ASIA MAJOR 1999
cap. IX
 
 
 SRI LANKA: UNA GUERRA CIVILE INFINITA
 
di Matilde Adduci    
 
cap.VIII  
 index
   cap.X
 
 1. Premessa
 
 Nel 1998 lo Sri Lanka ha festeggiato il cinquantenario della propria indipendenza. La ricorrenza ha però coinciso anche con il compimento del quindicesimo anno di guerra civile, conflitto che sta lentamente dissanguando e togliendo ogni speranza al paese. Sin dal 1983 le Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE) combattono contro il governo dello Sri Lanka per ottenere uno stato tamil indipendente, in una guerra che ha già comportato la perdita di più di 50.000 vite umane. Nel periodo di tempo qui preso in esame, che va dall’inizio del 1998 alla prima metà del 1999, non si sono aperte prospettive di pace; al contrario, molti spiragli aperti in passato si sono richiusi. La guerra civile ha così continuato a ripercuotersi pesantemente sulle diverse attività del paese. Il peso economico del conflitto si è rivelato sempre più consistente e il paese lo ha sostenuto con notevole difficoltà, essendo stato colpito da una profonda crisi economica. La guerra civile ha avuto anche altri costi, ripercuotendosi negativamente sulla vita politica del paese, gettando ombre sulle istituzioni democratiche e continuando a seminare morte. Di fronte a questa situazione, la popolazione ha dimostrato un crescente senso di stanchezza e di insofferenza, che potrà forse contribuire a stimolare un nuovo processo negoziale che, però, rimane per ora lontano dall’orizzonte politico del paese. 
 
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2. La mancata soluzione politica della guerra...

