Fondazione
Appena nominato professore a Pavia, Spallanzani sollecitò subito la creazione di raccolte dimostrative per le sue lezioni di Storia Naturale. L’Imperatrice Maria Teresa in persona (Fig.) ordinò di spedire a Pavia 7 casse di materiali che giunsero il 6.2. l771 e costituirono il primo nucleo del Museo. Due mesi dopo lo scienziato propose al Conte Firmian di acquisire "alcune casse di corpi naturali raccolte dal Vandelli" sulle montagne milanesi e di provvedere alla ristrutturazione e sistemazione dei vani del Museo. La collezione Vandelli pervenne al Museo solo nel 1775 insieme alla Collezione del cav. Fabrini, di Firenze, formata da 4069 pezzi, soprattutto minerali. L’acquisizione delle raccolte di conchiglie e produzioni marine della Repubblica Dalmata di Ragusa, arrivate in 7 casse nel dicembre 1775, permetteva infine a Spallanzani di prevedere "che il Museo di Storia naturale di Pavia sarà uno de' più belli d'Italia".
Dotazione
Inizialmente il Museo non aveva una dote fissa, ma a partire dal 1776 venne stanziata una cifra di 6 zecchini annui per la manutenzione e una variabile tra 30 e 50 zecchini per l’accrescimento delle collezioni. La dotazione annua crebbe con il tempo passando dalle 1200 lire nel 1786 alle 6000 lire nel 1794.
Sedi
Le prime sedi provvisorie del Museo furono prima due stanze del collegio Ghislieri (Fig.) e poi Casa Malaspina, adiacente al Collegio. Per l’accrescersi delle raccolte, il Museo fu trasferito nel 1775 nel palazzo dell'Università e sistemato nel salone centrale al primo piano (Fig.).
Nel 1779 a questa prima "grande" stanza fu aggregata una seconda stanza a sud, cioè la sala di Fisica Sperimentale di Alessandro Volta, e infine nel 1781 una terza stanza a nord, quando l’Università acquisì alcuni caseggiati per creare il Teatro anatomico. L’anno dopo il Museo aveva ormai assunto l’aspetto definitivo: dalla fusione delle tre sale era risultata una grande galleria, lunga complessivamente 58 m per 8 m di larghezza con 2 ingressi sul lato orientale (verso il cortile dell’Università), 10 grandi finestre esposte a ovest (su Strada Nuova) e una esposta a nord (su C.so Carlo Alberto). Vi erano anche altre tre sale più piccole per i prodotti "vegetabili" ed il Regno minerale, e una stanza che fungeva da ripostiglio e laboratorio. La galleria era suddivisa in tre spazi da quattro colonne appaiate a due a due (Fig.). Così le pareti erano divise in sei facciate, ognuna delle quali occupata, dopo l’integrale riordino del 1787, da una delle sei Classi del Regno Animale.
Personale e Collaboratori
Le prime collezioni zoologiche furono ordinate e sistemate a cura di Giovanni Antonio Scopoli, professore di Botanica e Chimica presso l’Università, e del bidello della Facoltà filosofica Carlo Guarnaschelli. Nel 1782 la Corte di Vienna istituì la figura del custode e nominò a questo ufficio il canonico Giovanni Serafino Volta, mantovano. Nel 1787, dopo il processo per il presunto "furto"di reperti, Volta e Guarnaschelli furono allontanati e sostituiti provvisoriamente con il Padre barnabita Ermenegildo Pini. All’abate Vincenzo Rosa fu poi attribuita la responsabilità del regno animale e vegetale mentre il barnabita Giovanni Martinenghi classificò tutta la parte minerale del Museo. Rosa e Martinenghi curarono insieme tutto il lavoro di riordino e sistemazione delle collezioni in base al Systema Naturae di Linneo.
