevole della sua posizione di forza e dell’impossibilità di qualsiasi governo di rimanere al potere nella provincia senza il suo sostegno, proprio a causa dell’influenza del JUI sui talibani.
 Oltre a queste estremizzazioni religiose, che presentano forme di organizzazione, si registrano anche manifestazioni del tutto spontanee, specialmente nelle aree a nord del paese, che coinvolgono la quotidianità della gente comune. Sul piano nazionale, poi, un forte impulso alla nascita di radicalismi religiosi proviene dall’attuazione di politiche di islamizzazione, con l’introduzione di norme giuridiche e di istituzioni islamiche da parte del governo.
 

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 2.2.1.  La scena politica: l’islamizzazione dall’alto

 Il 28 agosto 1998, il primo ministro ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di emendamento costituzionale finalizzata ad «islamizzare» il paese. Il 15o emendamento (CA-15) ha proposto di fare del Corano e della sunnah le fonti supreme del diritto in Pakistan, «obbligando» il governo federale a prendere provvedimenti per rafforzare la shariah, per rendere obbligatori per legge i cinque quotidiani momenti di preghiera, per amministrare la zakat (l’imposizione fiscale islamica), per sradicare la corruzione e per garantire la giustizia socio-economica in base ai principi dell’islàm [EIU 1998, C.R. IV, p. 13].
 Il 15o emendamento, olio sul fuoco della violenza religiosa nel pae-se, prevedeva due sezioni operative. La prima, preminente rispetto a qualsiasi altra norma costituzionale, legge e sentenza di primo grado, cercava di aggiungere l’articolo 2-B alla Costituzione. Secondo questa norma, il Parlamento avrebbe dovuto trasferire al governo federale il potere di prescrivere un codice di condotta ispirato ai dettami della legge islamica, per essere poi applicato anche ai funzionari di stato, giudici inclusi. La seconda sezione operativa, invece, introduceva una notevole semplificazione nella procedura necessaria all’introduzione di emendamenti costituzionali, obbligando il governo soltanto a dichiarare necessaria tale operazione. Attualmente, la Costituzione può essere emendata con il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dell’Assemblea Nazionale (composta da 217 parlamentari) e del Senato (87 senatori) in votazioni separate. In base alla proposta di Sharif, il quorum richiesto per effettuare un emendamento costituzionale sarebbe stato la maggioranza semplice, da ottenere in due votazioni distinte delle due Camere, o nella sessione plenaria, con il successivo assenso del presidente della Repubblica entro sette giorni [IE 24 settembre 1998, p. 11].
 L’autoritarismo insito in tale disegno di legge ha suscitato dure opposizioni da parte di partiti politici, gruppi attivi nella salvaguardia dei diritti umani, partiti religiosi, minoranze non musulmane, gruppi sciiti e da parte della stampa in generale [S 30 agosto 1998, p. 5], finendo per causare defezioni in seno alla stessa Pakistan Muslim League (PML), il partito di Sharif [TH 5 settembre 1998, p. 14]. I partiti regionali del Belucistan, Sind e NWFP si sono invece opposti al disegno di legge sulla base del timore che questo, se approvato, avrebbe potuto minare il carattere federale del sistema politico pakistano e sovvertire i rapporti di forza all’interno del Senato (nel Senato le quattro province in cui è diviso il paese sono rappresentate da 19 senatori ciascuna, mentre la Federal Administered Tribal Areas ne ha 8 e la capitale federale 3) [EIU 1998, C.R. IV, p. 14]. 
 L’opposizione regionale a Sharif è giustificata dal fatto che tutte le principali cariche (primo ministro, presidente della Repubblica, presidente del Senato, capo delle Forze Armate, capo della Corte Suprema) sono ricoperte da punjabi o da mohajir. Sindhi, baluchi e pathan, tra gli altri, sono pertanto in sostanza esclusi dal processo decisionale. Indicativa è, per esempio, la decisione di Sharif di costruire una diga a Kalabagh, in Punjab, la roccaforte del partito di Sharif, un progetto di cui beneficeranno gli agricoltori punjabi a spese di quelli delle altre tre province [ibidem, p. 15]. 
 La decisione, come d’altronde quella dei test atomici del maggio 1998, è stata presa senza previa consultazione dei governi provinciali, i quali hanno, a più riprese, messo in guardia il governo circa i danni che la diga può portare alle altre province: diminuzione della fornitura d’acqua al Sind, con conseguenti danni socio-ambientali, e probabili allagamenti nella NWFP. 