 Sin dal suo inizio, il 1998 si è rivelato per lo Sri Lanka un anno particolarmente travagliato, nel corso del quale il paese ha visto scemare le speranze di pace accese dalla presidente Chandrika Bandaranaike Kumaratunga. Eletta per la prima volta nel 1994, la presidente aveva indicato come obiettivo prioritario della People’s Alliance (PA), la coalizione di governo da lei guidata, l’impegno per porre fine alla guerra civile nel paese, facendosi in tal modo interprete dell’urgente desiderio di pace che pervadeva lo Sri Lanka. Nella strategia elaborata dal nuovo esecutivo al fine di placare le tensioni etniche nel paese, si distingueva come punto qualificante un piano di decentramento del potere politico, proposto per la prima volta nel 1996 [AM 1996, pp. 72-73]. Il piano intendeva garantire un’effettiva autonomia a ciascuna delle nove province che compongono lo Sri Lanka, includendo quindi le province con un’elevata percentuale di popolazione tamil, situate nella parte nordorientale del paese e teatro della guerra civile [ibidem]. Il disegno di autonomia provinciale proposto dalla presidente Kumaratunga, però, non solo incontrava l’immediata ostilità sia del più importante partito di opposizione, lo United National Party (UNP), sia dell’influente clero buddista (contrario ad effettuare concessioni alla minoranza tamil), ma finiva per essere nettamente respinto anche dal leader delle LTTE, Velupillai Prabakaran [AM 1996, pp. 74-75, e E 7 febbraio 1998, p. 67]. Tale situazione ha posto sin dall’inizio la presidente in una condizione di forte difficoltà, poiché il suo piano di decentramento implicava l’introduzione di una modifica costituzionale. Si trattava, cioè di un’operazione realizzabile soltanto con il consenso della maggioranza dei due terzi del parlamento, maggioranza che l’Alleanza Popolare era ben lontana dall’avere. Tuttavia, nel corso di tutto il 1997, la Kumaratunga non ha rinunciato a battersi in favore del proprio progetto di riforma, tanto che al termine di quell’anno sembrava ormai certo che il governo avesse deciso di sottoporlo al giudizio popolare, tramite un referendum non vincolante da tenersi all’inizio del 1998 [AS febbraio 1998, p. 142, e AS gennaio/febbraio 1999, p. 185]. L’opzione referendaria era chiaramente intesa come uno strumento di pressione nei confronti delle forze d’opposizione, per ottenere in parlamento il loro consenso ad una modifica della carta costituzionale. 
 Il 1998 si è però aperto con un grave attentato, che ha segnato una brusca battuta d’arresto per l’intero processo di pace. Il 25 gennaio, infatti, le LTTE si sono rese responsabili dell’esplosione di un’auto-bomba nella città di Kandy, provocando la morte di sedici persone [E 31 gennaio 1998, p. 64]. Antica capitale dello Sri Lanka, Kandy avrebbe dovuto ospitare i festeggiamenti ufficiali per il cinquantenario dell’indipendenza; sembra dunque che le LTTE abbiano voluto colpire questa città per ribadire la loro estraneità alla cerimonia, insieme al netto rifiuto di riconoscersi nello stato dello Sri Lanka. In particolare, il bersaglio prescelto per l’esplosione è stato il Tempio del Dente, un importante tempio buddista dove viene custodito un dente che si ritiene sia appartenuto al Buddha e che è considerato la più sacra reliquia del paese [ibidem]. La portata dell’accaduto, che ha provocato l’oltraggiata reazione della comunità buddista e un forte aumento della tensione nel paese [E 7 febbraio 1998, p. 67], è stata tale da condurre ad un irrigidimento delle posizioni governative, creando una situazione di stallo e d’immobilità, che ha a lungo pervaso il paese.