La Fama del Museo
Il Poema
Il
Museo di Spallanzani è l’unico al mondo di cui esista anche un catalogo
in versi. Le meravigliose collezioni di animali "esotici e nostrali" allora
presenti sono infatti documentate nell'Invito a Lesbia Cidonia,
poemetto composto dal matematico bergamasco Lorenzo Mascheroni, buon amico
di Spallanzani e noto nei circoli letterari ispirati all’Arcadia
sotto lo pseudonimo di Dafni Orobiano. Fin dal 1786, Mascheroni aveva diretto
alla bellissima Contessa Paolina Secco-Suardo Grismondi, bergamasca come
lui e poetessa famosa con il nome arcadico di Lesbia Cidonia, il sonetto
Vieni,
e consola del Tesin la sponda. Ma l’aristocratica, per ragioni di salute
aveva sempre rinviato la visita. Finchè, dopo la pubblicazione dell’Invito
avvenuta
il 20 aprile 1793, si decise finalmente a intraprendere il viaggio per
Pavia. Qui arrivò il 12 maggio del 1793, vi si trattenne per 5 giorni
e visitò il Museo, legandovi per sempre il suo nome.
L’Invito di Mascheroni si inserisce nel genere della poesia didascalica e fu scritta con lo scopo di glorificare l’Ateneo Pavese e di divulgarne i tesori posseduti. Alle lodi di Pavia e della sua Università, segue la descrizione del Museo di Storia Naturale (vv 57-249), del Gabinetto e Teatro di fisica (vv.250-384), della Biblioteca (vv.385-401), dei Gabinetti d’anatomia comparata e umana (vv. 402-467) e infine dell’Orto Botanico (vv. 468-520). I giudizi estetici sull’Invito furono sempre discordi. I suoi contemporanei giudicarono l’opera di Mascheroni come i "più bei versi sciolti di questo secolo" e il poema ebbe risonanza europea. Nell’Ottocento invece le stroncature furono numerose e l’Invito fu definito " poco più che un catalogo in bei versi del Museo pavese di scienze naturali", ma piuttosto "monotono e stucchevole nelle enumerazioni".
L'Arcadia
L’Arcadia, Accademia letteraria romana, fu fondata nel 1690, un anno dopo la morte della regina Cristina di Svezia, dai letterati che frequentavano il suo salotto. Il nome, nato per caso da una frase di uno dei fondatori, voleva alludere a quegli ideali di semplicità, schiettezza, chiarezza stilistica predicati dagli accademici. Al di là del rigido cerimoniale che caratterizzava la vita dell'Arcadia (ogni letterato prese un nome da pastore greco; il presidente fu chiamato "custode"; l’insegna fu la siringa di Pan; il luogo degli incontri fu detto Bosco Parrasio), l'accademia svolse un ruolo di primo piano nel panorama culturale italiano fra Seicento e Settecento. Nata con un deciso programma di reazione al cattivo gusto e alla ridondanza del secentismo barocco in nome di ideali di classicità e di razionalismo, l’Arcadia diede vita ad una poesia nella quale si rispecchiava serenamente la dolcezza di vita ispirata all’ottimismo illumista del mondo intellettuale pre-rivoluzionario. Durante il romanticismo l'aggettivo arcadico divenne però sinonimo di artificio, astrazione, superficialità. A lungo sull'accademia ha pesato questo giudizio negativo, e soltanto nel Novecento la critica ha finalmente riconosciuto la non trascurabile funzione storica svolta dall'Arcadia, sottolineandone l'influsso esercitato, anche a distanza, su poeti come Foscolo e Leopardi.