 Accusato di accentramento di poteri e, soprattutto, non in grado di raggiungere la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere, l’Esecutivo ha proposto una seconda versione dell’emendamento costituzionale, rinunciando alla possibilità di avvalersi della maggioranza semplice. Sebbene approvato dall’Assemblea Nazionale, il disegno di legge non ha però ottenuto l’assenso del Senato. Si è quindi aperta una lunga ed aspra contesa tra Sharif e la Camera Alta, con il rifiuto del premier di accettarne il veto, in quanto non eletta direttamente dal popolo e quindi non rappresentativa, e con il tentativo, sempre da parte di Sharif, di mobilitare le forze religiose del paese contro le decisioni del Senato.
 
 

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2.3.  Continua la politica accentratrice di Sharif

 Con le dimissioni del generale Karamat, Sharif ha messo a segno un altro punto a suo favore e, come già in passato, ancora una volta è riuscito a liberarsi di un potenziale oppositore. Nel settembre 1997, il 13o emendamento costituzionale voluto da Sharif – emendamento che privava il presidente della Repubblica del potere di sciogliere l’Esecutivo e l’Assemblea Nazionale e di quello di nominare il capo delle Forze Armate [AM 1997, p. 150] – aveva dato origine a profondi attriti con il presidente Leghari. Nel dicembre successivo, la situazione era sfociata nelle dimissioni di Leghari. Allo stesso tempo, anche i rapporti tra Esecutivo e Giudiziario si erano fatti sempre più tesi e, anche in questo caso, nel dicembre 1998 il capo della Corte Suprema, Sajjad Ali Shah, aveva dovuto abbandonare il suo incarico. Nell’agosto 1998 sono poi iniziate le tensioni con un importante gruppo giornalistico, il Jang Group of Newspapers e, dal gennaio seguente, il governo ha apertamente attentato alla libertà di stampa. Il gruppo Jang, accusato di evasione fiscale, ha reagito rendendo pubblico, attraverso le dichiarazioni dell’editore Mir Shakil-ur-Rehman, il tentativo del senatore Saifur Rehman Khan di far licenziare 16 giornalisti «scomodi» e di farne assumere altri. A riprova delle sue accuse Mir Shakil-ur-Rehman ha esibito la registrazione di un colloquio telefonico proprio con il senatore (colloquio, di cui, ovviamente, quest’ultimo ha negato la veridicità).
 Il rapporto di Sharif con la stampa indipendente è tutt’altro che buono. Le storie di corruzione e di evasione fiscale della famiglia Sharif si sprecano, anche sulla stampa estera [EIU 1998, C.R. IV, p. 20], così come i continui attacchi alle decisioni politiche del premier. Molti editori denunciano le pressioni del Ministero dell’Informazione relativamente alla struttura dei reportage [N febbraio 1999, p. 16]. La registrazione del colloquio tra il senatore Saifur Rehman e Shakil-ur-Rehman ha dunque reso esplicita una situazione fino a quel momento latente. 
 La reazione di Sharif non si è fatta attendere: ha lanciato una vera e propria campagna contro i giornalisti pakistani, facendone arrestare, con le più svariate accuse, un considerevole numero e sollevando lo sdegno della comunità internazionale [W/PNS 11 maggio 1999, n. 4, par. 1]. In alcuni casi, infatti, si sono verificate detenzioni illegali, torture e maltrattamenti.
 I casi più clamorosi hanno interessato Najam Sethi, editore del Friday Times, e Rehmat Shah Afridi, editore del Frontier Post e del Maidan, giornali pubblicati nella NWFP. Sethi è stato prelevato dalla sua abitazione in piena notte, l’8 maggio, ed arrestato per aver perseguito attività «contro lo stato», in connessione con i servizi segreti indiani [N maggio 1999, p. 24]. Le accuse rivoltegli, ritirate dopo poco meno di un mese di detenzione, facevano riferimento ad un suo intervento in occasione di un seminario a New Delhi, durante il quale aveva descritto il Pakistan come uno stato sull’orlo della «balcanizzazione» a causa delle rivalità nazionali interne [ibidem]. Afridi, invece, che aveva pubblicato articoli fortemente critici dell’operato del governo, è stato arrestato il 1o aprile 1999 in quanto sarebbe stato trovato in possesso di venti chili di hashish.