 Di fronte alla violenta presa di posizione delle Tigri, infatti, la presidente è stata costretta a reagire con fermezza, ponendo ufficialmente fuori legge le LTTE, che, sin dal 1997, erano state incluse dagli Stati Uniti nel novero delle organizzazioni terroriste internazionali [ibidem]. In precedenza la Kumaratunga era stata riluttante a compiere questo passo, trattenuta dalla consapevolezza che esso potesse segnare la fine dei tentativi di dialogo che hanno mantenuto viva la speranza nel paese. L’approdo delle trattative di pace ad una situazione di stallo non è stata la sola conseguenza dell’attentato di Kandy: esso ha anche contribuito pesantemente a vanificare lo sforzo compiuto dal governo per introdurre il principio del decentramento politico nel paese. Nei giorni successivi allo scoppio dell’autobomba, infatti, il PNU ha negato con rinnovata decisione l’appoggio al disegno di autonomia regionale della presidente Kumaratunga [FEER 12 febbraio 1998, p. 21]. Il risultato è stato che, nei mesi seguenti, la presidente non è più riuscita a creare le condizioni politiche favorevoli per riproporre al paese la propria strategia di decentramento del potere. 
 Nel corso delle celebrazioni del cinquantenario dell’indipendenza, tenutesi a Colombo il 4 febbraio 1998, mentre le LTTE assaltavano una base aerea ed una stazione di polizia situate nella città di Battilaloa, la presidente ammetteva che lo Sri Lanka non era riuscito nell’intento di costruire una nazione, pur manifestando ancora la speranza di una cessazione dei combattimenti in un futuro prossimo [E 7 febbraio 1998, p. 67]. Nei primi mesi del 1998 tale speranza era in gran parte riposta sul tentativo di ricondurre alla normalità la vita politica della città di Jaffna, ex roccaforte delle LTTE, riportata sotto il controllo del governo cingalese nel 1996 [AM 1996, pp. 75-76]. A tal fine, nel gennaio 1998, per la prima volta in diciassette anni, sono state indette nella città le elezioni amministrative. Le LTTE hanno scelto di non partecipare alle consultazioni, pur non ponendo in atto alcuna pratica di boicottaggio, tanto che le operazioni elettorali si sono svolte in un clima di relativa calma [E 7 febbraio 1998, p. 67]. Nondimeno, la percentuale dei votanti si è rivelata sorprendentemente bassa: soltanto il 16% degli aventi diritto [ibidem]. In parte la bassa affluenza del corpo elettorale è da attribuirsi al mancato aggiornamento delle liste elettorali, vecchie di un decennio; ma molti elettori sembrano aver disertato le urne volontariamente, alcuni lamentando di vivere sotto un esercito di occupazione [ibidem].
 Le elezioni sono state vinte da Sarojini Yogeswaran, candidata del Tamil United Liberation Front (TULF), partito che fa parte della coalizione di governo e che è il maggior rivale politico delle LTTE [AS gennaio/febbraio 1999, p. 188]. Tuttavia, l’anelata normalizzazione della vita politica di Jaffna non si è rivelata un obiettivo raggiungibile nel corso del 1998. In maggio Sarojini Yogeswaran è stata uccisa per mano delle LTTE e la stessa sorte è toccata in settembre al nuovo sindaco della città, Ponnuthurai Sivapalan, anch’egli membro del TULF [ibidem]. La pratica dell’omicidio politico è stato il mezzo scelto dalle LTTE per affermare la pretesa di essere gli unici effettivi rappresentanti della comunità tamil.
 Mentre la città di Jaffna viveva un clima politico cupo, la tensione nel paese non diminuiva. Con l’obiettivo dichiarato di preservare l’ordine pubblico, nel mese di agosto il governo ha proclamato lo stato d’emergenza in tutta l’isola [E 8 agosto 1998, p. 56]. A causa di questo provvedimento, le elezioni provinciali che si sarebbero dovute tenere nel paese sono state posposte. Le autorità di governo hanno dichiarato di non poter sottrarre all’esercito in guerra contro le LTTE un numero di soldati sufficiente per garantire la sicurezza delle operazioni elettorali, anche se nel paese si è da più parti diffusa l’opinione che il governo volesse rimandare le elezioni, temendo di perderle [ibidem e W/ HRW 1999, par. 11]. In autunno l’attenzione del paese è stata catturata dagli sviluppi della guerra contro le LTTE, e le elezioni provinciali sono slittate ancora, sino al gennaio del 1999.
 