I Visitatori Illustri
Attirati dalla fama di Spallanzani e anche dall’Invito,
numerosissimi furono i visitatori illustri del "gran Museo" di Pavia, certamente
allora uno dei più ricchi e vistosi d’Europa. Spallanzani accompagnava
gli ospiti nella visita, fornendo spiegazioni e regalando spesso esemplari
duplicati. Tra le personalità politiche ricordiamo il consultore
Pecci, Don Carlo Colloredo e il principe del Liechtenstein. L’ Imperatore
d’Austria Giuseppe II venne a visitare il Museo il 17 febbraio 1784,
mentre l'Arciduca Ferdinando arrivò all'Università
di Pavia nel 1791 e visitò con cura il Museo insieme alla moglieMaria
Amalia, Infanta di Parma. Molte donne, belle colte e aristocratiche,
si fecero attrarre da una visita al Museo dell’affascinante scienziato
tra cui la principessa russa Daskof nel 1781 e appunto Paolina Secco-Suardo-Grismondi
che ammirò il Museo il 14 maggio 1793 in compagnia di alcuni professori
dell’Università.
Ordinamento
Concezioni museografiche
Spallanzani
condivideva le moderne teorie museografiche di Linneo, Buffon e Diderot.
Per lui una vera collezione si distingueva dalle raccolte degli amatori
per due requisiti essenziali, il primo era la completezzadelle serie
esposte, perchè la natura doveva essere rappresentata in un museo
"dagli ultimi anelli della catena...ai più alti ... giungendo infine
all'uomo". L’altra idea cardine del suo pensiero museografico era l’ordine
metodico con cui i vari esemplari venivano esposti, che doveva basarsi
sui principi della storia naturale. Tuttavia, nel Museo di Spallanzani
a Pavia sussistono, almeno nei primi anni, alcuni segni di certo collezionismo
barocco. Diffidente nei confronti dei "nomenclatori", Spallanzani adottò
in parte soluzioni espositive più vicine al suo gusto estetico e
alle sue attitudini di scienziato. I disparati collaboratori cui lo scienziato
delegò la sistemazione delle collezioni nei primi anni del Museo,
lo resero certamente più simile a una disordinata camera delle meraviglie
che non ad una rigorosa esposizione scientifica. Ecco perchè nel
1787, il Rosa trovò il Museo in "un totale disordine", i reperti
confusamente raggruppati in base alla data di acquisizione, o alla loro
forma e grandezza. Sospesi al soffitto della galleria c’erano foche, delfini,
testuggini, squali, secondo la tradizione dei gabinetti degli alchimisti
medioevali o delle Wunderkammern rinascimentali. Rettili, serpenti
e pesci, in vasi di alcool, erano collocati secondo le dimensioni dei contenitori.
Tanti i grossolani errori di nomenclatura e classificazione, molte le lacune
nei pezzi e moltissimi i reperti ormai consunti
Arredi
Le soluzioni di tipo architettonico-decorativo per rendere il Museo "istruttivo" e gradevole per i visitatori furono studiate da Spallanzani stesso. I primi armadi furono costruiti nell’ottobre 1771 sui disegni spediti dalla cugina Laura Bassi. Spallanzani ricevette poi nel 1781 altri progetti di armadi disegnati dal Piermarini, forse troppo "belli" per rispondere a criteri di utilità scientifico-didattica (Fig.). Sembra infatti che questi armadi non vennero mai costruiti. Dopo la visita del 1786 al Museo di Vienna, Spallanzani propose di costruire i nuovi scaffali del Museo pavese sulla falsariga di quelli viennesi. Il progetto definitivo degli armadi fu affidato nel 1790 all'architetto Pollak, allievo di Piermarini. Alti 3.50 m., occupavano tutti i lati della grande galleria per una lunghezza lineare di 92 metri ed erano ampi scaffali di noce, "tutti eguali, continui e simmetrici, colle facciate a giorno munite di grandi lastre di cristallo, quattro l’una sopra l’altra" che dividevano quindi gli spazi interni in 4 ripiani. L’interno, originariamente azzurro, era stato ridipinto di bianco per far risaltare i pezzi ed evidenziare gli attacchi dei parassiti. All’esterno gli scaffali erano estremamente semplici e senza ornati. Per consentire l'uso del Museo ai fini didattici lo scienziato aveva richiesto delle panche. Infine il Museo venne corredato negli anni ‘90 da un grande "globo geografico" delineato con maestria e "secondo le più recenti scoperte" da Vincenzo Rosa.