 Misure nello stesso spirito, anche se ovviamente più prudenti, sono state prese anche contro la stampa straniera. Una troupe della BBC, arrivata in Pakistan per effettuare un servizio televisivo in merito alle accuse di corruzione che interessano la famiglia Sharif, è stata controllata a vista da membri dei servizi segreti ed è stata oggetto di una feroce campagna propagandistica del governo che l’accusava di «proiettare un’immagine negativa del Pakistan» [ibidem]. Un giornalista pakistano, reo di aver collaborato con la BBC, ha subito minacce.     Successivamente, il governo federale ha approvato la costituzione di un organismo composto da funzionari della polizia, dell’Intelligence Bureau, della Federal Investigation Agency e presieduto dal già ricordato senatore Saifur Rehman. Il suo compito è l’intimidazione di giornalisti oppositori o critici dell’operato dell’Esecutivo, dell’Esercito, della Costituzione o di paesi alleati del Pakistan [ibidem, p. 25]. Le leggi che ufficializzerebbero l’introduzione di tale organo (Press Council Act e Press and Publication Ordinance) gli conferirebbero in pratica un potere equiparabile a quello di un’Alta Corte.
 La lotta ai «dissidenti anti-islamici» ha provocato anche la messa al bando, il 9 maggio 1999, di 1.941 organizzazioni non governative, ree di diffondere informazioni sull’operato dell’amministrazione pakistana [H giugno 1999, p. 28]. I loro conti in banca sono stati bloccati e le loro proprietà confiscate [FEER 20 maggio 1999, p. 28].
 Contro l’autoritarismo di Sharif si è costituito il Pakistan Oppressed Nations Movement (PONAM), che ha riunito in un unico movimento la preesistente Awami Ittehad (ANP, BNP e PPP) ed altri partiti nazionalisti pakhtun, baluchi e sindhi [TH 7 settembre 1998, p. 13]. L’unico obiettivo dichiarato è «sbarazzarsi di Sharif» [EIU 1998, C.R. IV, p. 7]. Per la verità, i motivi che hanno spinto tanti diversi interessi a confluire sotto un’unica bandiera sono molteplici. I partiti nazionalisti, per esempio, sono prevalentemente orientati a difendersi ed a delimitare i confini delle rispettive autonomie locali, specialmente alla luce dell’evidente politica pro Punjab di Sharif [N dicembre 1998, p. 72]. Il PPP (Pakistan People Party, il partito della Bhutto), invece, continua a rivestire, seppur in modo sempre meno incisivo, il suo ruolo di leader dell’opposizione.
 Altri due partiti dell’opposizione, il Tehrik-i-Insaaf di Imran Khan [AM 1996, p. 46] ed il neonato Millat Party di Farooq Leghari [N settembre 1999, p. 58], ambirebbero ad una rapida uscita di scena di Sharif, ma, in virtù dei pessimi rapporti tra i due leader politici e Benazir Bhutto, non sono confluiti nella PONAM.
 

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 2.3.1.  Il caso Bhutto

 Il 14 aprile 1999, a Rawalpindi, dopo un lungo e discusso processo, la Ehtesab Bench (il «Tribunale delle responsabilità») dell’Alta Corte di Lahore ha giudicato Benazir Bhutto ed il marito Asif Zardari colpevoli di corruzione. Il caso in questione riguarda il contratto stipulato tra il governo pakistano e la Société Générale De Surveillance (SGS), società chiamata a combattere l’evasione fiscale nel paese. L’accusa è ruotata intorno ad un accordo tra l’avvocato del ginevrino Jens Schlegelmilch, direttore della Bomer Finance Incorporation – di proprietà di Zardari – e la SGS. Quest’ultima avrebbe pagato tangenti all’avvocato per alcune consulenze, pari al 6% del valore totale del contratto con il governo del Pakistan. Secondo l’accusa, dunque, l’ex primo ministro ed il marito sarebbero stati i reali beneficiari del conto svizzero della Bomer Finance [H aprile 1999, p. 48]. Prova cruciale nel dibattimento è stata la dimostrazione che Zardari avrebbe comprato da Harrods, a Londra, una collana per la moglie, pagandola 20.000 sterline, proprio con i proventi di quella transazione finanziaria.