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3. ... e la mancata soluzione militare
 
 Nel corso del 1998, non diversamente dagli anni precedenti, il governo cingalese ha investito una notevole quantità di energie e di risorse nelle operazioni militari contro le LTTE, non riuscendo però ad avere ragione del loro esercito che, nonostante la perdita di Jaffna, ha continuato a rivelarsi una forza formidabile. Malgrado gli sforzi dell’esercito cingalese, infatti, l’operazione militare «Vittoria Assicurata» (Jaya Sikurui) si è conclusa con un insuccesso. Avviata nel maggio 1997, l’operazione mirava a stabilire il completo controllo del collegamento via terra verso Jaffna, di fatto raggiungibile solo via aerea o via mare, poiché le continue azioni di guerriglia delle LTTE impedivano un sicuro accesso all’autostrada che collega il sud del paese alla città [FEER 5 giugno 1997, p. 25, e AS febbraio 1998, p. 145]. Il lancio di questa nuova offensiva militare da parte del governo aveva contribuito ad innalzare la tensione con le LTTE, rendendo le Tigri più ostili al dialogo. Questo nonostante che il fine dell’esecutivo fosse invece quello di piegare le LTTE al negoziato tramite una manifestazione di forza. Condizione necessaria per la riuscita dell’operazione era il controllo del Passo degli Elefanti, attraverso il quale si snoda la strada che conduce a Jaffna. A tal fine l’esercito governativo aveva conquistato il controllo della vicina città di Kilinochchi [E 10 ottobre 1998, p. 65], ma, dopo lunghi mesi di combattimenti, le LTTE, con una fulminea controffensiva (settembre 1998), l’hanno riconquistata nel lasso di quarantotto ore [ibidem e AS gennaio/febbraio 1999, p. 186]. I costi umani della battaglia sono stati estremamente pesanti: l’esercito governativo ha contato seicento morti e, sembra, oltre cinquecento guerriglieri delle LTTE siano stati uccisi [E 10 ottobre 1998, p. 65]. Dal punto di vista strategico, la perdita di Kilinochchi è stata un evento di gravità tale da far porre in discussione l’intera operazione «Vittoria Assicurata». La successiva conquista da parte dell’esercito della città di Mankulam – situata sulla strada che conduce a Jaffna e sino ad allora sotto il controllo delle LTTE – non ha comunque compensato la sconfitta subìta [ibidem]. Secondo quanto riportato dallo stesso portavoce militare dell’esercito cingalese, Sunil Tennakoon, la disfatta di Kilinochchi è stata il più grave colpo inferto all’esercito dopo la perdita di Mullativu, un’importante città conquistata dalle LTTE nel 1996 [ibidem]. In effetti, subito dopo la sconfitta di Kilinochchi, l’operazione «Vittoria Assicurata» è stata dichiarata conclusa [W/HL febbraio 1999, «Shirking middle class», par. 1]. Negli ultimi mesi del 1998 e nei primi del 1999 la guerra è proseguita senza che si aprissero spiragli per una credibile possibilità di negoziare. Il governo ha continuato a combattere contro le LTTE con l’intento di logorarne le forze, strategia, questa, che è comunque costata numerose perdite anche all’esercito cingalese.
 A questo punto bisogna, però, sottolineare che le informazioni sulle operazioni militari effettivamente condotte dall’esercito e sui loro reali costi umani non sono di facile accesso, poiché il governo ostacola la presenza di giornalisti sul fronte. Spesso l’unica fonte di informazione della stampa è costituita dalle dichiarazioni ufficiali del portavoce del Ministero della Difesa [AS gennaio/febbraio 1999, p. 186 e W/HRW 1999, par. 10]. Alla censura di guerra si unisce un altro fenomeno, ovvero la riluttanza della stampa indipendente a riportare accuratamente le vittorie militari delle LTTE, per timore delle reazioni che esse possono provocare [AS gennaio/febbraio 1999, pp. 186-187]. Per esempio, il servizio televisivo britannico è stato il primo a trasmettere la notizia della sconfitta dell’esercito a Kilinochchi e dei gravissimi costi umani che entrambe le parti in lotta hanno dovuto sostenere [ibidem]. Se la censura di guerra è ritenuta necessaria dal governo, che la applica per vincere le LTTE e porre così termine alla guerra civile, essa pone un ineludibile problema di democrazia nel paese, poiché nega alla popolazione importanti elementi di valutazione e, allo stesso tempo, sottrae il governo al dovere di rispondere dettagliatamente al paese del proprio operato. 
 Il continuo stato di guerra in cui versa il paese ha comunque causato l’insorgere di una profonda stanchezza non solo in gran parte della popolazione civile, che vorrebbe si giungesse ad una soluzione del conflitto attraverso un’opzione diversa da quella militare [W/HL ottobre 1998, «Sinhalese are sick of war»], ma anche fra le stesse fila dell’esercito, tanto che soltanto nella seconda metà del 1998 si sono contati almeno cinquemila disertori [E 5 dicembre 1998, p. 74, e FEER 29 ottobre 1998, p. 11]. Inoltre, il reclutamento di nuove leve è divenuto via via più problematico, mentre l’esercito, che rispetto al 1983 ha già decuplicato le proprie dimensioni, continua ad avere bisogno di un numero crescente di soldati per proseguire le azioni di guerra [E 8 agosto 1998, p. 56]. L’espansione delle Forze Armate è avvenuta arruolando personale nelle regioni più povere del paese, quelle meridionali, dove l’alternativa al mestiere di soldato era per molti giovani la disoccupazione e, dunque, l’impossibilità di aiutare il proprio nucleo familiare a liberarsi dalla povertà [ibidem e W/HL febbraio 1999, «Shirking middle class», par. 3]. Anche le LTTE reclutano, in genere, i loro combattenti fra le famiglie tamil meno abbienti [W/HL febbraio 1999, «Shirking middle class», par. 3] e, per di più, hanno spesso fatto ricorso all’arruolamento forzato, anche di bambini [W/AI 1999, «Sri Lanka», par. 19].
 
