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Pluralismo, identità e riconoscimento.
Modelli teorici di convivenza

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Tesi di laurea di Emanuela Ceva

ABSTRACT

Questa riflessione prende vita da un interesse per un’indagine teorica sulle diverse situazioni d’incertezza identitaria, generanti questioni problematiche fondate su di una connessione non-banale tra identità e richieste di riconoscimento.

Per meglio delineare le coordinate di un simile argomento si è pensato di prendere in considerazione, come prima – e particolarmente significativa – circostanza di incertezza, la prospettiva "multiculturale", ossia la connotazione in termini di pluralismo etico ed identitario, che caratterizza la maggior parte delle realtà sociali contemporanee.

La tendenza alla globalizzazione, da un lato, e il crescente bisogno di radicamento, dall’altro, sembrano mettere a dura prova la validità ed il significato delle tradizionali cerchie di riconoscimento, per lo più definite in termini di omogeneità etnica e culturale; gli stessi modelli teorico-normativi, costruiti al fine di delineare prospettive di risoluzione per tali problematiche di convivenza e di ricostruzione di dimensioni identitarie entrate in crisi, vengono messi a dura prova di fronte ad un simile ordine di questioni, connesse ad una svolta in senso pluralistico, subita dalle strutture fondamentali dell’universo politico, sociale e culturale.

Su di un terreno sociale caratterizzato da simili circostanze, avviene l’incontro tra culture differenti, un incontro che assume i connotati di un confronto e di uno scontro tra diverse dimensioni che lottano per il riconoscimento pubblico del proprio valore; un incontro che porta con sé nuove e complesse sfide di inclusione, di tolleranza e di convivenza pacifica.

Entro un simile contesto possiamo comprendere una caratteristica fondamentale dell’identità moderna: la sua intrinseca instabilità che si traduce in una costante ricerca di conferme a livello interpersonale. L’identità moderna non si presenta allora come uno status da raggiungere e fissare una volta per tutte, ma come un progetto che ognuno di noi è chiamato a portare avanti e a modificare nel tempo. Tutto ciò si traduce in una tensione verso la certezza: data l’instabilità della nostra condizione, il mutare delle sfide che siamo chiamati a fronteggiare e i sempre differenti soggetti con cui ci dobbiamo confrontare, le lotte per l’affermazione della nostra peculiarità prendono le sembianze di un tentativo di raggiungere la stabilità, di superare l’incertezza, il dubbio.

Se, dunque, l’incertezza chiede teoria quello che ho cercato di fare è delineare alcuni modelli teorico-normativi di convivenza, che permettano di giungere ad una sorta di modello ottimale, entro i cui confini vengano prese sul serio le richieste di riconoscimento identitario, connesse al fatto del pluralismo, e si delineino istituzioni in grado di costruire una nuova realtà politica che colmi il vuoto normativo lasciato dall’entrata in crisi del tradizionale modello di stato-nazione.

Per fare questo ho preso in esame alcuni fra i modelli teorici principali che hanno animato, e animano tuttora, il dibattito filosofico-politico contemporaneo.

La prima impostazione ad essere considerata è quella comunitaria, in particolare quella che è possibile ricostruire a partire dalle riflessioni di C. Taylor, la quale si rivela essere strettamente legata a modelli di omogeneità e di corrispondenza etico-politica, che non sembrano prendere sul serio la realtà pluralistica, entro i cui confini siamo chiamati a riflettere.

In secondo luogo mi sono soffermata sulle proposte provenienti dall’area liberale neutralista rappresentata dalla riflessione di C. Larmore, e quella espressa dal liberalismo politico di J. Rawls. In questo caso il problema più rilevante è, a mio avviso, connesso all’idea di neutralità dello stato; un’idea, questa, che non sembra tenere nella dovuta considerazione le richieste di visibilità sociale avanzate dai gruppi minoritari, condannandoli all’invisibilità politica.

Di qui la necessità di individuare un approccio alternativo che può, a mio avviso, trovare espressione nella riflessione di J. Habermas la quale, proponendosi come sintesi tra comunitarismo e neutralismo, presenta un modello teorico democratico sensibile alle differenze ed alle problematiche identitarie e, nello stesso tempo attento alle esigenze di neutralità politica come risposta al pluralismo etico. All’interno del modello habermasiano, infatti, il dialogo politico risulta essere eticamente connotato grazie all’apertura di spazi per il confronto democratico, cui ogni cittadino ha accesso in virtù di un sistema rappresentativo fondato su di un flusso costante di comunicazioni tra il centro e la periferia. L’imparzialità delle istituzioni e la legittimità delle decisioni prese vengono così garantite dall’eguale possibilità di partecipazione all’arena del dialogo politico concessa ad ogni cittadino, il quale potrà considerarsi, in questo modo, non solo come destinatario, ma anche e soprattutto come autore delle norme, su cui si vanno a strutturare le interazioni sociali stesse. Nonostante la pregnanza etica del discorso politico non dobbiamo credere che l’accordo tra i cittadini coinvolga tutti gli aspetti della loro vita, dalle concezioni del bene alle convinzioni in materia di giustizia distributiva. L’accordo su cui si struttura il vivere comune stesso è un accordo prettamente politico, che verte in particolare sulle procedure di produzione giuridica e di legittimo esercizio del potere.

Un accordo politico, dunque, che lascia vivere al suo esterno il pluralismo etico: a partire da un simile equilibrio tra "l’etico" ed il "politico" ho avvertito, in conclusione, l’esigenza di mettere alla prova il modello pluralistico delineato, applicandolo ad un caso concreto particolarmente problematico: il progetto di unione europea. In modo particolare ho cercato di delineare prospettive possibili per l’integrazione europea, all’interno di un orizzonte di accordo politico e rispetto delle differenze, seguendo il suggerimento habermasiano per un’unione nella pluralità delle nazioni.

 

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