 Alla Bhutto ed al marito – quest’ultimo già detenuto da due anni per corruzione e per il presunto coinvolgimento nella morte del cognato Murtaza Bhutto [AM 1997, p. 146] – è stata inflitta una pesantissima pena: cinque anni di carcere, 8,6 milioni di dollari di risarcimento, la confisca delle proprietà e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni [W/PNS 1o aprile 1999, par. 2].
 Secondo molti osservatori, la condanna dell’ex premier non trova la sua motivazione nella lotta alla metastatica corruzione pakistana, ma è frutto di una vendetta politica [N aprile 1999, p. C]. Questo è stato anche il commento della stessa Benazir, dopo aver appreso la sentenza durante un suo soggiorno in Inghilterra. Ancora una volta, infatti, gli avvenimenti sembrano confermare una linea politica governativa ormai conosciuta, con un leader politico rivale, sindhi, messo a tacere da un sistema fondamentalmente punjabi [ibidem]. La scelta stessa del presidente della Corte che ha emesso la sentenza, il più volte ricordato senatore Saifur Rehman, amico della famiglia Sharif e già implicato nella disputa con il gruppo Jang, ha sollevato non pochi dubbi circa l’effettiva imparzialità del procedimento penale. Rehman, a parte la sua carriera politica, è anche un attivo uomo d’affari. Durante il secondo mandato di Sharif fu accusato sia di importare BMW, violando le leggi doganali, sia di non aver restituito diversi prestiti bancari. Successivamente, fu anche accusato di aver trasferito dollari all’estero, prima del congelamento dei conti in valuta straniera da parte del governo pakistano.
 In virtù di un’accusa priva di prove certe e dell’intero carattere accusatorio di tutto il procedimento (durante il quale la Bhutto non ha potuto praticamente difendersi), gran parte degli opinionisti pakistani, seppur non negando la corruzione che caratterizzò il governo di Benazir, sono stati subito concordi nel considerarla una «martire» politica [ibidem, p. D]. In effetti, l’intero processo è stato viziato da irregolarità che mettono in dubbio non tanto le accuse quanto la trasparenza e l’imparzialità del procedimento stesso. Per citare solo le più macroscopiche, al presidente della Corte è stata eccezionalmente lasciata quasi carta bianca nella procedura di raccolta delle prove; i testimoni della difesa della Bhutto non sono stati ascoltati; l’autenticità dei documenti utilizzati dall’accusa come prove non è stata unanimemente riconosciuta; infine, su tali documenti, i nomi della Bhutto e di Zardari non appaiono mai [H maggio 1999, pp. 61-62]. L’attacco politico ai due sembra anche confermato dalle violente torture alle quali è stato sottoposto lo stesso Zardari nel tentativo di estorcergli una confessione [W/PNS 20 maggio 1999, n. 3].
 La Bhutto, per ora, alterna la sua residenza tra Londra e Dubai, ben sapendo che un rientro in patria significherebbe l’immediato arresto.
 

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 3. Economia

 Dopo sette agonizzanti mesi di sospensione degli aiuti internazionali, che ha causato una seria crisi nella bilancia dei pagamenti, in gennaio il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha deciso di riprendere l’erogazione di finanziamenti al Pakistan. Di conseguenza 1,56 miliardi di dollari sono stati suddivisi in un programma triennale di aggiu-stamenti strutturali, con un tasso d’interesse annuale dello 0,5%, ripagabili in dieci anni. All’approvazione del FMI sono seguite una prima tranche di 576 milioni di dollari [H febbraio 1999, p. 73] ed altre due, rispettivamente di 53 e 51 milioni di dollari, liquidate tra la metà e la fine del maggio 1999. Automaticamente, anche la Banca Mondiale (BM) ha approvato un programma di aggiustamenti strutturali di 350 milioni di dollari, mentre l’Asian Development Bank elargirà un prestito di 250 milioni. Immediatamente, le riserve monetarie pakistane in valuta estera sono aumentate (1,6 miliardi di dollari, contro i 500 milioni del mese precedente [ibidem, p. 75]). Come previsto dagli accordi stipulati con il FMI, sono stati riavviati i colloqui con il Club di Parigi, il gruppo di paesi donatori del Pakistan, e con il Club di Londra, che rappresenta, invece, i creditori del Pakistan.