 
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4. Le elezioni provinciali
 
 Nella prima metà del 1999 sono state indette in sette province dello Sri Lanka (Nord-occidentale, Centrale, Nord-centrale, Occidentale, Uva, Subaragamuwa e Meridionale) le elezioni per il rinnovo dei Consigli provinciali, rinviate nell’agosto dell’anno precedente. Le due rimanenti province del paese, quella Settentrionale e quella Orientale, non hanno potuto invece rinnovare i propri organi rappresentativi, a causa dell’infuriare della guerra civile. Il governo ha seguito con particolare attenzione l’andamento di queste consultazioni, percepite non solo e non tanto come momento politico significativo a livello locale, ma soprattutto come opportunità per verificare l’orientamento dell’elettorato, a breve tempo dalla scadenza del mandato della presidente Kumaratunga.
 Le prime elezioni sono state indette in gennaio nella provincia Nord-oc-cidentale, dove, come in tutte le altre province ad eccezione di quella Occidentale, la maggioranza uscente del Consiglio era composta dal PNU. Dopo una campagna elettorale intensa e tesa, non priva di incidenti violenti e incentrata quasi esclusivamente sui grandi temi della politica nazionale [W/E 30 gennaio 1999, «Sri Lanka. So that’s democracy»], il responso delle urne ha ribaltato il precedente equilibrio politico: la PA ha infatti ottenuto il 56% dei suffragi e la maggioranza assoluta dei seggi del Consiglio (30 su 52), mentre l’UNP ha conquistato soltanto il 38% dei voti [W/NL]. Il Janatha Vimukthi Peramuna (JVP, o «Fronte di liberazione popolare»), un’ex formazione politica extra-parlamentare di estrema sinistra, che in passato guidò due sollevazioni antigovernative, si è affermato come il terzo partito della provincia [ibidem].
 Rassicurata dall’esito delle elezioni nella provincia Nord-occidentale, la presidente ha indetto nell’aprile 1999 le elezioni in altre cinque province (Centrale, Nord-centrale, Occidentale, Uva e Subaragamuwa). Di nuovo, l’AP ha potuto formare maggioranze di governo in ognuno dei cinque Consigli rinnovati, ottenendo una percentuale di voti variabile fra il 43 ed il 53% [W/F 24 aprile-7 maggio 1999, «A complex verdict», par. 4]. L’UNP, invece, si è qualificato come secondo partito in ognuna delle province, raccogliendo una percentuale di consensi variabile fra il 40 e il 45% circa [ibidem]. Nelle cinque province, il JVP si è nuovamente attestato come terzo partito politico ottenendo nel complesso 15 seggi, di cui 8 nella provincia Occidentale [ibidem, par. 17].
 In giugno, infine, si sono tenute le elezioni nella provincia meridionale, il cui risultato non si è scostato dalla linea di tendenza emersa negli altri collegi provinciali: la PA si è affermata come prima forza, raccogliendo il 44,9% dei voti, seguita dal PNU, che ne ha ottenuto il 39,12%, mentre il JVP ha guadagnato una buona percentuale di consenso: il 12,28% dei voti (ciò che gli ha dato sette seggi nel Consiglio) [W/NL]. 
 Le elezioni nel loro insieme hanno avuto un esito complesso. In primo luogo è necessario sottolineare che la partecipazione alle operazioni elettorali non è stata elevata: in un paese che in passato era solito contare una percentuale di votanti non inferiore all’85%, l’affluenza alle urne si è attestata intorno al 71%, suggerendo una disaffezione crescente verso le istituzioni [W/AW 7 maggio 1999, «Mixed tidings…», par. 2, e W/NL]. Un dato rassicurante per la coalizione guidata dalla presidente Kumaratunga è comunque costituito dal risultato ottenuto dalla PA, affermatasi come forza di governo in tutti i Consigli provinciali neoeletti (anche se in alcune province lo scarto di voti che ha separato la PA dall’UNP è stato esiguo). Tuttavia, il paragone con le presidenziali del 1994 suggerisce che, a distanza di cinque anni, la PA ha registrato una perdita di consenso. Nel 1994, infatti, la Kumaratunga era stata eletta presidente con il 62% dei suffragi, ottenendo un risultato decisamente superiore rispetto alle più recenti elezioni provinciali. Le difficoltà incontrate nella ricerca di una soluzione per il più grave problema del paese, la guerra civile, e il conseguente scoraggiamento diffusosi nel paese, hanno sicuramente influito in modo determinante sul risultato elettorale. 
 All’interno della coalizione governativa la riflessione sull’esito delle elezioni provinciali si è estesa anche ad altri temi, con particolare attenzione alla politica economica [W/AW 7 maggio 1999, «Mixed tidings…», par. 5]. Per quanto riguarda le scelte operate in ambito economico, la People’s Alliance si è posta su una linea di continuità rispetto al precedente governo dell’UNP, procedendo nella realizzazione del suo piano di privatizzazione delle industrie di stato. Questo nonostante le severe critiche mosse a tale piano durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali dal più grande partito della coalizione, lo Sri Lankan Freedom Party (SLFP). Riferendosi anche alla politica economica, Mahinda Rajapakse, ministro della Pesca nonché leader dell’SLFP, in occasione del dibattito sull’esito delle elezioni provinciali ha sostenuto, in una lettera aperta indirizzata alla presidente, che la ragione del risultato non soddisfacente riportato dalla People’s Alliance è da ricercarsi nella perdita di consenso fra quelle stesse forze sociali che avevano inizialmente sostenuto la coalizione [W/AW 7 maggio 1999, «Mixed tidings…», parr. 5-6]. 
 Un ulteriore dato significativo emerso dalle elezioni provinciali, in parte all’origine delle affermazioni del ministro Rajapakse, è il risultato positivo riportato nel paese dal JVP, in particolare nella provincia Meridionale e in quella Occidentale. Proprio nella provincia Occidentale si trova il distretto di Gampaha, roccaforte della presidente Kumaratunga, in cui il JVP ha conquistando molti elettori [W/F 24 aprile-7 maggio 1999, «A complex verdict», par. 17].
 
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5. I due volti dell’economia
 