Esposizione dei reperti
La
grande Galleria (A) era destinata ai soli animali, cioè "Mammali"
e Pesci nelle due facciate centrali, Uccelli e "Amfibj" nelle due facciate
meridionali, Insetti e Vermi in quelle settentrionali (Fig.). Nella sala
B erano collocate le Terre e le Pietre; i pochi "Vegetabili" con altre
Petrificazioni, Sali e Produzioni vulcaniche erano esposti nella"buia"
sala C, infine i metalli trovavano posto nella sala D. Gli animali di piccole
o medie dimensioni erano disposti in serie sistematica entro gli scaffali,
mentre i grossi esemplari erano collocati o in mezzo alla Galleria o sopra
gli armadi. Sul bordo superiore di questi erano affissi dei "chiari cartelli
riportanti in grosso carattere l’andamento e il nome della classe: I Mammalia,
II Aves, III Amphibia,...". Gli esemplari erano conservati o impagliati
e rimontati in atteggiamenti naturali, o immersi nell’alcool entro vasi
di cristallo, o seccati e rinchiusi in cassette entomologiche. I coralli
erano montati su piedistalli dorati a forma di candeliere (Fig.); i Mammiferi
e i grossi pesci erano fissati su assicelle dipinte di azzurro e con orlo
dorato (Fig.). Su basi rotonde del tutto simili erano montati i grossi
uccelli. I piccoli uccelli erano invece rinchiusi da soli o in gruppo entro
campane cilindriche di vetro chiaro. Ad ogni esemplare era fissata sul
piedistallo un’etichetta riportante il numero linneano e il nome generico,
il numero individuale e il nome specifico, infine il nome comune o volgare
in italiano e la provenienza del pezzo. La numerazione seguiva fedelmente
quella riportata nella 12a e 13a edizione del Systema
Naturae di Linneo: con il libro alla mano era possibile "riscontrare
tutto il regno animale del Museo e viceversa"
Cataloghi
I primi cataloghi del Museo furono compilati nel 1776 dallo stesso Spallanzani che li spedì a Vienna al Principe Kaunitz.
Scopoli
redasse nel 1779 il catalogo delle conchiglie ("Testacei"), e nel 1781
la bozza del catalogo degli Zoofiti. Volta compilò tra il
1784 e il 1786 i cataloghi del Regno animale comprendenti gli indici sistematici
delle sei classi linneane. I Mammiferi erano curiosamente divisi in Primates
(uomo e orango), Brutae (scimmie non antropomorfe), Ferae,
cioè carnivori, GLIRES (tutti i roditori e i lagomorfi),
PECORA
(cervidi,
bovidi, ovidi), BELLUAE (cioè Belve, comprendenti cavallo
e ippopotamo), CETE (cetacei). Nel 1784, insieme alla collezione
Van Hoey veniva acquisito il relativo catalogo; nel 1786, allegato alla
collezione dei vermi viscerali di Goeze, pervenne anche il catalogo redatto
dal raccoglitore.
Nel 1786 Volta, aiutato da Scopoli, compilò in due mesi un Inventario per rilevare i pezzi mancanti e sostenere l’accusa di furto contro Spallanzani.
Nel 1787, dopo l’assoluzione di Spallanzani, l’Imperial
Regio Governo ordinò a Ermenegildo Pini di fare un inventario sintetico
di tutti gli oggetti presenti nel Museo, e successivamente incaricò
i custodi Rosa e Martinenghi della compilazione dei cataloghi completi,
assegnando al primo i regni animale e vegetale, e al secondo il regno minerale.