 L’accordo firmato con le istituzioni di Bretton Woods appare, tuttavia, ancora una volta, d’improbabile realizzazione. Le condizioni imposte in cambio dei finanziamenti sono, infatti, l’aumento del PIL del 5-6%, la diminuzione dell’inflazione dal 7,8 al 6% e del deficit fiscale al 3,3% [N febbraio 1999, p. 53].
 Il FMI ha costantemente chiesto al governo di Islamabad il taglio delle spese militari, ma invano. Nell’anno finanziario 1998-99 sono stati stanziati 11 milioni in più rispetto all’anno precedente [N dicembre 1998, p. 86]. In realtà, per effetto dell’incalzante inflazione, non c’è stata una reale maggiorazione nella spesa per l’acquisto di armamenti, che rimane circa il 7,5% delle entrate nazionali, cioè il 25% della spesa pubblica annua [ibidem, p. 86]. Il Pakistan continua poi a vincolare la sua accettazio-ne del CTBT sia alla contestuale firma da parte dell’India, sia alla totale rimozione delle sanzioni statunitensi ancora in vigore per effetto del Pressler and Symington Amendment [W/PNS 7 maggio 1999, n. 1, par. 1].
 Oltre alle sanzioni internazionali, si è registrato anche un flusso monetario in uscita, pari a circa 60 milioni di dollari, per effetto di trasferimenti bancari o mancati investimenti [H marzo 1999, p. 77]. Tuttora, nonostante la sospensione delle sanzioni e l’approvazione di crediti da parte delle istituzioni di Bretton Woods, la situazione non è migliorata, mentre gli investitori, stranieri e pakistani, sono molto riluttanti a stipulare accordi di lungo termine nel paese.
 Per affrontare la grave crisi economica, il governo pakistano ha imposto il «congelamento», e la successiva conversione in rupie con un tasso agevolato, di 11 miliardi di dollari in valuta estera contenuti nelle casse delle banche di stato. Anche questa decisione, oltre a confermare la totale autonomia decisionale del primo ministro, ha provocato un ulteriore calo della fiducia degli investitori, con il conseguente trasferimento di valuta all’estero.
 Il paese rimane soggetto alla «benevolenza» del FMI e della BM, che hanno però ripetutamente espresso dubbi circa il proseguimento del programma di assistenza economica ad un governo che viola apertamente i diritti umani e che non riesce mai a raggiungere gli obiettivi imposti dalle politiche di aggiustamenti strutturali. La BM sta proprio preparando un rapporto sulle violazioni dei diritti umani ad opera del governo di Sharif, che sarà tenuto in considerazione prima che sia concesso il prestito stabilito.-
 Islamabad ha lasciato trascorrere sette mesi dei due anni concessi per la moratoria degli interessi sul debito estero (rispettivamente 3,2 e 32 miliardi di dollari [W/FEER 10 giugno 1999, par. 22]). Tuttavia, non ha ottenuto alcun miglioramento nell’ambito delle misure di ristrutturazione economica richieste dal FMI. 
 Il 12 giugno 1999, il ministro delle Finanze, Ishaq Dar, ha presentato all’Assemblea Nazionale il piano finanziario per l’anno 1999-2000. Si tratta di un piano di 642,2 miliardi di rupie, il 67% dei quali dedicati alla difesa ed al debito pubblico [W/PNS 13 giugno 1999, par. 6]: 142 miliardi sono stati stanziati per la difesa (il 10% in più rispetto all’anno precedente), 287,4 per il pagamento dei debiti (di cui 160,6 per gli interessi), 116,3 per piani di sviluppo suddivisi tra il governo federale (87,5 miliardi) e quelli provinciali (12,2 al Punjab, 6,7 al Sind, 4,9 alla NWFP e 5 al Belucistan) [W/GoP]. Complessivamente, al Punjab andranno 73,75 miliardi, al Sind 35,188, alla NWFP 16,868 ed al Belucistan 12,214 [W/PNS 13 giugno 1999, par. 5].
 Le risorse proverranno prevalentemente dal fisco (356 miliardi), dalle sovrattasse (63,3), dalle proprietà ed industrie statali (75,1), dall’amministrazione civile (66,5) e da fonti esterne (185). 
 Ma, seppur momento centrale della politica economica nazionale, la presentazione del piano finanziario non ha suscitato i consueti accesi dibattiti. Le notizie provenienti dal Kashmir, infatti, hanno avuto il sopravvento su ogni altra attività politica ed economica, interna ed estera. 