 La crisi economica che si è abbattuta sulle economie dei paesi dell’Asia orientale non si è estesa nel corso del 1997 allo Sri Lanka, che ha evitato il contagio grazie al suo ristretto conto dei movimenti di capitale. Di conseguenza il paese ha mantenuto un buon livello di crescita del PIL, superiore al 6% [FEER 11 marzo 1999, p. 57]. Tuttavia, nel 1998 l’economia dello Sri Lanka ha cominciato a manifestare preoccupanti sintomi di crisi. Complessivamente, la crescita del PIL nel 1998 si è arrestata al 4,5% [ibidem], deludendo le aspettative d’inizio anno della Banca Centrale, che aveva previsto una crescita dell’economia del 6% [FEER 16 aprile 1998, p. 67]. Orientata verso le esportazioni, nel corso dell’anno l’economia dello Sri Lanka non ha potuto sottrarsi all’impatto della crisi economica russa, che ha causato una contrazione della domanda del più importante bene d’esportazione dell’isola, il tè. L’esportazione di tè, pari al 15% delle esportazioni totali [FEER 11 marzo 1999, p. 57], era, infatti, tradizionalmente diretta in gran parte verso la Russia, che, di norma, assorbiva il 35-40% della produzione [FEER 22 ottobre 1998, p. 81]. In seguito alla repentina crisi del rublo, il volume delle esportazioni di tè cingalese verso la Russia è calato del 20% [FEER 11 marzo 1999, p. 57], rallentando drammaticamente la crescita globale delle esportazioni dello Sri Lanka, passata dal 13% nel 1997 al 2,1% nel 1998 [ibidem]. Inoltre, come ulteriore conseguenza della crisi russa, nel 1998 il prezzo del tè è calato significativamente e, nel primo semestre del 1999, non si è risollevato. Tale situazione non lascia spazio alla prospettiva di un rapido recupero dell’economia: anche se nel 1999 sono previsti raccolti di tè migliori rispetto agli anni precedenti, si ritiene che i guadagni derivanti dalle esportazioni di tè non potranno assolutamente essere proporzionali alla produzione [ibidem].
 Una contrazione delle esportazioni si è avvertita anche nel settore manifatturiero, il cui tasso di crescita è conseguentemente rallentato, riducendosi dal 9,3% del 1997 al 7,2% registrato nel 1998 [W/EIU 11 novembre 1998, «Sri Lanka: hit by the global…», par. 1]. Sono inoltre diminuite le esportazioni di prodotti di gomma e di cuoio e, ancora più pesantemente, si sono contratte quelle di gioielli [ibidem]. La decisione del governo di svalutare la rupia, il cui valore rispetto al dollaro è diminuito di oltre il 10% nel 1998 [FEER 11 marzo 1999, p. 57], non ha recato un grande vantaggio alle industrie esportatrici. Questo perché le svalutazioni dei paesi del sudest asiatico sono state più incisive e i beni provenienti da tali paesi si sono rivelati più competitivi rispetto a quelli prodotti nello Sri Lanka [ibidem]. Per quanto riguarda i servizi, si è registrato un rallentamento della crescita nel settore turistico, compensato però da un buon andamento nei settori delle telecomunicazioni e dei servizi portuali, che hanno consentito una crescita complessiva dei servizi pari al 5,2% [W/EIU 11 novembre 1998, «Sri Lanka: hit by the global…», par. 1]. Anche il settore agricolo ha conosciuto una soddisfacente crescita del 2,8%, largamente dovuta ad un ottimo raccolto di riso vestito [ibidem].
 Il governo dello Sri Lanka ha proseguito la politica di privatizzazione delle industrie di stato. Questo nonostante le critiche delle opposizioni di sinistra, che hanno accusato il governo di vendere «i gioielli di famiglia» [FEER 16 aprile 1998, p. 67] e, come abbiamo ricordato, quelle di parte dell’ala sinistra della coalizione governativa. Già nel 1997 il governo aveva avviato la privatizzazione nel settore delle telecomunicazioni, vendendo una quota di partecipazione azionaria pari al 35% della Sri Lanka Telecom alla Japan’s Nippon Telegraph & Telephone e ricavandone un’entrata di 225 milioni di dollari [ibidem]. L’anno successivo il governo dello Sri Lanka ha proceduto con la privatizzazione della compagnia di bandiera, l’Air Lanka, incassando 45 milioni di dollari per la vendita di una partecipazione azionaria del 26% alla Emirates Airline, con l’opzione di un aumento della partecipazione sino al 40% entro il 2000 [ibidem]. Nel futuro prossimo è comunque previsto un ulteriore rafforzamento del ruolo del settore privato nell’economia del paese.