Criteri e modalità
Spallanzani era soprattutto uno sperimentatore e quest’impronta ispirò la ricerca e la scelta dei reperti da esporre, che dovevano essere esemplari scientificamente "istruttivi" come ad esempio, gli esemplari mostruosi e gli esseri su cui lo scienziato aveva eseguito le sue "esperienze", o anche i reperti con "il pregio della novità", in particolare gli esemplari di "esseri ambigui", come i "Piantanimali" cioè i coralli.
In una prima fase gli incrementi del Museo avvenivano
soprattutto per i provvedimenti dei funzionari asburgici e le relazioni
personali di Spallanzani con scienziati e collezionisti di fama. Dal 1778,
vari religiosi contribuirono all’arricchimento delle collezioni
con missioni di raccolta in tutta Italia, e lo stesso direttore con reperti
collezionati durante i vari viaggi intrapresi. Gran parte degli
esemplari erano acquistati già preparati da mercanti locali di cose
naturali, ma spesso era lo stesso Spallanzani che li preparava con l'aiuto
del fedele cameriere Giovanni, che lo accompagnava costantemente nei suoi
viaggi.
1777 - Collezione di G. A. Scopoli: 250 uccelli, molti anfibi, pesci e insetti - costo: 1000 fiorini.
1781 - viaggio a Marsiglia: 150 esemplari marini, tra cui due delfini, un pesce riccio, due pesci martello, due pesci spada, un pesce sega, un pesce angelo, due squali.
1782 - Collezione di "Ictioliti o se dir vogliamo Pesci impietriti" del Monte Bolca: 65 pezzi.
1784 estate - viaggio nel Golfo di Venezia: "una doviziosa raccolta di frutti di mare" e una "superba raccolta di Farfalle", acquistata in Italia.
1784 autunno - Collezione del medico olandese Van Hoey: ricca collezione di serpenti, pesci e anfibi per un totale di 25 casse contenenti 1242 vasi di vetro -costo: 2539 fiorini.
1787 giugno - Collezione di "vermi viscerali" del pastore olandese G. A. Goeze: raccolta di nematodi parassiti datata 1784, costituita originariamente di 278 vasi e ricca di numerosi tipi - costo: 1000 scudi milanesi. Di essa si conservano tuttora circa 450 pezzi (Fig.).
1787 - agosto - Collezione del protochirurgo Alessandro Brambilla: sette casse contenenti uccelli e 3600 insetti esotici.
1789 -Viaggio nelle Due Sicilie: trentasei casse di prodotti vulcanici dei Campi Flegrei, dell'Etna e delle Isole Eolie.
1795 - Collezione di minerali del mercante viennese Norberto Moraveck
I VIAGGI DI ESPLORAZIONE E RACCOLTA
1772
Alpi Lombarde (intorno al Lago di Como e Lecco) e
Grigioni
1779
Svizzera (itinerario: Pavia-Torino-Moncenisio,
Chambery, Ginevra, Berna, Basilea, Zurigo, Lucerna, Vallese, Gran S.Bernardo)
1780
Genova e Riviera di Levante (S. Margherita, Lavagna,
Chiavari)
1781
Riviera di Ponente -Marsiglia (Genova, Savona,
Finale, S.Remo, Oneglia, Monaco, Nizza, Marsiglia)
Alpi piemontesi e savoiarde
1782
Rimini Chioggia Rovigno
Colli Euganei
1783
Portovenere -Spezia- Garfagnana -Alpi apuane
1784
Chioggia e Laguna di Venezia
1785-86
Costantinopoli (da Venezia via mare fino a Istambul,
ritorno via terra attraverso Bulgaria, Valacchia, Transilvania, Ungheria,
Austria, Milano)
1788-1789
Regno delle due Sicilie (Pavia, Napoli, Vesuvi
e Campi Flegrei, Procida e Ischia, Eolie, Messina, Catania, Etna, terminato
il 19 febbraio 1789)
1792
Appennino modenese
1793
Sardegna e Barberia (Algeria) compiuto da V. Rosa