 

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 4. Le relazioni internazionali 

 In occasione della sua visita a Washington in settembre, Sharif si è dichiarato pronto a firmare il CTBT in cambio della «rimozione dell’am-biente coercitivo nel quale il Pakistan è stato posto» [EIU 1998, C.R. IV, p. 9]. Ma il governo statunitense ha continuato ad esigere ulteriori garanzie da Islamabad: una volontaria interruzione della produzione di materiale fissile, la sospensione della costruzione e del dispiegamento di missili balistici, l’impegno a non esportare know-how nucleare e concreti progressi nella riduzione della tensione in Asia meridionale. Ma, sanzioni economiche a parte, la conseguenza più tangibile dei test nucleari del maggio 1998 è stato il generale irrigidimento delle relazioni con l’India. 
 Gli scontri a fuoco lungo la Linea di Controllo (LoC, la linea del «cessate il fuoco» della guerra del 1971 e, in pratica, il confine tra i due paesi) si sono, infatti, intensificati. Il 25 giugno 1998 le artiglierie dei due paesi hanno iniziato uno scambio di colpi che si è protratto fino ad agosto, uccidendo circa cinquanta persone in India nell’area di Kargil [TH 21 settembre 1998, p. 14] ed un centinaio in Pakistan, per lo più civili, nel più cruento combattimento dal 1971 [W/F 15-28 agosto 1998, par. 1]. E non accenna a diminuire neppure la tensione sul ghiacciaio del Siachen, situato a quasi 6.000 metri di altitudine sulle montagne del Karakorum [SMD 30 agosto 1998, p. 24]. Dal 1984, anno dell’inizio delle ostilità, questa guerra a bassa intensità è costata quasi 1.500 vite umane ed oltre cinquanta miliardi di rupie, un vero e proprio buco nero per le esigue risorse economiche del paese. Per mantenere i tre battaglioni di stanza nelle impervie e desolate lande del ghiacciaio, il Pakistan sta spendendo dieci milioni di rupie al giorno e, statisticamente parlando, dal 1984 ogni quattro giorni vi muore un soldato pakistano, nel 95% dei casi a causa delle proibitive condizioni climatiche [N novembre 1998, p. 79]. Attualmente l’India controlla i due terzi del ghiacciaio e difende due dei tre passi ivi presenti. Il Pakistan, invece, occupa il passo Gyong La, che si affaccia sulle valli dei fiumi Shyok e Nubra e sul punto d’accesso all’India nel distretto di Leh, in Ladak.
 In febbraio, il viaggio di Vajpayee a Lahore a bordo di una corriera proveniente da Delhi è sembrato testimoniare un reale impegno dei due paesi nell’allentare le tensioni esistenti. L’idea prevalente, almeno tra la stampa pakistana, è che questo avvenimento sia stato il risultato di un serio impegno statunitense nella rimozione delle sanzioni successive ai test atomici del maggio 1998, in cambio di un sostanziale progresso nei colloqui di pace tra le diplomazie dei due paesi. Effettivamente, i due capi di governo hanno firmato la «Dichiarazione di Lahore», con la quale si sono impegnati ad intensificare gli sforzi per risolvere le dispute esistenti tra i due paesi, compresa quella riguardante il Kashmir [W/KLC, passim]. In base all’accordo raggiunto, questa nevralgica contesa dovrebbe trovare una soluzione alla luce del Simla Agreement, siglato da Zulfikar Ali Bhutto e da Indira Gandhi nel luglio 1972. Ma, buone intenzioni a parte, non è stato trovato un reale punto d’incontro in merito all’annosa contesa. Le due posizioni sono sostanzialmente sempre le stesse: entrambi i governi continuano a reclamare diritti sul Kashmir nella sua interezza, rifiutando di accettare la possibilità di trasformare la LoC in confine ufficiale. 
 La proposta più concreta è stata avanzata dal ministro degli Esteri pakistano, Sartaj Aziz, in occasione di un incontro dei tredici membri della West Bengal Initiative. Si tratta ancora dell’effettuazione di un referendum da svolgersi in Kashmir (la richiesta di sempre del Pakistan), ma stavolta su base distrettuale, consentendo quindi ai singoli localismi di esprimere il proprio diritto di autodeterminazione [W/PNS 11 maggio 1999, n. 2, par. 5].