 Come in passato, la guerra ha inciso pesantemente sul bilancio dello stato nel corso del 1998. La spesa per la Difesa, preventivata per il 1998, ammontava a 44 miliardi di rupie (equivalenti a 677 milioni di dollari), ma la spesa reale ha raggiunto i 56 miliardi di rupie [FEER 22 ottobre 1998, p. 81], assorbendo complessivamente un terzo delle entrate dello stato [FEER 11 marzo 1999, p. 57]. Per il 1999 il governo ha preventivato una spesa di 47 miliardi di rupie per la Difesa, ma quasi certamente l’esborso reale sarà ancora una volta molto più elevato del previsto, poiché non vi sono concrete prospettive di pace all’orizzonte [ibidem]. 
 Il crescente impiego di risorse a scopo bellico non è tuttavia la sola conseguenza della guerra civile sull’economia del paese. Il conflitto ha alimentato una serie di attività funzionali alla guerra e di fenomeni a questa conseguenti. Questi incidono in misura rilevante sull’economia, dando luogo ad un insieme di importanti attività economiche legate alla guerra, che tendono a radicarsi nel paese. In primo luogo, come abbiamo già sottolineato, la notevole espansione delle Forze Armate ha comportato il reclutamento di nuovi soldati tra le fila dei disoccupati provenienti dalle regioni più povere del paese, dando per la prima volta modo a queste persone di sostenere economicamente le loro famiglie. Si calcola che gli stipendi dei soldati abbiano finora contribuito significativamente alla sussistenza di circa 720.000 persone che vivono nel retroterra rurale povero dello Sri Lanka [E 8 agosto 1998, p. 56]. Inoltre, durante il conflitto, l’industria legata alle esigenze belliche si è espansa, impiegando un numero crescente di persone, soprattutto fra la popolazione povera urbana. I nuovi posti di lavoro così creati ammontano a circa 400.000, su una popolazione totale di 18 milioni di persone [ibidem]. La guerra, infine, ha causato un consistente esodo di tamil dalle regioni nord-orientali: dall’inizio del conflitto più di mezzo milione di tamil si sono rifugiati all’estero e vi è ancora un esodo annuo di circa 15.000-18.000 persone. Le rimesse che i rifugiati inviano a casa – un importante sostegno per le loro famiglie – sono stimate pari a 500 milioni di dollari annui, gran parte dei quali alimentano l’economia sommersa del paese [ibidem].
 La guerra ha dunque piegato una sfera dell’economia dello Sri Lanka alle proprie esigenze, sottraendo allo stesso tempo al paese risorse preziose, che potrebbero essere utilizzate per la creazione, per le fasce di popolazione più deboli, di opportunità slegate dall’industria di morte. La controprova di questa affermazione è che, in un paese in cui le spese belliche gravano sempre più pesantemente sul bilancio dello stato, gli investimenti pubblici per le infrastrutture sociali abbiano ristagnato, come dimostra il fatto che, fra il 1990 e il 1997, la spesa pubblica per i servizi sociali non abbia superato la media dell’1,3% del PIL [AS gennaio/febbraio 1999, p. 190]. È vero che il ministro delle Finanze ha assicurato un prossimo aumento della spesa complessiva per lo stato sociale [AS gennaio/febbraio 1999, p. 190], ma appare difficile credere che, se non si riuscirà a porre termine alla guerra civile, tale promessa possa essere mantenuta.
 
