Nota di presentazione

L’aumento globale di temperatura come influisce sugli ecosistemi alpini ed in particolare sulle montagne del sud Europa, come l’Appennino?

Con l’intento di rispondere a questa domanda è in atto nell’alto Appennino Tosco-Emiliano una ricerca pluriennale, attualmente finanziata dall’INRM, con sede a Roma.

Diversi sono i motivi che rendono l’ambiente alpino un ottimo candidato per studiare l’impatto del riscaldamento terrestre. Tra questi la sua distribuzione a livello globale, la sua sensibilità all’aumento di temperatura e un’azione antropica ancora contenuta rispetto alle aree situate a quote inferiori. Già nel 2001 era nata GLORIA (Global Observation Research Initiative in Alpine Enviroments), iniziativa di ricerca che focalizza l’attenzione sulle piante vascolari in alta quota. GLORIA mira ad istituire una rete internazionale di ricerca che, attraverso l’applicazione di metodologie standard a basso costo, possa chiarire l’influenza dei mutamenti climatici sugli ecosistemi alpini di tutto il mondo. Il primo passo in tal senso è stato il varo nel 2001 di GLORIA-EUROPE (V Programma Quadro), progetto finalizzato alla raccolta di dati provenienti dal continente europeo. Complessivamente sono 18 le aree montuose prese in esame da questo programma, distribuite in 13 nazioni comprese tra Sierra Nevada, Urali e Caucaso. Per ciascuna di esse, tra il 2001 e il 2003, si è provveduto all’acquisizione di dati climatici e al rilevamento della ricchezza di specie, con particolare attenzione agli endemismi. Il Dipartimento di Ecologia del Territorio dell’Università degli Studi di Pavia è attualmente impegnato nel monitoraggio dei siti presenti nell’Alto Appenino Reggiano. Questa attività proseguirà per tutto il 2004 e verrà  realizzata la prima verifica, a tre anni dall’avvio del progetto. Quali previsioni per il futuro? Il monitoraggio in atto è previsto che continui nei prossimi anni. Ci si attendono aumenti anche locali di temperatura e una sempre minor durata della neve al suolo. A livello biologico, per quanto riguarda le piante di alta quota, è previsto un effetto tangibile entro 20/30 anni, che potrebbe portare anche alla scomparsa delle popolazioni locali di specie sensibili, come i relitti artico-alpini o le specie con disgiunzione di areale alpino-appenninica. (Prof. G. Rossi, Pavia).