 Una diminuzione della tensione fra Pakistan e India sarebbe di reciproco interesse economico. A dimostrazione di un reale impegno tra i due paesi in questa direzione, l’incontro tra i due premier è stato seguito da quelli delle delegazioni degli esportatori, avvenuto ancora in Pakistan a marzo. Tale incontro faceva seguito all’accordo tra i due capi del governo, raggiunto durante il summit di Lahore, relativo all’apertura di una camera di commercio indo-pakistana. A tal fine, in quell’occasione era stato deciso di facilitare la concessione dei visti agli uomini d’affari patrocinati dalle rispettive Camere di commercio [H aprile 1999, p. 69]. Ed effettivamente, il 10 aprile 1999, i rappresentanti degli uomini d’affari pakistani ed indiani hanno siglato un accordo lungo queste linee. Lo stesso giorno, tuttavia, il Ministero degli Esteri ha formalmente chiesto alla Federazione delle Camere di Commercio e dell’Industria di non procedere oltre, almeno fin a quando non sia avviato un processo di distensione con l’India.
 La Lahore Declaration non si è tradotta nell’interruzione della corsa agli armamenti dei due paesi. Come era già accaduto nel maggio 1998, la sfida con l’India ha ripreso il sopravvento e, dopo un primo test indiano del missile Agni II, avvenuto l’11 aprile 1999, il Pakistan ha replicato il 14 e 15 aprile, sperimentando rispettivamente il Ghauri II e lo Shaheen I. Il lancio del primo missile, un’arma di media gittata (circa 2.000 chilometri) in grado di montare una testata nucleare, è avvenuto da una base militare mobile a Tilla, vicino Jhelum, in Punjab, ed ha centrato il bersaglio prefissato a 1.165 chilometri di distanza, a Jiwani, nel Belucistan, sulle coste del Mar Arabico [W/PNS 15 aprile 1999, n. 3, par. 2]. 
 Secondo quanto riferito dalla stampa pakistana, il governo aveva preventivamente comunicato le sue intenzioni a quello indiano, come d’altronde aveva fatto precedentemente anche New Delhi, proprio in virtù degli accordi di Lahore. Il giorno successivo, il secondo lancio sperimentale è stato effettuato dalla base navale di Sonmiani, nel Belucistan, 50 chilometri ad ovest di Karachi. Lo Shaheen I è un missile- «terra-terra» di corta gittata, in grado di colpire obiettivi in un raggio di circa 750 chilometri con qualsiasi tipo di testata, anche atomica. La principale differenza rispetto ai test del 1998, a parte il rispetto degli accordi di Lahore, è stata l’unanime tendenza ad evitare allarmismi ed a confermare il ruolo di «bilanciamento strategico» e di «deterrente» assunto dagli esperimenti nucleari [W/CNN 15 aprile 1999, par. 5]. Questo secondo lancio ha, nelle parole del ministro degli Esteri, «momentaneamente concluso gli esperimenti» [W/ABC 15 aprile 1999, par. 6].
 L’incontro di Lahore, così come non ha significato un rallentamento della corsa agli armamenti, non ha rappresentato neppure la fine delle ostilità nelle aree di confine. I tentativi «primaverili» di infiltrazione di militanti islamici dal Pakistan all’India non sono certo una novità. Dal 1990, anno d’inizio del movimento insurrezionale di massa in Kashmir [AM 1991, p. 7], è accaduto spesso che l’esercito indiano si misurasse con frange di guerriglieri pronti a dar manforte ai propri compagni impegnati nel jihad in India. Ma, in virtù della quantità degli infiltrati e della decisa risposta da parte di New Delhi, gli avvenimenti di maggio hanno assunto una dimensione particolarmente preoccupante. L’8 maggio 1999 è iniziato un intenso scambio di colpi d’artiglieria tra i due schieramenti militari, verosimilmente per coprire l’avanzata di militanti in territorio indiano. Il 23 maggio 1999, le truppe indiane hanno bombardato un’area nel distretto di Ganchee, nelle Nothern Areas, provocando vittime tra i civili. Il 26 maggio, l’Esercito indiano ha poi intrapreso un’intensa campagna militare contro circa settecento militanti islamici [W/FEER 10 giugno 1999, par. 3], insediatisi sugli alti picchi ad ovest del distretto di Kargil e nelle vicinanze della città di Drass, a circa 6 chilometri ad est della LoC, a 205 chilometri a nord-est dalla valle del Kashmir [W/PNS 14 maggio 1999, par. 1]. 