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6.  Guerra civile e diritti umani
 
 La storia del conflitto che da oltre quindici anni dilania lo Sri Lanka è anche la storia di continue violazioni dei diritti umani, compiute da entrambe le parti combattenti: il governo dello Sri Lanka e le LTTE. A questo proposito, nel periodo di tempo da noi preso in esame, non si sono verificate eccezioni. La popolazione civile è stata esposta agli abusi compiuti dall’esercito regolare e dall’esercito delle LTTE; particolarmente critiche sono state le condizioni di vita di coloro che vivono nelle regioni in cui si combatte il conflitto. 
 Durante lo svolgimento dell’operazione militare «Vittoria Assicurata», nonostante la difficoltà di verificare la reale entità degli abusi compiuti sulla popolazione a causa della censura di guerra, sono comunque venuti alla luce numerosi casi di civili uccisi o feriti durante i bombardamenti aerei ed i combattimenti terrestri [W/HRW 1999, par. 3]. Nel 1998, nelle penisola di Jaffna, centinaia di dimostranti hanno chiesto alle autorità governative di impegnarsi per proteggere le vite della popolazione civile durante gli attacchi mossi contro le LTTE [ibidem]. In queste zone, la popolazione è stata inoltre esposta alla carenza di cibo e di beni essenziali, e le abitazioni di centinaia di migliaia di persone sono state evacuate [ibidem]. Anche nell’est del paese le morti di civili a causa del conflitto sono state centinaia [W/HRW 1999, par. 4]. Come nel nord, le forze di sicurezza governative e le forze paramilitari che lavorano al loro fianco sono state accusate di aver detenuto arbitrariamente, torturato ed ucciso persone sospettate di essere legate alle LTTE. Il fenomeno delle esecuzioni extragiudiziali è difficile da quantificare, poiché, in molti casi, i parenti delle vittime o i testimoni hanno rinunciato a segnalare le esecuzioni in seguito alle pressioni esercitate su di loro dalle forze di sicurezza [W/AI 1999, «Sri Lanka», par. 6]. Queste ultime hanno poi talvolta costretto i parenti delle persone uccise a firmare dichiarazioni in cui si affermava che le vittime erano membri delle LTTE, o, in alternativa, che esse erano state assassinate dalle Tigri [ibidem]. Numerosi sono stati anche i casi di persone scomparse.
 Nel distretto di Trincomalee si è anche verificato un caso di rappresaglia, attuata da alcuni poliziotti locali, che, in seguito ad un attacco delle LTTE rivolto contro la loro stazione di polizia, hanno arrestato e ucciso otto giovani della zona [W/HRW 1999, par. 4]. 
 Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e alcuni politici tamil hanno inoltre protestato contro l’uso, invalso nella parte nord-orien-tale del paese, di affiancare alle forze di sicurezza dello stato ex militanti di gruppi tamil, armati, che contribuiscono all’identificazione di appartenenti alle LTTE e, di norma, arrestano ed interrogano i sospetti. Tali elementi sono stati ripetutamente accusati di estorsione, detenzione illegale, tortura e omicidio [W/HRW 1999, par. 5]. 
 Nel nord e nell’est del paese, nonché a Colombo, nel corso del 1998 si sono susseguiti arresti arbitrari di cittadini tamil, imprigionati principalmente sulla base della loro etnia. Questa misura, generalmente applicata dopo i maggiori attentati compiuti dalle LTTE, è stata pesantemente criticata nel paese, tanto da convincere la presidente Kumaratunga a nominare in luglio un comitato speciale, a cui è stato sottoposto il problema dei maltrattamenti e degli arbìtri ai danni dei cittadini di etnia tamil [W/AI 1999, «Sri Lanka», par. 8, e W/HRW 1999, par. 6].
 Nel luglio 1998 è inoltre emersa nel paese una questione di estrema gravità. In quella data, Somratne Rajapakse, militare dell’esercito dello Sri Lanka, condannato a morte in seguito all’uccisione di una studentessa tamil avvenuta a Chemmani, nella penisola di Jaffna, ha rilasciato una dichiarazione che ha sconvolto il paese. Egli ha infatti sostenuto che il luogo in cui era stato ritrovato il cadavere della giovane donna fosse, in realtà, il sito di una fossa comune, in cui si trovavano almeno altri 400 corpi di civili tamil uccisi dall’esercito [W/F 27 marzo-9 aprile 1999, «A death plot in Jaffna»]. Mentre nella penisola si diffondeva una forte inquietudine fra le famiglie delle persone scomparse, la Magistratura ha avviato un’indagine, proseguita però a rilento, dapprima a causa di una serie di minacce rivolte ai giudici e poi per il sopraggiungere dei monsoni, che hanno allagato la zona di Chemmani [W/F 3-16 luglio 1999, «Skeletons in Chemmani»]. Quindi, nel giugno 1999, sono stati avviati gli scavi e, nel luogo indicato da Rajapakse, sono stati rinve-nuti due scheletri [ibidem]. La questione è tuttora aperta e la Magistratura continua a svolgere l’inchiesta, agendo con notevole indipendenza. Secondo gli osservatori internazionali, infatti, la decisione della Magistratura di proseguire le indagini in un caso di coinvolgimento delle Forze Armate è senza precedenti [ibidem].
 La popolazione civile è, inoltre, costantemente vittima delle pratiche sempre più violente delle LTTE. In primo luogo, i numerosi attentati in luoghi pubblici di cui le LTTE si sono rese responsabili nel corso del 1998 e del primo semestre del 1999 hanno causato un elevato numero di vittime fra la popolazione. Inoltre, nelle zone di guerra, spesso le persone che si sono rifiutate di cooperare con le Tigri sono state imprigionate, torturate e, in alcuni casi, uccise. Di molte non si hanno più notizie [W/AI 1999, «Sri Lanka», par. 18]. 
 Le LTTE hanno poi continuato a far ricorso alla pratica dell’assassinio politico, nel tentativo di affermare il loro controllo sul territorio [W/HRW 1999, par. 8, e W/F 19 giugno-2 luglio 1999, «Another human bomb»]. Per questa stessa ragione hanno continuato ad imprigionare i civili tamil che esprimono pubblicamente il loro dissenso nei confronti delle pratiche delle Tigri, detenendoli in qualità di prigionieri politici [W/HRW 1999, par. 9]. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani sono poi particolarmente preoccupate per il continuo ricorso da parte delle LTTE all’arruolamento forzato di bambini [W/AI 1999, «Sri Lanka», par. 3].
 
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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
 
AM:  1996 «Asia Major. Integrazione regionale e ascesa internazionale», Bologna, Il Mulino.
AS:  «Asian Survey», Berkeley.
E:  «The Economist», London.
FEER:  «Far Eastern Economic Review», Hong Kong.
W/AI:  1999 «Amnesty International/Rapporto annuale» (http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto1999).
W/AW:  «Asiaweek» (http://www.pathhfinder.com/asiaweek).
W/E:  «The Economist» (http://www.economist.com).
W/EIU:  «The Economist Intelligence Unit» (http://www.eiu.com).
W/F:  «Frontline» (http://www.the-hindu.com).
W/HL:  «Himal» (http://www.himalmag.com).
W/HRW:  «Human Rights Watch/World Report 1999». 
W/NL:  «Government Information Department» (http://www.news.lk/elections).

 

 

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