 Con un dispiegamento di forze mai visto prima in tempo di pace, elicotteri MI-17 ed aerei da combattimento indiani MIG-27 e MIG-21 hanno sferrato diversi raids bombardando l’area, con l’obiettivo di far arretrare i militanti, armati e sostenuti attivamente, secondo le accuse di New Delhi, dal Pakistan. Il governo indiano, infatti, ha interpretato l’infiltrazione come un tentativo di occupazione del suo territorio e, sempre secondo fonti indiane, il coinvolgimento del Pakistan sarebbe dimostrato dalla presenza di militari del suo Esercito regolare insieme ai militanti. Il ministro degli Esteri pakistano, Sartaj Aziz, ha cercato di dissociare il governo dall’accaduto, negando ogni coinvolgimento nell’azione dei guerriglieri. Tuttavia, Aziz non ha negato il sostegno morale a quelli che, in Pakistan, vengono definiti «partigiani». Pochi giorni prima, il 22 maggio 1999, in occasione di una conferenza stampa a Muzzafarabad, la capitale dell’Azad Kashmir, il Tehrik-e-Jehad, uno dei principali gruppi di militanti kashmiri, ha ammesso di aver inviato centinaia di combattenti per «liberare» 500 chilometri quadrati nei dintorni di Kargil [W/FEER 10 giugno 1999, par. 14]. Islamabad si è poi dichiarata pronta ad intraprendere qualsiasi azione difensiva necessaria, accusando a sua volta l’aviazione indiana di aver sconfinato nel suo spazio aereo. Il 27 maggio 1999, infatti, la contraerea pakistana ha abbattuto due caccia, un MIG-27 ed un MIG-21 [W/D 27 maggio 1999, par. 13], in seguito ad uno sconfinamento non autorizzato dei velivoli nello spazio aereo del Pakistan [W/IT 28 maggio 1999, par. 2]. Fonti indiane sostengono invece che, dei due aerei precipitati, uno sia stato effettivamente abbattuto mentre l’altro avrebbe avuto un guasto meccanico [E 29 maggio 1999, p. 63].
 Sembra improbabile che un numero così consistente di mujahiddin sia riuscito ad infiltrarsi nel territorio indiano senza un attivo sostegno pakistano. Ma il «deragliamento» della Dichiarazione di Lahore potrebbe essere esattamente l’obiettivo di Sharif. Secondo alcuni diplomatici occidentali presenti ad Islamabad, il premier avrebbe infatti permesso e sostenuto tale massiccia infiltrazione come strategia per placare il malcontento dell’Esercito (che non aveva gradito gli accordi di Lahore) e dei fondamentalisti islamici, convogliando quest’ultima forza all’esterno. Inoltre, Islamabad, sempre secondo alcuni osservatori, avrebbe tutto l’interesse a ritardare il raggiungimento di una soluzione diplomatica. Infatti, con l’arrivo dell’inverno aumenterebbero le probabilità di successo dei militanti, più abituati dei militari a combattere in condizioni ambientali ostili [E 12-18 giugno 1999, p. 64].
 Durante gli scontri, il Pakistan ha assunto una posizione chiaramente di attesa e di maggiore disponibilità alla soluzione diplomatica della questione. Molto più deciso, invece, il governo di New Delhi, disposto a continuare gli attacchi fino alla totale espulsione dei terroristi dai confini nazionali. Un atteggiamento, questo, che è stato confermato sia dall’esito dell’incontro dei due ministri degli Esteri, avvenuto nella capitale indiana il 12 giugno [W/PNS 13 giugno 1999, par. 2], sia dai colloqui telefonici tra i due premier. Aziz ha ufficialmente invocato l’intervento degli organismi internazionali [W/PNS 29 maggio 1999, n. 3, par. 4], richiesta ricorrente da ormai cinquant’anni. Vajpayee, da parte sua, ha invece confermato la sua intenzione di voler risolvere la questione bilateralmente, seppur vincolando il processo di distensione alla definitiva cessazione del sostegno pakistano alle forze destabilizzanti che minano l’India. Ancora alla fine del periodo in esame, la tensione fra i due paesi rimaneva alta, i combattimenti proseguivano e numerose erano le vittime, anche tra i civili [H giugno 1999, p. 48]. 
 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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